EPISTULAE EX PONTO

950

LIBRO PRIMO

I.

Nasone, abitante non nuovo del suolo di Tomi,

ti manda questo libro dal getico lido.

Ospita, Bruto, se puoi, le poesie fuggitive

e trova un luogo qualunque dove riporle.

In pubbliche sedi non osano entrare temendo

che vieti loro l’ingresso la firma.

Ah, quante volte ho detto: “Niente insegnate di sconcio:

andate. Quei posti si aprono ai versi puliti!”

Ma non ci vanno, e, come tu vedi, credono

meno rischioso nascondersi dentra una casa.

Ti chiedi dove tenerle senza offesa per gli altri?

Dov’era l’Arte: spazio là te ne resta.

Sei forse sorpreso che ti siano arrivate.

Prendile, per come sono: non vi si parla d’amore.

Ma non troverai questo libro, che non annuncia dolore,

meno triste dell’altro che già ti ho donato.

Uguale l’argomento, diverso il titolo; e la lettera

porta il nome del destinatario.

Tu non vuoi questo, ma non puoi impedirlo.

Pur non accetta la Musa porta i suoi ossequi.

Metti anche questa fra le mie cose. Niente proibisce,

salva la legge, ai figli d’un esule d’essere a Roma.

Non hai da temere. Gli scritti d’Antonio si leggono ancora,

e di scaffali non manca il colto Bruto.

Nè ho la follìa di credermi uguale a quei grandi nomi;

io non ho mosso guerra tremenda agli dèi.

Infine a Cesare, che pur non ne è privo,

tutti i miei libri rendono onore.

Se di me dubiti, accogli le lodi divine;

e prendi, tolto il nome, il mio canto.

Giova in guerra l’ulivo della pace;

parlare di chi l’ha firmata non servirà?

Dopo che Enea si fu caricato il padre sul collo,

le fiamme stesse, si dice, gli fecero strada.

Un libro porta un Eneade e non gli è aperto il cammino?

Ma questo è padre della patria, quello di un uomo.

Chi è mai tanto audace che cacci dalla sua porta

uno che agiti il sistro sonoro di Faro?

Quando il flautista canta davanti la Madre dei numi

con corno ricurvo, chi gli nega una piccola offerta?

Ben sappiamo che non è volontà delle dee,

eppure non manca da vivere all’indovino.

Il potere dei celesti mi turba il cuore

ma vergogna non è l’averne credenza.

Ecco, in luogo del sistro e del flauto di bosso frigio,

io reco il sacro nome dei Giulii.

Io predico e rivelo. Ammettete chi porta il rituale!

Non è mia richiesta ma di un dio possente.

Nè perchè meritai e patii l’ira del principe

dovete pensare che io non voglia onorarlo.

Vidi davanti al fuoco di Iside avvolta di lino

chi confessava d’avere violato il suo nume.

Un altro, privato degli occhi per simile causa, gridava

in mezzo alla strada di averlo meritato.

Godono di tali proclami i celesti, che sia data

testimonianza della loro forza.

Spesso alleviano la pena e rendono la cista tolta

quando vedono un pentimento sincero.

Oh, mi pento, se a un infelice si vuol credere,

mi pento, torturato dal mio misfatto.

E’ dolore l’esilio, ma più ancora la colpa;

meno è scontare la pena che meritarla.

Per quanto mi aiutino i numi, di lui meno visibili,

può essere tolta la pena, ma eterna è la colpa.

La morte impedirà che il mio esilio continui:

non che io abbia commesso il mio errore.

Dunque non meravigli che il mio cuore si strugga

e sciolga come di goccia in goccia la neve.

E’ corroso come nave da tarlo segreto,

come l’onda salata scava gli scogli,

come il ferro smesso è mangiato da ruggine scabra,

come al buio il verme bruca il libro,

così il mio petto sente sempre l’angoscia morderlo

e i rimorsi non avranno mai fine.

La vita, non il tormento lascerà l’anima;

verrà meno il respiro, non lo strazio.

Se i celesti, ai quali appartengo, mi credono, forse

sarò ritenuto degno di un piccolo aiuto

e finirò lontano dagli archi sciti.

Se chiedessi di più, sarei spudorato.

2.

Massimo, che colmi la misura di un nome sì grande,

tanto nobile d’animo quanto di stirpe,

per la cui nascita, pur essendo caduti trecento,

non un solo giorno rapì tutti i Fabi,

forse domandi chi ti invii questa lettera

e vorresti sapere chi sia che ti parla.

Che devo fare? Temo che, letto il mio nome,

tu legga il resto con animo ostile.

Sta a te. Ebbene son io che ti scrivo, confesso

…………………………………………………………….

io che, confessando d’essere stato degno di pena

più grande, non posso patirne più grandi.

Mi trovo in mezzo ai nemici, in pericolo di vita,

come se con la patria mi avessero tolto la pace.

E per raddoppiare le cause di morte con brutta ferita

bagnano tutte le frecce in fiele di vipera.

Armati di queste a cavallo girano intorno alle mura atterrite

come lupi intorno all’ovile.

E, vibrato il nervo equino, l’arco leggero

serba sempre la stessa tensione.

Coronati di saette infisse sotto i tetti,

debole sbarra respinge gli attacchi alle porte.

Aggiungi l’aspetto del luogo, privo di fronda e di pianta,

e che inverno a inverno inerte segue.

Qui impegnato a lottare con il gelo e con le frecce

e con la mia sorte mi estenua il quarto inverno.

Il pianto mai cessa, se non lo ferma il deliquio:

allora simile a morte mi invade il torpore.

Fortunata Niobe, benché tante morti vedesse,

che volta in pietra il male più non senti!

Fortunate anche voi, le cui labbra invocanti il fratello

un pioppo coperse di nuova corteccia!

Io sono quello che non si trasforma in nessun legno;

quello che invano vorrebbe essere pietra.

Venisse la stessa Medusa sotto il mio sguardo,

sarebbe privata anche lei dei suoi poteri.

Vivo e mai sono libero dal castigo dei sensi,

e aggrava la pena la lunga durata.

Così inconsumabile, sempre rinato il fegato di Tizio

non muore perchè possa sempre morire.

Ma il sonno, mi dico, requie e distrazione per tutti,

libererà la notte dai soliti mali.

I sogni invece con parvenze reali mi angosciano

e vegliano contro di me i miei sensi.

O mi vedo scansare le frecce dei Sarmati o porgere

prigioniere le mani a crudeli catene,

oppure, ingannato da apparizioni migliori,

scorgo le case della patria lontana.

E ora, amici, con voi, che veneravo,

ora con l’amata consorte a lungo converso.

Così, consumato questo breve e fallace piacere,

il ricordo del bene rende peggiore il mio stato.

Sia che il giorno veda questo mio povero capo

o spinga la Notte i suoi pruinosi cavalli,

strugge un’angoscia continua il mio cuore

come cera fresca la fiamma vicina.

Spesso invoco la morte e spesso la vita,

che le mie ossa non copra suola sarmatico.

Quando penso alla clemenza di Augusto credo

possibile naufragare su molle spiaggia.

Quando vedo la tenacia del fato crollo,

la paura schiaccia la fiacca speranza.

Nè io spero o chiedo di più che il permesso

di lasciare questi luoghi insicuri.

O questo o niente altro può cautamente tentare per me

il tuo favore, senza che sia vergogna.

Massimo,vanto dell’oratoria romana, assumiti

la benigna difesa d’un caso infelice.

E’ difficile, certo, ma facile se tu lo tratti;

parla solo a favore di un misero esule.

Cesare ignora, sebbene un dio tutto conosca,

che cosa sia questo estremo orizzonte.

Occupano grandi imprese la sua mente divina;

infima cura è questa a un cuore celeste.

Nè trova il tempo di chiedere in quale regione sia posta

Tomi, a stento nota ai Geti vicini,

o come vivano i Sarmati o gli aspri Iazigi

o nella Crimea cara alla dea di Oreste,

o quali altre genti, quando il gelo ferma l’Istro,

cavalchino sulle dure spalle del fiume.

Quasi nessuno, splendida Roma, qui si cura

di te o paventa le armi d’esercito ausonio.

Danno coraggio l’arco e le ricolme faretre

e cavalli capaci di corse infinite,

l’abilità di reggere a lungo alla fame e alla sete

e il venir meno dell’acqua all’inseguitore.

L’ira di un uomo pietoso qui non mi avrebbe mandato

se gli fosse stato noto il luogo.

Nè che il nemico me o alcun altro romano

gli piace, me meno ancora, che tenne in vita.

Non volle, e poteva, distruggermi con il minimo cenno.

Per uccidermi non c’è bisogno di Geti.

Ma non trovò mia azione degna di morte e forse

oggi è meno ostile di quanto già fosse.

E fece solo ciò a cui lo costrinsi io stesso:

l’ira forse frenò più del dovuto.

Vogliano i numi, dei quali è lui il più giusto, che altri

la terra nutrice non crei più grande di Cesare,

e come a lungo fu sua, sempre di Cesare resti,

per le mani passando dei suoi nipoti.

Ma tu quanto il giudice è mite come anch’io lo conobbi,

apri la bocca in difesa di me sciagurato.

Che io viva felice non chiedere ma infelice al sicuro,

che lontano il mio esilio sia da nemici,

che la vita lasciatami dal favore dei numi

non si prenda la spada di un Geta selvaggio;

e, se morissi, ch’io finisca in suolo più quieto

e le mie ossa non prema sciitica terra

e scomposte le ceneri, come un esule merita,

unghia non calchi di cavallo bistonio

e, se pure si senta qualcosa dopo la morte,

non turbi i miei Mani ombra sarmatica.

Queste parole smuoveranno il cuore di Cesare,

Massimo, se avranno smosso prima il tuo.

La tua voce, conforto dei timorosi imputati,

addolcisca, ti prego, gli orecchi di Augusto,

e con la dolcezza consueta della tua dotta loquela

l’animo piega di un uomo che è pari agli dei.  (1-118)

3

Per quanto tu levi dal gorgo della mia angoscia,

ne rimarrà non meno di quello che hai tolto. (13-14)

Non è nel potere del medico sempre guarire il malato:

del sapere a volte il male è più forte.

Vedi come il sangue sgorgato da fiacco polmone

per certo cammino conduca alle acque di Stige.

Erbe sacre rechi pure l’Epidaurio,

non sanerà in alcun modo il mio cuore.

La medicina non sa eliminare la gotta nodosa

nè il rimedio esiste al terribile edema.

Anche l’angoscia talora rifiuta tutte le cure,

se la lunga durata non la consuma. (18-19)

Ma allontanato, mi dico, dalla terra in cui nacqui,

mi è pur sempre tra uomini dato di vivere.

Abbandonato io giaccio sull’ultimo lido del mondo,

dove neve eterna copre il terreno.

Campo qui non produce pomi nè dolci uve,

mancano salici alle rive, querce ai monti,

nè diresti migliore il mare del suolo, non batte

sole sull’onda gonfiata dai venti rabbiosi.

A perdita d’occhio, campi senza coltivatori

e vaste distese che nessuno reclama. (47-57)

10

Dall’esilio Nasone ti dice “Salute”, o Flacco,

se può dire “Salute” chi non ne ha.

Una fiacchezza continua toglie al corpo provato

da spiacevoli angosce  le sue forze.

Nè sento dolore, nè brucio ansimando di febbre,

il polso batte regolarmente.

Mi manca gusto alla bocca, la tavola pronta mi nausea,

e mi lamento quando è l’ora di cena.

Qualunque prodotto del mare, del suolo o dell’aria mi servi,

non uno ce ne sarà che io desideri.

Nettare e ambrosia, bevanda e cibo dei numi, mi dia

solerte Iuventa con la sua bella mano:

nemmeno quel sapore sveglierà il mio palato,

inerte rimarrà nello stomaco il cibo.

Non oserei scrivere questo, per quanto vero,

a chiunque, perchè non sembri il mio male un capriccio.

Certo, tale è la situazione, tale il mio stato,

che c’è pure spazio per i capricci!

Di questi tocchino a chi dovesse temere che l’ira

di Cesare fosse troppo leggera con me.

Anche il sonno, che è nutrimento a un debole corpo,

non rifocilla a dovere il mio corpo sfinito.

Ma sono sveglio e lo sono sempre le mie pene,

cui dà materia il luogo stesso.

A mala pena sapresti riconoscermi in viso,

sorpreso di non ritrovarvi il suo colorito.

Poca linfa scorre per i miei fragili arti,

e le membra sono più bianche di cera.

Né mi dà debolezza il vino eccessivo:

sai che l’acqua è la mia sola bevanda.

Né mi appesantisce banchetto; pur volendone,

non ne troverei nelle terre dei Geti.

Né le forze mi toglie la fatica di Venere:

quella non entra nel letto dei tristi.

Mi nuocciono l’acqua e la terra e, causa più grave,

l’angoscia, che non mi vuole lasciare.

Se tu e tuo fratello insieme non l’alleviaste, a stento

il mio cuore sosterrebbe la tristezza.

Voi siete come una terra amica allo scafo sconnesso,

voi mi date l’aiuto che gli altri mi negano.

E sempre vi prego di darlo, chè sempre ne avrò bisogno

finchè sarà offeso con me il nume di Cesare.

E che mitighi l’ira, non che la deponga,

voi pregate, supplici, i vostri dei. (1-44)

LIBRO SECONDO

Fin qui è arrivata la fama del trionfo di Cesare,

dove sfinito si spinge il soffio di Noto.

Tra gli Sciti niente pensavo che avrei gradito:

ma ora già meno odioso mi è il luogo.

Infine, dispersa la nube del cruccio, rivedo il sereno:

mi sono preso gioco della mia sorte.

Cesare, se anche non voglia che a me tocchi la gioia,

può volere che questa sia data a ciascuno.

Anche gli dei, per avere culto lieto da tutti,

proibiscono la tristezza alle loro feste.

Infine, ed è follia trovare il coraggio di dirlo,

avrò questa gioia anche se lui lo vieti.

Quando Giove inonda i campi di piogge fruttifere,

la lappola cresce tenace insieme alla messe.

Anch’io, sterile erbaccia, sento il fertile nume

e spesso ne deneficio se anche non vuole.

Le gioie della famiglia cesarea sono in parte

anche mie: quella non è casa privata.

Ti ringrazio, Fama, che mi hai fatto vedere,

qui tra i Geti, la cerimonia trionfale.

Da te ho appreso che innumeri popoli si sono raccolti

per vedere il volto del loro duce:

e Roma, che abbraccia il vasto mondo con le sue mura,

quasi non aveva dove ospitarli.

Tu mi narrasti come, dopo che il nuvolo Austro

ebbe versato piogge continue per giorni,

il sole splendesse limpido per volere celeste,

intonato il giorno al volto degli uomini,

e così il vincitore, onorandoli ad alta voce,

desse i doni di guerra agli eroi lodati,

e prima di metter le vesti trapunte, insegne di gloria, spargesse incenso sui focolai del rito,

e puro placasse la giustizia del genitore,

che ha sempre un tempio in quel cuore,

e ricevesse ovunque applausi di buon augurio

e la via rosseggiasse di roride rose;

sfilano argentee copie delle mura abbattute,

barbare città con dipinta la gente,

fiumi e monti e battaglie in profonde foreste,

scudi e lance mischiati in confuso ammasso,

e l’oro dei trofei incendiato dal sole rende

d’oro gli edifici del foro romano,

e tanti duci portano al collo vinto catene

quanti a stento si potevano credere nemici.

La maggior parte di questi ottiene la vita e il perdono,

anche Batone, che volle e mosse la guerra.

Perchè negarmi che l’ira del dio scemi per me

se vedo gli dei miti con i nemici?

La stessa fonte mi dice, Germanico, che sfilavano

sotto il titolo del tuo nome città;

che non le protesse contro di te nè mole di mura

nè armi nè la natura del luogo abbastanza.

A lungo ti tengano in vita gli dei, tu farai il resto,

il tuo valore chiede solo tempo.

Quello che prego sarà; profezia di poeta ha valore:

il dio diede segnali felici al mio voto.

Anche te vincitore salire la rocca tarpea

Roma lieta vedrà, coronati i cavalli;

e il padre assisterà ai rapidi onori del figlio

provando la gioia che lui diede ai suoi.

E tu, il più grande dei giovani in pace e in guerra,

ora nota questa mia predizione.

Anche questo trionfo forse dirò nei miei versi,

se reggerà la mia vita alla sventura,

se oprima non bagnerò del mio sangue le scitiche frecce,

e stacchi questa testa il Geta feroce (II, 1,1-46)

Con i versi, Grecino, non più di persona, Nasone

ti saluta triste dalle acque del Ponto.

Questa è la voce di un esule: la scrittura mi è lingua

e, se non avessi le lettere, muto sarei.

Tu, come devi, rinfacci all’amico stolto il suo sbaglio

e m’insegni che soffro meno del giusto.

Tu hai ragione, ma tardi arriva il tuo rimprovero:

tanta asprezza non serve a un reo confesso (II,6, vv.1-8)

Rufo, ti manda quest’opera scritta in gra fretta

Nasone, l’autore di un’Arte malaugurata,

così che su sappia che, pur dividendoci il mondo,

io non ho perso memoria di te.

Prima dimenticherò il mio proprio nome

che venga meno il mio affetto.

E prima renderò l’anima ai soffi dell’aria

che il tuo favore smetta d’essermi caro.

E chiamo favore il pianto che ti rigava il viso,

secco il mio per il dolore inespresso

Chiamo favore la consolazione della tristezza

che tu davi a me e a te stesso (II,11,vv.1-12)

Se posso includere tra nomi illustri un piccolo nome,

anche me la rovina ha reso qualcuno (III.1,vv.55-56)

2

Cotta, “salute!” e possa questo saluto

avverarsi mentre lo leggi!

Se tu stai bene, infatti, io soffro di meno,

fai che una parte di me ancora sia sana.

Mentre cedono alcuni, lasciando le lacere vele,

tu resti l’unica àncora alla nave sfasciata.

Per questo il tuo affetto mi è caro. Perdono quelli

Che mi hanno dato le spalle con la Fortuna.

Il fulmine, quando colpisce, spaventa più d’uno;

trema tutta una folla intorno al colpito:

quando il muro dà segno di crollo imminente,

paura e angoscia svuotano il luogo.

Chi, timoroso, non evita il malato, temendo

che il solo contatto lo faccia ammalare?

Anche me alcuni amici per eccessiva paura,

non per odio, hanno lasciato solo.

Non mancò loro l’affetto, né il desiderio

di sostenermi: temettero numi contrari.

Se sembrano troppo cauti e insicuri,

non meritano di essere detti malvagi.

Il mio amore sincero perdona gli amici cari

e li difende da qualsiasi accusa.

Siano soddisfatti di questo perdono, vadano

pure gridando che io stesso li scuso.

Voi, pochi, siete i migliori, e pensaste turpe

non offrirmi soccorso in tanto bisogno.

Allora finirà la mia riconoscenza

quando, consunto il corpo, sarò cenere.

Anzi, no; quella vivrà oltre me,

se sarò ricordato e letto ai posteri.

Le esangui membra vanno alla triste tomba:

il nome e la gloria sfuggono al rogo.

Cadde Teseo e pure chi fu compagno di Oreste:

ma li tiene entrambi in vita la gloria.

Anche voi loderanno spesso i discendenti,

splenderà nei miei scritti il vostro nome.

Anche qui già vi conoscono i Sarmati e i Geti

e pure quei barbari stimano simili spiriti.

E, di recente parlando della tua probità,

(infatti ho imparato la lingua dei Geti e dei Sarmati),

accadde che un vecchio, presente nel gruppo, rispondesse

alle mie affermazioni con queste parole:

“L’amicizia, caro straniero, è nota anche a noi

che da voi dividono il Ponto e l’Istro.

Luogo è in Scizia – Tauride lo chiamavano un tempo –

Non molto distante dalla regione dei Geti.

In questa terra io sono nato, non ne ho vergogna:

il popolo venera la compagna di Febo.

Il tempio ancora esiste con le sue immani colonne;

quattro decine di gradini vi portano.

Si narra che lì si trovasse la statua della dea:

resta a provarlo il vuoto piedistallo;

e l’ara, bianca un tempo per il colore del marmo,

è sbiadito e rosso qua e là di sangue.

Compie il rito una donna che non sa matrimonio,

la più nobile delle donne di Scizia.

E’ usanza dai tempi degli avi che in sacrificio cada

per mano della vergine uno straniero.

Regnava Toante, illustre sulla sponda meotide;

altri non fu più noto al Ponto Eusino.

Sotto il suo regno si dice che per i limpidi cieli

sia giunta una certa Ifigenia.

Portata dai soffi leggeri nell’aria sotto una nube

narrano che qui la lasciasse Febe.

Ella per molti anni fu guardiana del tempio,

compiendo i riti malvagi con mano indecisa.

Quand’ecco che viaggiando su comoda nave due giovani

giunsero, posero piede sui nostri lidi.

Uguale l’età e l’affetto di entrambi, Oreste l’uno,

Pilade l’altro: i nomi rimasti famosi.

Subito sono condotti all’altare crudele di Trivia

con la mani legate dietro la schiena.

La greca sacerdotessa li spruzza d’acqua lustrale

Sì che l’infula stringa i biondi capelli.

Mentre prepara il rito e vela di bende le tempie,

mentre lei stessa trova ragioni d’indugio,

dice: “Perdono! Mia non è questa violenza.

Barbaro più del luogo è il sacrificio.

Lo vuole il rito. Ma da quale città giungete?

Dove vi portava l’infausta nave?”

Parlò la vergine pia e, sentito il patrio nome,

scoprì che venivano dalla sua città.

“Uno cada – disse – vittima del sacrificio

E l’altro torni a casa ad annunciarlo”.

Pilade vuole morire e ordina a Oreste di andare;

questi si oppone e nasce una lotta fra i due.

Questo il solo disaccordo tra loro, la morte:

senza scontri, unanime, tutto il resto.

Mentre l’amore spinge a gara i due splendidi giovani

ella scrive qualcosa al fratello.

Al fratello rivolgeva un messaggio ma lo dava

(guarda i casi umani!) a lui stesso.

Subito tolgono il simulacro di Diana dal tempio

e di nascosto prendono il vasto mare.

Meraviglioso l’amore dei giovani: trascorsi tanti anni

in Scizia ancora conservano grande fama”.

Finita la narrazione della celebre storia,

tutti lodarono il fatto e la fedeltà.

Anche su questa sponda, la più feroce di tutte,

l’amicizia commuove i barbari cuori.

Che dovreste fare voi, figli d’Ausonia,

se simili fatti toccano i petti dei Geti?

Inoltre tu hai un animo buono e la nobiltà

distingue profondamente il tuo modo di essere

che ammetterebbe Voleso, dal quale ha nome tuo padre,

e Numa, dal quale discende tua madre, vorrebbe

e approverebbero i Cottae aggiunti al tuo nome,

casa, senza di te, destinata a finire.

Uomo degno di tanto lignaggio, pensa conforme

alla tua vita aiutare un amico caduto. (III, 2, vv. 1-111)

Se hai un po’ di tempo per un amico esiliato,

Massimo, stella dei Fabii, stammi a sentire

Mentre ti dico quello che ho visto, ombra di corpo

o aspetto reale o sogno che fosse.

Era notte e per le imposte entrava la luna

Splendente come suole essere a metà del mese.

Ero sprofondato nel sonno, oblio di tutti,

invadendo il letto con tutte le membra;

quando un battere d’ali improvviso agita l’aria

e con un gemito la finestra si muove.

Col cuore in gola mi levo su un fianco,

il sonno fugge dal mio petto impaurito.

E lì vedo Amore, non nel suo solito aspetto, ma triste,

che stringe con la sinistra il bordo del letto,

senza collana al collo, né ornamenti in testa,

né più pettinato com’era solitamente.

In disordine gli cadevano sul viso i capelli,

le sue penne mi parvero tutte arruffate,

come quelle sul dorso di un’aerea colomba

su cui si siano posate molte mani.

Appena lo riconobbi (nessuno mi è meglio noto),

la mia lingua si sciolse e disse così:

“Ragazzo, che causasti l’esilio all’ingenuo maestro

(meglio sarebbe stato non istruirti),

anche qui vieni, dove mai è pace

e il barbaro Istro ferma il suo corso e ghiaccia?

Perchè affrontare il viaggio se non per vedere i miei mali?

Chè, se non sai, io ti rimprovero.

Tu mi dettasti i primi versi di giovinezza:

guidato da te, aggiunsi cinque a sei piedi.

Tu non volesti che mi elevassi con canto meonio

dicendo le imprese dei grandi capi.

Piccolo, forse, ma pur qualcosa era il mio ingegno;

l’hanno fiaccato i tuoi fuochi e il tuo arco.

Infatti, cantando il tuo impero e quello di tua madre

Non mi restava pensiero per le opere grandi.

Né questo è bastato. Con uno stolto poema, l’Arte,

ti ho liberato della tua inesperienza.

Per ricompensa di ciò io ho avuto l’esilio,

e in questi luoghi remoti, privi di pace.

Ma non così il Chionide Eumolpo trattò Orfeo,

né così Olimpo il frigio Satiro,

né Chirone ebbe tale compenso da Achille

e Numa, dicono, non danneggiò Pitagora.

E per questo non ripetere liste secolari di nomi,

io sono il solo tradito dal discepolo.

Io che ti davo le armi e ti ammaestravo in lascivia,

questo ricevo in cambio da te.

Ma sai bene, e potresti giurarlo in piena onestà,

che io non minacciavo i matrimoni.

Scrivevo per quelle che non hanno casti capelli

toccati da benda e piedi da lunga veste.

Dimmi, ti prego, quando hai imparato a ingannare le spose,

rendendo incerte le nascite coi miei precetti?

O non è stata tenuta lontana dai libri ogni donna

cui per legge è impedito amante segreto?

A che mi giova che mi credano autore di regole

Sull’adulterio, vietato da legge severa?

Ma tu – e possano le tue frecce ferire ogni cuore

e le tue torce mai mancare di fiamma

e avere comando del mondo; tenerlo unito Cesare,

che tuo fratello Enea ti rende congiunto –

tu fa’ che la sua ira non mi sia implacabile

e che mi voglia punire in luogo migliore”.

Queste cose mi parve di dire al giovane alato,

e queste parole mi pare che pronunciasse:

“Per le mie armi, torce e saette, per mia madre

e per il capo di Cesare giuro che mai

tu mi insegnasti cosa che fosse proibita,

che la tua Arteè priva di colpa.

Ah, potessi difenderti anche dalle altre accuse!

Sai che un’altra cosa ti ha fatto ancora più male.

Qualunque essa sia (il dolore non va ripetuto

né tu puoi dirti del tutto innocente),

per quanto tu voglia velare col nome di errore la colpa,

l’ira vendicatrice non superò il giusto.

Ma per vederti, per consolarti in questo abbandono,

le mie ali hanno percorso lunghe distese.

Qui fui la prima volta quando mia madre mi chiese

di trafiggere la ragazza del Fasi.

La ragione di quest’altra visita, dopo secoli,

sei tu, o amico soldato del mio campo.

Più non temere: l’ira di Cesare si placherà,

voleranno i tuoi voti per arie migliori.

E non ti angosci l’attesa: vicina è l’ora voluta;

il trionfo riempie ogni luogo di gioia.

Ora che la casa e i figli e la madre Livia festeggiano,

e tu, padre delle patria e del nostro duce,

ora che si congratula il popolo, e per tutta Roma

fuochi odorosi ardono su ogni altare,

ora che il venerabile tempio si apre alle visite,

si spera che valgano le nostre preghiere”.

Avendo così parlato svanì nell’aria leggera

oppure i miei sensi si risvegliarono.

Massimo, se credessi che tu credessi al mio racconto,

dovrei anche credere che i cigni fossero neri.

Ma né il latte si tramuta in scura pece

né in terebinto il candido avorio.

Tu hai origini adatte al tuo animo, un nobile

cuore cui non manca il candore di Ercole.

L’invidia, vizio ignavo, non entra in una mente più alta,

e striscia al suolo come nascosta vipera.

La tua mente sublime sovrasta le tue stesse origini,

né il tuo cuore è superiore al tuo ingegno.

Altri, dunque, nocciano ai miseri e li spaventino

Con proiettili intinti nel fiele bruciante:

la tua casa, invece, porta aiuto ai supplici,

tra i quali, ti prego, conta anche me. (III, 3 vv. 1- 108)

Protestare o tacere? Accusare senza far nomi

o volere che tutti sappiano di te?

Non farò il tuo nome, perchè la protesta non ti dia lode

e fama non ti venga dai miei versi.

Finchè la mia nave poggiò su salda carena

eri il primo a voler veleggiare con me.

Ora, perchè la Fortuna aggrotta le ciglia, sparisci,

ben sapendo che occorre il tuo aiuto.

Fai finta di niente, e pretendi di non conoscermi

e chiedi, sentendo il mio nome, Nasone, chi sia.

Io sono quello, benchè tu non voglia sentire, che antica

consuetudine lega a te da bambino.

Io sono quello che conosceva per primo i tuoi crucci

e per primo ascoltava i tuoi scherzi giocosi:

io sono quello con cui tu vivevi in stretta amicizia;

quello che ritenevi l’unica Musa.

Io sono quello che tu, traditore, ormai ignori

se viva, quello che più non t’importa cercare.

Se non ti sono mai stato caro, confessi il falso;

se non fingevi, sarai dimostrato infedele.

Suvvia, dimmi se sei cambiato per ira.

Ma io protesto a ragione, tu a torto.

Quale mia colpa ti vieta di essere quello di un tempo?

O chiami colpa la mia infelicità?

Se non volevi portarmi aiuto concreto nei fatti,

potevi mandarmi tre parole su un foglio.

Poco ci credo, ma dicono che infierisci

sul mio male, che non risparmi gli insulti.

Perchè, folle? Se la Fortuna ti lascia, che fai,

non piangerai sul tuo stesso naufragio?

L’instabile ruota rileva la volubilità della dea,

che vi appoggia il suo malfermo piede.

Ella è più incerta di foglia o di soffio di vento:

solo la tua leggerezza, o spietato, le è simile.

Le cose degli uomini sono legate a un filo sottile,

all’improvviso quel che reggeva precipita.

Chi non sa dell’opulenza di Creso?

Cadde in mano al nemico e a lui votò la sua vita.

Colui che prima era il terrore di Sicracusa

tirava a campare con umili occupazioni.

Chi fu più grande del grande Pompeo? Eppure fuggendo

chiese con umile voce soccorso a un cliente.

L’uomo a cui il mondo intero mostrava obbedienza

…………………………………………………….

Famoso per avere battuto Giugurta e i Cimbri,

console che diede a Roma tanti trionfi,

Mario, anche lui, giacque nel fango e nella palude,

patendo cose di cui un eroe ha vergogna.

La potenza dei numi si prende gioco degli uomini,

non si può confidare dell’ora presente.

Se qualcuno mi avesse detto: “Andrai sul Ponto,

e temerai le ferite degli archi getici”,

avrei risposto: “Bevi qualcosa per il cervello,

un’erba di quelle che crescono ad Anticira”.

E invece ci sono venuto; potevo guardarmi

dai colpi degli uomini, non da quelli di un dio.

Temi anche tu, e pensa che quel che ti sembra lieto,

mentre parli, può trasformarsi in tristezza. (IV,3, vv. 1-58)

Cielo non è tanto gonfio di nubi meridionali

che la pioggia non cada con qualche intervallo.

E nessun luogo è tanto sterile che non vi cresca

utile pianta in mezzo ai rovi puntuti.

Niente la mala sorte ha mai reso tanto infelice

che qualche gioia in parte non mitighi il male.

Ecco privo di casa e di patria e degli occhi dei miei,

spinto dopo il naufragio alle rive dei Geti,

ho trovato un modo per sorridere ancora,

per non pensare più alla sventura.

Mentre passeggiavo solo sul fulvo arenile,

mi parve di udire un frullo d’ala alle spalle.

Mi voltai a guardare, ma non vidi corpo,

udii tuttavia le seguenti parole:

“Eccomi qua, la Fama, venuta con buone notizie

attraverso le immense vie dell’aria.

Il consolato di Pompeo, tuo favorito,

renderà felicissimo l’anno venturo”.

Così parlò e, riempito il Ponto del lieto annuncio,

volse di qui il suo corso al altre regioni.

Ma per me, mutata l’angoscia in gioia improvvisa,

l’orrendo squallore del luogo svanì.

Quando tu schiuderai il lungo anno, Giano bifronte,

e il mese sacro caccerà dicembre,

Pompeo vestirà la porpora del sommo ufficio,

arrivando al colmo del prestigio inseguito.

Già vedo i tuoi atri scoppiare di folla,

la gente ferirsi per mancanza di spazio,

e te, che visiti prima i templi del Campidoglio,

e gli dèi benigni verso i tuoi voti;

i nivei buoi, che i campi falischi nutrirono d’erba,

piegare i colli all’infallibile scure:

e di tutti gli dèi che preghi di esserti amici

quelli che preghi di più sono Cesare e Giove.

La curia ti accoglierà e i senatori secondo l”usanza

porgeranno ascolto alle tue parole.

Quando la tua facondia li avrà dilettati e, al solito,

si saranno dette parole di augurio,

e avrai reso le grazie dovute ai superni e a Cesare

(che ti darà sempre motivo di renderne),

farai ritorno a casa seguito da tutto il senato

e mancherà spazio ai pubblici festeggiamenti.

Ma io, disgraziato, non sarò visto in mezzo alla festa,

nè vi potranno prendere parte i miei occhi!

Lontano, questo è possibile, ti vedrò con la mente:

essa vedrà il suo amato console in volto.

Vogliano i numi che un giorno ti venga in mente il mio nome

e che tu dica: “Quel poveretto che fa?”

Se qualcuno mi riportasse tali parole,

il mio esilio sarebbe addolcito all’istante  (IV, 4 ,vv. 1-50)

Andate, leggere elegie, alle dotte orecchie del console,

portate queste parole all’uomo onorato.

Lungo è il viaggio né i vostri piedi sono uguali,

e la neve invernale nasconde la terra.

Superata la Tracia e l’Emo coperto di nubi

e attraversate le acque del mare Ionio,

sarete nella città sovrana al decimo giorno

o prima, anche senza affrettare la marcia.

Subito dunque cercate la casa di Pompeo;

non ce n’è un’altra più presso al foro di Augusto.

Se la gente vi chiede donde venite e chi siete,

ingannatela con un nome qualsiasi.

Quello vero, credo, non è rischioso a dire,

ma è certo meno compromettente inventarne.

Nè mancherà chi vi impedisca di andare da lui

anche se avrete raggiunto la soglia.

Egli starà ricordando ai suoi Quiriti le leggi

alto su un seggio di avorio tutto sbalzato:

o regolando, presso l’asta, le entrate del popolo

perché la grande città non perda ricchezza:

o, quando i consoli si riuniranno nel tempio di Giulio,

discuterà le questioni degne di lui:

o porterà ad Augusto e a suo figlio il saluto consueto,

consultandosi sulle faccende più incerte.

Dedicherà a Germanico tutto il tempo rimasto:

a lui i suoi onori dopo i numi più grandi.

Staccatosi da una simile folla di occupazioni,

a voi  rivolgerà le sue mani gentili

e forse domanderà come stia vostro padre, io.

Voglio che gli diciate queste parole:

“Vive ancora e confessa che a te deve la vita

che già gli concesse, pietoso, Cesare in dono.

Grato ricorda che, andando in esilio, trovò sicure

per opera tua le vie del barbaro mondo:

che per tuo amoroso interesse il suo sangue

non intiepidì spada bistonia;

che gli donasti inoltre molto con cui sostenersi,

perchè non finisse le proprie risorse.

Per ringraziarti di tali favori giura

che sarà tuo servo per sempre.

Le montagne saranno prive di alberi ombrosi

e vela di nave non si vedrà in mare,

e i fiumi torneranno alle fonti con corso contrario

prima che finisca la sua gratitudine”.

Detto ciò, pregate che mantenga i suoi doni.

Così il vostro viaggio avrà raggiunto il suo fine. (IV, 5, vv. 1-46)

Questa lettera, Bruto, viene da un luogo

in cui non vorresti che fosse Nasone.

Ma quello che tu non vorresti ha voluto il fato crudele.

Ah! quello ha più forza dei tuoi scongiuri.

In Scizia ho trascorso i cinque anni di un’Olimpiade:

e già sta iniziando un secondo lustro.

La sfortuna persiste ostinata e oppone insidiosa

un piede maligno ai miei desideri.

Massimo, gloria dei Fabii, eri deciso

a supplicare per me il nume di Augusto.

Moristi prima e io, Massimo, credo me stesso

(che tanto non valgo) la causa della tua morte.

Più non voglio rimettere agli altri la mia salvezza;

con la tua morte è finito anche l’aiuto.

Augusto iniziava a perdonare la mia ingenuità:

egli lasciò con la terra la mia speranza.

Come potei, ti mandai da questa distanza, Bruto,

una poesia sul nuovo dio del cielo.

Questo omaggio possa giovarmi, finiscano ormai

le pene, mitighi l’ira la casa del nume.

Giurerei che questa preghiera sia anche tua,

Bruto;  ti conosco da prove sicure.

Infatti, avendomi dato sempre amore sincero,

mi amasti ancor più nel tempo della sventura.

Chi avesse visto il tuo pianto insieme al mio,

avrebbe creduto che due fossero gli esuli.

La natura ti ha fatto pietoso e a nessuno,

Bruto, ha dato più pietà che a te:

che se uno non sa il tuo valore nelle guerre del foro

ti crede incapace di far condannare imputato.

Ma, anche se sembra contraddittorio, il medesimo uomo

ascolta i supplici e castiga i colpevoli.

Quando ti incarichi di tutelare il rigore legale,

il veleno sembra impregnare ogni accento.

Tocchi ai nemici provare la tua forza d’armi

e subire le frecce della tua lingua.

Tu le limi con tale attenzione che nessuno

vi riconosce la tua vera natura.

Ma se vedi qualcuno colpito da ingiusta Fortuna,

il tuo cuore s’intenerisce femminilmente.

L’ho capito bene quando i più fra miei amici

hanno negato di avermi mai conosciuto.

Di loro mi scorderò, ma non di te,

che ti preoccupi di alleviare i miei mali.

E l’Istro anche troppo vicino a me volgerà

il suo corso dal Ponto alla fonte

e, come ai tempi della mensa di Tieste,

il carro del sole volerà a oriente

prima che uno di voi che piangeste il mio esilio

mi rinfacci di averlo dimenticato. (IV,6,vv. 1-51)

Poichè sei inviato alle rive del Ponto, Vestale,

per dare leggi alle terre che il polo sovrasta,

vedi con i tuoi occhi in quale campio io giaccia

e a tutti dirai che mi lamento a ragione.

Le mie parole saranno utilmente credute

grazie a te, rampollo di alpini sovrani.

Tu stesso vedi il Ponto ingorgato dal ghiaccio,

tu stesso vedi il vino fermo nel gelo;

tu stesso vedi come il selvaggio bovaro iazigio

sposti il suo carico in mezzo alle acque dell’Istro.

E vedi il veleno volare sulle punte di ferro,

due causa di morte in un giavellotto.

E magari tu avessi visto questo soltanto

e non lo avessi sperimentato in battaglia!

Tra infiniti pericoli sei diventato primipilo,

giusto onore che ti è da poco toccato.

Se anche il titolo fosse ingrandito da ricchi compensi,

il tuo valore comunque varrebbe di più.

Te lo permette l’Istro, che la tua destra una volta

ha imporporato con il sangue dei Geti.

Te lo permette Egiso, che conquistata da te

constatò l’inutilità del suo sito.

E’ incerto se meglio valesse a difenderla questo o la lotta,

là in cima a un monte alta fino alle nubi.

L’aveva tolta al re sitonio un feroce nemico,

che, vittorioso, teneva il tesoro sottratto,

finchè Vitellio, disceso il corso del fiume,

mosse le insegne e i soldati contro i Geti.

Allora tu, forte progenie dell’eccelso Donno,

dovesti attaccare i nemici schierati.

E subito, splendido in armi fin da lontano,

fai che il valore non resti celato

e a gran passi affronti il ferro, l’altura e i sassi

più fitti della grandine invernale.

Nè ti arresta la pioggia di lance dall’alto

nè asta imbevuta nel sangue di vipera.

Frecce con piume dipinte pendono dal tuo elmo

e lo scudo è ovunque segnato da colpi.

Nè è riuscito a evitarli tutti il tuo corpo:

ma l’amore di gloria vince il dolore.

Così per difendere le navi greche, si dice,

Aiace a Troia respinse le fiaccole di Ettore.

Quando foste vicini e al destra toccò la destra,

e la lotta divenne scontro di spade,

è difficile dire le tue imprese marziali,

quanti ne desti alla morte, chi e in che modi.

Vincitore calcavi l’opera della tua spada,

mucchi, tanti Geti pestava il tuo piede.

E il primipilo dava l’esempio ai suoi inferiori,

che riportatono e diedero molte ferite.

Ma il tuo valore di tanto supero quello di tutti

di quanto Pegaso batte un destriero veloce.

Egiso  è presa e in eterno, Vestale, il mio canto

darà testimonianza delle tue imprese. (IV, 7, vv. 1-54)

Perchè racconto tutto questo o Pedone,

a che serve dire ogni cosa in dettaglio?

Così ho trattenuto l’angoscia e ingannato il tempo.

Questo è il guadagno dell’ora presente.

Scrivendo questo, ho evitato il dolore di sempre,

non mi sono sentito più in mezzo ai Geti (IV, 10,vv. 64-70)

Gallio, come potrei discolparmi se il tuo nome

non trovasse posto nei miei versi?

Anche tu, lo ricordo, bagnasti con il tuo pianto

la ferita che il colpo celeste mi inferse.

E magari, offeso dalla perdita dell’amico,

non ti fosse toccata altra sofferenza!

Non così piacque agli dei, che, crudeli, ritennero giusto

privarti anche della fedele compagna.

Or ora mi ha annunciato il tuo lutto una lettera

e ho letto della tua pena piangendo.

Nè oserei consolare uno più saggio di me,

ripeterti le parole ben note dei saggi:

sospetto che il tuo dolore, se non dalla ragione,

sia ormai stato interrotto dal tempo.

Mentre la tua lettera giungeva e la mia risposta

varcava mari e terre, un anno è passato.

Consolare è compito di un tempo determinato,

quando il dolore è in corso e l’afflitto ha bisogno.

Ma dopo che la ferita del cuore è chiusa,

a quel punto toccarla vuol dire riaprirla.

Inoltre (e possa questo augurio avverarsi!)

magari già sei contento di un’altra moglie. (IV, 11, vv. 1-22)

Tu sei stato buon consigliere, tu guida e compagno,

quando stringevo le briglie con mano inesperta.

Spesso per tuo consiglio ho emendato i miei versi,

spesso per tuo monito ne ho cancellati,

mentre le Pieridi a te insegnavano a scrivere

una Feacide degna dei libri di Omero.

Questa costanza, questa concordia dalla giovinezza

integra arriva agli anni della canizie.

Cuore di duro ferro o di invitto diamante ti occorre

perchè tutto questo non ti commuova.

Ma in questa terra cesseranno guerra e freddo –

tutto quello che il Ponto odioso mi offre –

e tiepido Borea, gelido l’Austro sarà,

e più sopportabile la mia sciagura

prima che l’amico ti esca dal cuore.

Che quest’ultimo male non sia!, e non è.

Ma tu per i superni, dei quali è lui il più fidato,

il principe che ha aumentato vieppiù i tuoi onori,

fa’ sì che il soffio sperato non lasci la mia vela,

proteggi quest’esule con amore costante.

Che cosa voglio da te? Che io muoia, se è facile dirlo:

ma potrà morire uno che è morto?

Non so che cosa fare, volere o non volere,

nè capisco che cosa mi serva di più.

Credimi, l’avvedutezza è la prima a lasciare i miseri,

e con la fortuna fuggono sensi e ragione.

Ti prego, trova tu stesso in che modo aiutarmi,

per quale via soddisfare i miei voti. (IV.12, vv. 23-50)

Mando questa lettera a te, che non hai nome adatto,

come lamentai poco fa, ai miei versi,

in cui, a parte notizie sulla mia buona salute,

non troverai alcun’altra ragione di gioia.

La mia vita mi è odiosa, e mi auguro solo

d’andarmene ovunque purchè via di qua.

La meta non mi interessa: ogni terra mi sarà

più gradita di quella che vedo adesso.

Fatemi andare in mezzo alle Sirti, in mezzo a Cariddi:

basta che io abbandoni questa regione.

Preferirei lo stesso Stige, se esiste, all’Istro

o anche luogo più sprofondato negli inferi.

Il campo arato odia meno l’erba, la rondine il gelo

di quanto Nasone le terre dei bellici Geti.

Gli abitanti di Tomi si adirano per queste parole,

i miei versi si attirano l’ira di tutti.

Mai smetterò d’essere leso dalla poesia,

sempre castigheranno il mio ingegno avventato?

Perchè non mi taglio le dita per non scrivere più

e folle ricerco le armi che tanto mi nocquero?

Sono risospinto contro gli scogli di un tempo,

alle acque in cui ho già fatto naufragio.

Ma niente ho commesso, io non ho colpa, abitanti di Tomi,

che, pur odiando la vostra terra, rispetto.

Esaminate il memoriale delle mie pene:

mai mi lamento di voi nelle mie lettere.

Mi lamento del freddo, delle paurose incursioni,

degli attacchi nemini alle mura.

Verissime accuse ho mosso ai luoghi, non agli uomini;

spesso anche voi biasimate la vostra regione.

L’antica Musa del poeta contadino

ebbe il coraggio di dire che Ascra era orrenda:

lui lo scrisse, sebbene vi fosse nato:

ma Ascra non odiò il suo poeta.

Chi amò la sua patria più dell’astuto Ulisse?

Ma la sua asperità ci è detta da lui.

Contro i costumi ausoni, non contro i luoghi scrisse

Metrodoro, e Roma ne fu incolpata:

ma in pace questa sopportò la calunnia,

l’autore non pagò la sua maldicenza.

A me,. invece, un cattivo interprete inimica la gente

e un’altra volta cita in giudizio i miei versi.

Fossi fortunato quanto il mio cuore è pulito!

Non c’è nessuno che io abbia ferito a parole.

Fossi anche più nero della pece illirica,

non saprei attaccare tanta onestà.

La vostra gentile accoglienza, abitanti di Tomi,

mostra la mitezza degli uomini greci.

La mia gente, i Peligni, la mia patria Sulmona

non mi avrebbero consolato di più.

Voi da poco mi avete concesso un onore

che non ottiene neppure chi non cadde in rovina.

Su queste sponde rimango il solo immune da imposte,

a parte quelli che favorisce la legge.

Le mie tempie ha velato una sacra corona, voluta

contro la mia volontà dal favore del popolo.

Dunque quanto fu cara Delo all’errante Latona,

che lì soltanto trovò un rifugio,

tanto a me è gradita Tomi, che rimane per me,

esiliato, tuttora fedele e ospitale.

Volessero i numi che offrisse speranza di pace

e fosse più distante il gelido polo. (IV. 14, vv. 1-62)

Traduzione di Nicola Gardini – Ovidio – Opere- Vol. I –  Einaudi – Biblioteca della Pleiade – Torino 1999

Nella immagine del titolo: “Ovidio in esilio” di Ion Theodorescu-Sion (1915)