LA FIGLIA DI IORIO A UN PASSO DALLA PLAIA CHE INCANTAVA D’ANNUNZIO

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 A FRATTURA CON LA DRAMMATURGIA DI DACIA MARAINI

11 AGOSTO 2013 – Un allestimento di “La figlia di Iorio” di Gabriele d’Annunzio tra le montagne nelle quali lo stesso poeta ha immaginato l’alba di San Giovanni (si veda “Anche D’Annunzio sulla Plaia a scrutare San Giovanni” nella sezione CULTURA di questo sito) è quello che ha proposto “Thiasos Teatro Natura” da mercoledì a domenica, a Frattura di Scanno.

Presentando una mostra fotografica a Pescasseroli, la scrittrice Dacia Maraini ha parlato all’indomani della “prima” della sua drammaturgia di “Mila Di Codra”, tratta da “La figlia di Jorio”. Il testo del poeta pescarese, affascinante ed elegante (ma, sia detto nel 150° anniversario, in qualche punto “difficile”), è stato “asciugato” e “levigato”. E’ stato reso più comprensibile, ma non è stato involgarito, né tanto meno banalizzato. L’allestimento di Sista Bramini lascia intatta e in alcune sequenze accresce la partecipazione emotiva del pubblico, forse agevolata dal fatto che lo spettatore si trova su una scena che lo avvolge, perchè la scena si muove in tutti i punti rilevanti di Frattura Vecchia: il fontanile, ancora imponente e vitale con il flusso di un’acqua cristallina e prorompente nonostante oggi non serva più a nessuno; un’aia tra i ruderi delle case abbandonate; la chiesa; una croce antica. Si vedono gli attori allontanarsi, ma non li si vede scomparire dietro un sipario, si può seguire la loro fuga come se fossero personaggi del mondo reale, come (quasi) tutti vestiti degli abiti dei pastori di Frattura o di Scanno o di Anversa, che si siano ritrovati quassù a vivere l’atmosfera “da favola” (come l’ha definita oggi Dacia Maraini) che fa parte della loro vita quotidiana.

Aria di favola e personaggi reali

 Non si può dubitare del reale, che è lì a circondare, perchè anche nel momento culminante della tragedia, quando la figlia di Jorio compie la sua scelta di immolarsi per salvare Aligi e si immola nel rogo che cancellerà colpe e verità, lì in fondo si vedono le luci di Villalago che cominciano a sostituirsi ai lampi del sole di fine estate. E poi attori e pubblico se ne vanno, così che le case di Frattura Vecchia tornano ad essere il vero domicilio di Aligi e di Mila. Di lui che viveva con la sensazione di aver dormito settecento anni e, però, non è offuscato nel suo senso morale che, per contrastare un crimine odioso, gli fa compiere il parricidio sempre ingiusto, sempre condannato, ma dal pubblico condiviso (potenza della capacità persuasiva della scrittrice) come una liberazione da ingiustizie più vecchie di settecento anni. Di lei, Mila, che in questa tragedia è (a noi è parso) l’essenza della intelligenza, quindi della sfrontatezza, quindi del fascino dell’opposizione, quindi del sacrificio consapevole che alla fine riesce a salvare chi l’aveva salvata senza intelligenza, senza eroismi, obnubilato da visioni, sebbene sempre vicino al giusto che sta nel “non uccidere”.

Il trionfo dell’intelligenza

Scenario da favola, davvero: non deve vibrare un cellulare, non un commento, perchè qui le voci si sentono a distanze come quelle dalle quali si chiamavano i pastori settecento anni fa (nella foto la regista Sista Bramini sul luogo della rappresentazione). Qui si sta lontani dalle macchine per la rappresentazione del più cristiano dei comandamenti, cioè quello dell’accoglienza(1), della salvezza dell’anima in pericolo, come è quella di Mila che irrompe in una festa svogliata di nozze e scuote, scatena le reazioni del pregiudizio. Ma, anche, del più laico degli imperativi: del conoscere senza pregiudizio, dell’assolvere al di là del bene e del male imposti dalla credenza, del non affidarsi ai riti: più vivido di tutti è quello della strega Anna Onna, personaggio delle tenebre che si rifiuta di soccorrere Mila Di Codra che la implorava. La tragedia serve ad attribuire, a sottolineare le colpe; questa interpretazione di Dacia Maraini sembra invece affermare come la forza interiore, la ragione possano esaltare il riscatto. Così che Mila vola oltre la punizione del rogo; ma questo, beninteso, non sia detto a beneficio di coloro che puniscono ingiustamente.

Prima di morire la Mila di D’Annunzio si porta sul rogo la colpa di Aligi (2) e dà sfogo alla pazzìa collettiva di chi la vuole giustiziare in modo orrendo (3)

La drammaturgia è a cura della scrittrice Dacia Maraini, la regia è di Sista Bramini. Eseguono Camilla Dell’Agnola, Jacopo Franceschet, Sonia Montanaro, Luca Paglia, Veronica Pavani, Carla Taglietti, Valentini Turrini. I canti sono a cura di Camilla Dell’Agnola.

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 (1) Così Mila si rivolge alla madre di Aligi per implorarla di non cacciarla da quella casa nella quale si è rifugiata per sfuggire alla “incanata” dei mietitori (barbaro rito che D’Annunzio descrive):

 Madre di Ornella, madre d’amore,

Dio tutto perdona, e non questo.

Se mi calpesti, Dio ti perdona.

Se mi strappi gli occhi e la lingua,

se le mani mi tagli, che credi

malvage, Dio ti perdona.

Se mi soffochi, Dio ti perdona.

Se mi stronchi, e Dio ti perdona.

Ma se ora (ascolta, ascolta

la campana che suona per Santo

Giovanni) se ora tu prendi

questa povera carne di doglia

che fu battezzata in Gesù,

la prendi e la getti su l’aia,

sotto gli occhi delle tue figlie

immacolate, la prendi

e la getti su l’aia allo strazio,

alla mala brama degli uomini

la dài, all’immondizia e alla rabbia,

o madre di Ornella, madre

d’innocenza, se tu questo fai,

se fai questo, Dio ti condanna

(2) Ancora Mila (atto III, ultima scena) racconta il delitto per attirare su di sè la condanna e salvare Aligi:

“Quasi notte faceva nel luogo

maligno. Imbestiato il suo padre

presa m’avea pe’ capegli

e mi trascinava furente.

Ei sopraggiunse e su noi

si gettò per difendere me.

Rapidamente brandii

l’asce, nell’ombra; colpii,

forte colpii, sino a morte.

Sul colpo gridai: “L’hai ucciso!”

Al figlio gridai: “L’hai ucciso, ucciso!”

Potenza era in me grande.

Parricida lo fece il mio grido

nell’anima sua ch’era schiava.

“L’ho ucciso” rispose; nel sangue

tramortì, più altro non seppe”. 

(3) Ritorna l’ansia sanguinaria della turba scaldata (atto III, ultima

 scena) nel momento nel quale Candia, madre di Aligi si dirige verso Mila:

“-Lasciatela! Lasciala, Ornella!

Che il cuore le strappi, che il cuore

le mangi! Cuore per cuore!

– Lasciatela, che se la metta

sotto i piedi, che la calpesti,

che col calcagno le schiacci

tempia e tempia, i denti le sgrani!

– Lasciatela! Lasciala, Ornella;

chè, se questo non fa, non le torna

l’anima in petto sanata.

– Iona, Iona, Aligi è innocente.

– Toglilo dalle ritorte!

Levagli il velo! Ridaccelo!

– Oggi il popolo è giustiziere.

– Tu giudica, popolo giusto.

– Comanda che sia liberato! 

Sista Bramini
Mila (Camilla Dell’Agnola) affronta il rogo che purificherà la comunità