In quel corridoio ho lasciato il cuore

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Caro Direttore,

e caro amico mio, con grande piacere ho ricevuto i primi due numeri del periodico

“ Il Vaschione” da te diretto.

Durante la lettura ho potuto apprezzare lo stile maturo  dei tuoi editoriali e la verve vivace con la quale colori gli altri tuoi articoli, oltre alla peculiare vis polemica che sempre caratterizza i tuoi scritti a sfondo politico e sociale.

Nel numero due ho letto anche l’articolo del nostro compagno di liceo Angelo Figorilli, oggi noto giornalista, ma già a quei tempi mente fervida e penna sagace.

Dalla sua descrizione di quei primi anni ’70, apparentemente tanto lontani nei ricordi della mente, ma ancora così attuali nei ricordi del cuore (proprio in ragione, come dice Angelo, di quel “tempo che scorre ma non passa”), ho avuto una subitanea e pervasiva esperienza emozionale.

Come accade nei momenti di pericolo o in quelli di profonda introspezione, ho avuto l’impressione di assistere al film della mia vita che, di colpo, con effetto moviola, è tornato velocemente indietro e mi sono ritrovato, così, a rivivere un evento sopito in qualche anfratto del mio inconscio dal quale, forse, non sarebbe mai più riapparso se non per questa fortuita coincidenza.

Mi sono rivisto adolescente, nel primo giorno di scuola per iniziare il ginnasio, nell’androne del Liceo Ovidio, quello, per chi lo conosce, appena dopo la porta d’ingresso, insieme a tanti miei coetanei, nessuno dei quali da me conosciuto in precedenza. Sulla porta di fronte, quella che immette nel cortile interno, stavano il segretario ed il bidello, con l’elenco dei nostri nomi.

Alla chiamata del segretario ci si muoveva in avanti e si entrava nel cortile dove il bidello, come un cane da pastore“border collie”, stringeva le fila della nuova classe che si andava formando e, una volta completata, l’affidava all’ insegnante che l’accompagnava nell’aula per la prima ora di lezione.

Me ne stavo in attesa di ascoltare il mio nome.

Cosa mi avrebbe riservato la sorte? Quali di questi ragazzi sarebbero diventati i miei compagni di classe? Quale il mio compagno di banco?

Stranamente non provavo ansia, non ero emozionato, contrariamente a quanto di solito mi accadeva nei frangenti importanti e nuovi della mia giovane esistenza.

Ero pervaso da una sensazione di sicura tranquillità: avevo una sorta di buon presentimento che mi sarei trovato bene nella situazione che si andava delineando per me.

Oggi, a distanza di alcuni decenni, ho la conferma di quanto allora semplicemente immaginavo ed intimamente speravo.

I miei migliori amici sono nel novero dei miei compagni di liceo; i ricordi più belli della mia gioventù appartengono a quel periodo liceale, ancor più che a quello universitario.

Porto ancora vivi in me gli entusiasmi degli anni in cui credevamo in improbabili utopie ideologiche, nella possibilità, per ciascuno di noi, di poter personalmente contribuire alla costruzione di un mondo migliore. Anni in cui i contrasti generazionali erano veri ed evidenti, dove i giovani eravamo autenticamente giovani e gli adulti erano “matusa”; anni in cui noi giovani non accettavamo di essere messi a tacere con droga, sesso e rock&roll, ma rivendicavamo il diritto di diventare protagonisti della nostra vita, di incazzarci e volere il nostro posto nella società, di candidarci a essere classe dirigente di un Paese in continua trasformazione.

Tutto questo avveniva, comunque, con la capacità del confronto dialettico in interminabili assemblee su tutto, con il rispetto del diritto dell’altro a pensarla diversamente e di proporre il suo modello di società.

A quella scuola credo di dovere gran parte di quello che sono: mi ha insegnato a parlare e a lasciar parlare; mi ha fatto riflettere sui grandi temi della storia e della conoscenza umana; mi ha mostrato come mente e spirito abbiano le stesse esigenze di nutrimento ed attente cure che ha il corpo.

In questo percorso formativo ho avuto splendidi insegnanti ed al mio fianco compagni di scuola intelligenti e stimolanti, ai quali sono contento di aver dato la mia amicizia e di aver ricevuto la loro, e di goderne ancora.

E tu, Vincenzo, uber alles.

Dr. Carlo Setta