Bufera dei processi: pagarono i tipografi

297

porta_napoli_e_soldati036

Qualche anno prima del fatidico 1861

“Verranno i tempi di miglior fortuna, / E fia l’inno di gloria a te cantato / Quando Italia sarà libera ed una”. Si chiudeva così un sonetto fatto affiggere in piccoli manifesti (14,5 x 9 centimetri) a Sulmona nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1849. Inneggiava a tempi diversi e auspicava l’unificazione dell’Italia. Era sufficiente per incardinare un processo; ma la Gran Corte non ravvisò prove sufficienti e il 4 aprile 1850 archiviò. Si era sospettato di Panfilo Serafini, ardente patriota, che 

 era nato a Sulmona il 23 agosto 1817 da Emidio, di professione “lavoratore” e da Maria Luisa Maiorana, che non sottoscrissero l’atto di nascita “per non saper scrivere”. Lui, invece, studiò e divenne insegnante di latino e greco, tra l’altro a Cassino: tornò a Sulmona nel 1848 e frequentò don Leopoldo Dorrucci che aveva fondato un istituto e che si collocava certamente tra gli spiriti liberali. Annota Francesco Sardi de Letto nella sua “Città di Sulmona”, vol.V, pag.110: “A Sulmona principalmente operavano per l’idea italiana Panfilo Serafini, il sacerdote Don Leopoldo Dorrucci, ai quali si aggiunsero nel 1848 Ubaldo Angeletti con il figlio Antonio, venuti da Teramo per impiantare una tipografia, che sorse in un basso del palazzo De Mattheis, nella discesa di Porta Romana”.

Proprio i fratelli Angeletti furono ritenuti responsabili della stampa di un documento affisso nel portone della abitazione privata del sindaco Panfilo Granata (vicino a Porta Sant’Antonio). Era una “Protesta del Popolo Napoletano” riguardante la costituzione “rinnegata” e contenente un invito al governo di agire secondo “lealtà e franchezza”, promettendo “in compenso fedeltà e cordiale soccorso”. La tipografia Angeletti fu perquisita, così come la casa di Panfilo Serafini, ove furono trovati scritti con gli stessi caratteri di stampa. La Gran Corte speciale del 2° Abruzzo ulteriore, all’Aquila, presidente Sarli, con sentenza del 13 dicembre 1853, condannò gli Angeletti a dieci anni di relegazione per ciascuno e, con sentenza 21 marzo 1854, condannò il Serafini a venti anni di ferri.