Metamorfosi

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“A dire di forme alterate in forme di corpi mai visti

mi sento sedotto; dei, ah, date respiro all’impresa avviata

(avete alterato anche quella!) e assecondate il mio canto

dal primo principio del mondo, ininterrotto, ai miei giorni.

Prima di mare e terre e del cielo che tutto copre

la natura nell’universo presentava un unico aspetto,

che si è convenuto chiamare Caos: una massa grezza, indistinta,

nient’altro che un blocco inerte, una congerie di germi

disparati di cose male accozzate fra loro. Non c’era

ancora Titano il Sole che offrisse al mondo la luce,

nè Febe la Luna che, nuova, crescendo colmasse la falce;

nè la Terra, compatta di gravità, era appesa in un’aria

che la avviluppasse, nè Anfitrite l’Oceano aveva disteso

ancora le braccia a disegnare le rive del mondo.

E sebbene la terra ci fosse, ci fossero il mare e l’aria,

la terra era malferma, innavigabile l’acqua, l’aria 

senza luce; nulla che conservasse una forma sua propria;

ogni cosa urtava nell’altra, dacchè in un unico corpo

il freddo confliggeva col caldo, il secco con l’umido,

il molle col duro, il grave con l’imponderabile. Un dio

(per non dir la natura propizia) sedò questi attriti,

e separò le terre dal cielo e dalle terre le onde del mare,

distinse l’azzurro puro dell’etere da un’aria più spessa.

Sdipanati, sottratti all’impasto brumoso e dislocati

gli elementi ciascuno al suo posto, li accordava in serena armonia.

Sprigionandosi verso l’alto, ecco insediarsi al vertice

di tutta la volta celeste l’energia senza peso del fuoco;

per sede e per leggerezza le è quanto più prossima l’aria;

più densa di loro, la terra ha compattato ogni grave,

e al proprio peso soggiace; versandosi intorno, l’acqua

occupa gli ultimi spazi e imprigiona la massa del mondo.

Così disposta quella congerie, il dio, chiunque

si fosse, la seziona, le sezioni organizza in un tutto,

e a cominciar dalla terra, per uniformarne l’intera

superficie, l’aggomitola in un grandissimo globo.

Diffonde le acque e ingiunge alla rapina dei venti

di incalzarle e recingere i margini della terraferma.

Fa di più: le sorgenti fa e le immense paludi e i laghi,

e chiude fra sponde tortuose il deflusso dei fiumi,

che, secondo i terreni, o sono assorbiti da quelli,

o raggiungono il mare e, accolti in più libero spazio

d’acqua, anzichè sulle sponde si frangono sulle scogliere.

Ordina alle pianure di spandersi, alle valli di incidersi,

di coprirsi di foglie ai boschi, alla pietra dei monti di alzarsi.

E come ha diviso il cielo sulla destra in due zone,

in due sulla sinistra, con al centro una torrida quinta,

così lo zelo divino ha distinto in fasce la massa

che include, sulla terra imprimendo zone altrettante;

inabitabile è quella di mezzo per la calura;

la neve opprime le estreme; alle due dislocate fra queste

un clima assegnò temperato mescolando la fiamma col ghiaccio.

Ovidio, Metamorfosi, Libro I vv. 1-51, trad. Vittorio Sermonti, Rizzoli, 2014

“Fu in questo luogo (l’unico non sommerso) che Deucalione approdò su piccola barca con la sua compagna di letto, e subito si misero insieme a pregare le ninfe della grotta Coricia e le divinità della montagna e Temi, la dea che predice il destino e che era a quel tempo signora dell’oracolo. Mai ci fu un uomo più buono di lui e più amante della giustizia, mai ci fu donna più timorata di lei. E Giove, quando vide il mondo allagato, ridotto a una palude stagnante, quando vide che di tante migliaia di uomini che c’erano poco prima non  era scampato che quello, che di tante migliaia di donne che c’erano poco prima non era scampata che quella, due esseri innocenti, due esseri devoti, squarciò la cappa di nubi e, dispersi i nembi con Aquilone, rimostrò al cielo la terra, e alla terra il cielo.

Cessò anche la furia del mare. Deposta la sua arma a tre punte, il dio delle acque rabbonì le onde e chiamò l’azzurro Tritone – che sporge fuori dai gorghi con le spalle incrostate di conchiglie – e gli ordinò di soffiare nella bùccina sonora per far rientrare ormai, con quel segnale, i flutti e i fiumi. E Tritone prese la bùccina cava e ritorta, che dalla punta si allarga in su a spirale, la bùccina che, quando le si dà fiato in mezzo al mare, riempie del suo rimbombo le coste a levante e a ponente. Anche allora, come egli la portò alla bocca imperlata di gocce tra la barba bagnata e vi soffiò dentro suonando, come ordinato, la ritirata, la udirono tutte le acque della terraferma e del mare e tutte, uditale, rientrarono ubbidienti. I fiumi calano e si vedono rispuntare i colli, il mare riacquista un lido, i letti riaccolgono i fiumi, anche se gonfi; la terra emerge, ricrescono i luoghi col decrescere delle acqua, e dopo la lunga notte i boschi mostrano le loro cime spoglie, reggendo ancora sui rami residui di fango.

Il mondo era tornato come prima. E Deucaliioine, quando lo vide deserto, con i profondi silenzi che regnavano sulle distese desolate, così parlò a Pirra, con gli occhi inumiditi di lacrime: “Sorella mia, moglie mia, unica donna superstite, a cui mi hanno unito dapprima la comunanza di stirpe e il fatto che siamo cugini, poi mi hanno unito le nozze ed ora mi unisca il pericolo stesso, di tutte le terre che si stendono da levante a ponente noi due siamo tutta la popolazione: il resto se l’è preso il mare. E ancora non possiamo stare del tutto tranquilli per la nostra vita. Ancora mi offusca la mente la visione di quelle nuvole spaventose. In che stato d’animo saresti ora, poverina, se fossi scampata alla morte senza neppure me? Come riusciresti da sola a sopportare la paura? Con chi potresti sfogare il tuo dolore? Io, credimi, se il mare avesse inghiottito anche te, ti avrei seguito, moglie mia,  e il mare avrebbe inghiottito anche me. Oh se avessi la dote di mio padre, di plasmare della terra e infondervi la vita, e potessi rifare i popoli! Ora il genere umano è ridotto a noi due, così è parso agli dei, e noi siamo gli ultimi esemplari”.

Così disse e piangevano. Decisero di pregare la potenza celeste e di chiedere aiuto al sacro oracolo. Subito si accostarono entrambi alla corrente del Cefìso, non ancora limpida, ma che già filava nel suo letto usuale. Attinsero dell’acqua, si spruzzarono le vesti e il capo, e quindi volsero il passo verso il tempio della dea Temi. Il tetto era sporco di pallido muschio, non c’era fiamma sugli altari. Come giunsero ai gradini del tempio, ambedue su buttarono in ginocchio chinandosi fino a terra, baciarono pieni di timore la gelida pietra e dissero: “Se alle giuste preghiere le divinità si rabboniscono, se l’ira degli dei si placa, dicci, o Temi, con quale mezzo si può rimediare alla rovina della nostra specie, e soccorri,  o mitissima, il mondo sommerso”.

La dea si commosse e dette questo responso: “Andando via dal tempio velatevi il capo e slacciatevi le vesti e gettatevi dietro le spalle le ossa della grande madre”.

Rimasero per lungo tempo ammutoliti dello stupore. Poi Pirra ruppe per prima il silenzio dicendo che si rifiutava di ubbidire e pregando con voce tremante la dea di perdonarla, ma aveva paura di offendere l’ombra di sua madre, a disperderne le ossa. E continuarono a ripetersi dentro di sé le parole del responso, oscure, tenebrose, e a rimuginarvi sopra.

Ma a un tratto Deucalione, figlio di Prometeo, fece alla figlia di Epimeteo questo consolante discorso: “Forse m’inganno, ma forse ho capito e il responso non è empio e non ci esorta a nessun sacrilegio. La grande madre è la terra; per ossa, penso, vanno intese le pietre, che stanno nel corpo della terra: sono queste che noi dobbiamo gettarci dietro le spalle”.

La figlia del Titano rimase scossa dall’interpretazione del marito; eppure non osavano sperare, tanto ambedue trovavano incredibile il consiglio divino. Ma che male c’era a tentare?

S’incamminarono e si velarono il capo e si slacciarono le vesti, e lanciarono all’indietro dei sassi, ubbidendo al responso, sulle proprie orme. I sassi – che lo crederebbe se non lo attestasse una tradizione così veneranda? – cominciarono a perdere la loro fredda durezza, ad ammorbidirsi a poco a poco e, ammorbiditi, a prendere forma. Quindi crebbero e diventarono di natura più tenera, e allora si incominciarono a intravedere delle forme umane, ma ancora mal rifinite, come se abbozzate nel marmo, similissime a statue appena iniziate. Poi, però, se c’era in loro una parte umida di qualche succo e terrena, questa passò a fungere da corpo; ciò che era solido e impossibile a piegarsi, si mutò in ossa; quelle che erano vene, rimasero, con lo stesso nome. E in breve tempo, per volontà degli dei, i sassi scagliati dalla mano dell’uomo assunsero l’aspetto di uomini, dai lanci della donna rinacque la donna. Per questo siamo una razza dura e rotta alle fatiche e i nostri atti provano di che origine siamo

Ovidio, Metamorfosi, Lib I vv. 318 – 415. trad. Piero Bernardini Mazzolla, Einaudi, I Millenni, 1979

Piramo e Tisbe: e le bacche del gelso divennero scure

Perché il gelso ha le bacche nere ? Per un gravissimo lutto, cui partecipa essendo stato al centro della tragedia di due innamorati ed essere rimasto intriso del loro sangue. Si sarebbero dovuti incontrare  accanto ad un gelso Piramo e Tisbe, secondo la narrazione di Ovidio nel libro quarto delle “Metamorfosi”. E’ un episodio che sembra aver fornito materiale a Shakespeare sull’equivoco di fondo che determina l’orribile tragedia di Romeo e Giulietta. Piramo e Tisbe decidono di darsi appuntamento nei pressi del grande albero “tutto carico di bacche bianche come neve, un alto gelso sull’orlo di una freschissima fonte. Rimasero d’accordo così, e la luce del giorno, che sembrava non volesse più andarsene, alla fine calò nelle acque, e dalle stesse acque emerse la notte. Di soppiatto, aperta con cautela la porta, Tisbe uscì nelle tenebre senza farsi sentire dai suoi, e col volto velato arrivò al sepolcro e si sedette sotto l’albero prestabilito. L’amore la rendeva ardita. Quand’ecco che una leonessa, che aveva appena fatto strage di buoi, venne con la schiuma alla bocca ed il muso intriso di sangue a spegnere la sete nell’acqua della fonte lì accanto. Tisbe di Babilonia la vide di lontano al chiarore della luna, e con piede trepidante corse a rifugiarsi in una grotta oscura, ma mentre fuggiva il velo le scivolò dalle spalle. La feroce leonessa, sedata con molta acqua la sete, stava tornando nel bosco, quando per caso trovò il delicato velo abbandonato, e lo stracciò con le fauci insanguinate. Piramo, uscito più tardi, scorse nell’alta polvere le orme inconfondibili di una belva e sbiancò in tutto il volto, e quando poi trovò anche la veste macchiata di sangue: “Una stessa notte – disse – vedrà la fine di due innamorati. Di noi, era lei la più degna di vivere a lungo; l’anima colpevole è la mia. Sono stato io ad ucciderti, poverina, chè ti ho istigato a venire di notte in luoghi spaventosi e neppure sono arrivato per primo. Straziate il mio corpo e divorate con morsi feroci questi visceri scellerati, tutti voi leoni che abitate sotto questa rupe! Ma è da vili limitarsi a desiderare la morte”. Raccolse i brandelli del velo di Tisbe e li portò con sé ai piedi dell’albero convenuto, e come ebbe versato lacrime, come ebbe impresso baci su quella cara veste, esclamò: “Imbeviti ora anche di un fiotto del sangue mio!” E si cacciò nel ventre il pugnale che aveva al fianco, e subito, morente, lo ritrasse dalla gorgogliante ferita. Cadde a terra supino. Il sangue sprizzò in alto come quando, logoratosi il piombo, un tubo si fende e da un sottile foro esce sibilando un lungo getto d’acqua, che taglia l’aria con violenza. I frutti della pianta, spruzzati di sangue, divengono scuri, e la radice inzuppata continua a tingere di rosso cupo i grappoli di bacche. Ed ecco che lei ritorna – non si è ancora rimessa dalla paura – per non deludere l’innamorato, e con gli occhi e col cuore cerca il giovane e non vede l’ora di raccontargli a che grande pericolo è sfuggita. Ma se ritrova il posto e riconosce la forma della pianta, il colore dei frutti la fa restare incerta: non sa più se sia quella. Mentre è lì in dubbio, vede un corpo agonizzante palpitare a terra in una pozza di sangue, indietreggia, e col volto più pallido del legno di bosso rabbrividisce, come tremola il mare se debole brezza ne increspa la superficie. Ma quando, dopo un attimo, riconosce il suo amore, allora si batte con sonore percosse le braccia che non lo meritano e si straccia i capelli e abbraccia il corpo amato e riempie la ferita di lacrime e mescola il pianto al sangue, e imprimendo baci sul gelido volto grida: “Piramo, che ti è successo? Perché ti ho perduto? Piramo, rispondi! E’ la tua carissima Tisbe che ti chiama. Mi senti? Alza lo sguardo spento!” Al nome di Tisbe, Piramo levò gli occhi su cui già gravava la morte, e come l’ebbe vista li richiuse. Lei riconobbe allora la propria veste e vide la guaina d’avorio senza il pugnale, e disse : “La tua stessa mano e l’amore ti hanno ucciso, infelice! Ma anch’io ho una mano forte per questa cosa almeno: anch’io ho l’amore: sarà questo a darmi la forza di colpirmi. Ti seguirò nella morte, e si dirà che sventuratissima io sono stata la causa e la compagna della tua fine. E tu che avresti potuto essermi strappato, ahi, solo dalla morte, neppure dalla morte potrai essermi strappato. Questa preghiera tuttavia vi rivolgiamo ambedue, o infelicissimi padre mio e padre suo, di non negarci di essere composti in uno stesso sepolcro, noi che siamo stati uniti da un amore  vero, che siamo stati uniti nell’estremo istante. E tu, albero che ora copri con i rami il misero corpo di uno, e presto coprirai i corpi di due, serba un segno di questa tragedia e abbi sempre i frutti cupi, come a lutto, a ricordo del sangue da due insieme versato”. Così disse, e puntatosi il pugnale sotto il petto, si curvò sulla lama che ancora era calda di sangue. La preghiera, però, raggiunse e commosse gli dei, raggiunse e commosse i genitori. E per questo il colore delle bacche, quando sono mature, è nero, e ciò che è avanzato dal rogo riposa in un’unica urna”.

OVIDIO – Metamorfosi, Libro IV, vv. 83-166, trad. Piero Bernardini Mazzola, Einaudi, I Millenni, 1979

 Filemone e Bauci

A mille case bussarono, in cerca di un posto per riposarsi; mille case sprangarono la porta. Una sola, alla fine, li accolse: piccola, sì, e con un tetto di paglia e di canne palustri, ma in quella casa Bàucide, pia vecchietta, e Filèmone, pari a lei per età, vivevano uniti fin dagli anni della giovinezza, in quella capanna erano invecchiati, alleviando la loro povertà col sopportarla senza vergognarsene e serenamente. Inutile domandarsi chi è padrone e chi servitore: la famiglia è tutta lì, loro due; comandano ed eseguono da soli. Quando dunque i due dèi del cielo, arrivati a questa casetta, entrarono chinando il capo, perchè la porta era bassa, il vecchio li invitò ad accomodarsi, accostata una panca sulla quale Bàucide stese premurosamente un ruvido panno. E Bàucide poi smosse sul focolare la tiepida cenere, e ravvivò il fuoco del giorno avanti e lo alimentò con foglie e corteccia secca e lo spinse a levare fiamme soffiandovi su col suo debole fiato. E da un ripostiglio tirò giù ciocchi scheggiati e rametti inariditi, e li spezzetto e li mise sotto a una piccola pentola. E spiccò le foglie alle verdura raccolta dal suo Filèmone nell’irriguo orticello. Lui, con una forca a due punte stacca una spalla affumicata di maiale che pende da una nera trave, e di quella spalla religiosamente conservata taglia una fetta modesta, e ammolla la fetta nell’acqua che bolle. Intanto ingannano il tempo conversando, (perchè l’attesa non pesi. C’è, appeso per il manico ricurvo a un gancio,  un catino di faggio; lo riempiono d’acqua tiepida, e gli arti in esso immersi si ristorano. In mezzo, c’è un letticciolo dalla sponda e dalle zampe di salice, con un saccone di morbide erbe). E scuotono il saccone, di morbida erba di fiume, che sta sul letticciolo dalla sponda e dalle zampe di salice, Vi stendono sopra una coperta, che usano mettere soltanto nei giorni di festa; ma anche questa coperta è misera e logora, non stonata per un lettuccio di salice. Gli dèi si adagiano. La vecchia, con la veste tirata un po’  su, tremolando, apparecchia la tavola; ma una delle tre zampe della tavola è troppo corta. Un coccio la pareggia; infilato sotto, elimina la pendenza, e il piano viene poi pulito con un ciuffo di verde menta. E sopra si pongono ora olive di due colori, sacre alla schietta Minerva, e corniole autunnali immerse in liquida salsa, e indivia e ravanelli e una forma di latte cagliato, e uova voltolate delicatamente su cenere non troppo rovente: tutto in stoviglie di terracotta. Viene quindi piazzato un boccale cesellato nello stesso… argento, e bicchieri fabbricati in faggio, stuccati all’interno con bionda cera. Non passa molto, che dal focolare arrivano le pietanze belle calde, e di nuovo si porta il vino (non davvero di età veneranda), e poi il vino, scostato un po’, fa posto alla frutta. Ora sono noci, sono fichi secchi misti a datteri grinzosi, e prugne, e mele profumate,  in larghi canestri, e uva colta da tralci purpurei. Al centro, un candido favo. E a tutto questo si aggiungono facce buone, sollecitudine sincera e generosa. In quel mentre i vecchi vedono che il boccale, a cui si è attinto tante volte, si riempie da solo, che da solo il vino ricresce. Sbigottiti da quel fatto incredibile, sono presi, Bàucide e il timido Filèmone, da sacro terrore,  e con i palmi delle mani  levati verso il cielo si mettono a mormorare preghiere e chiedono scusa per le pietanze così umili e umilmente servite. C’era un’unica oca, guardiana di quella minuscola cascina,, e i padroni si apprestavano ad ammazzarla per i loro ospiti divini. Starnazzando essa scappa e li stanca, già lenti per l’età, facendosi inseguire a lungo, e alla fine si rifugia, così sembra, proprio accanto agli dèi. E questi proibiscono di ucciderla, e dicono: “Dèi siamo noi, e i vostri empi vicini avranno la punizione che si meritano, mentre a voi sarà dato di restare immuni dalla sciagura. Lasciata soltanto la vostra casa, seguite i nostri passi e venite con noi in cime al monte”. I due obbediscono, e sostenendosi col bastone, a fatica avanzano passo passo su per la lunga pendice. Distavano dalla vetta quanto può essere il tragitto di una freccia: volgono gli occhi, e vedono che giù tutto è sommerso da una palude: tutto, tranne la loro dimora. E mentre guardano sbalorditi e piangono la sorte dei loro vicini, quella vecchia capanna, piccola anche per i suoi due padroni, si trasforma in un tempio: colonne subentrano al posto dei pali, la palla gialla del tetto manda sprazzi d’oro, si vedono porte cesellate, il suolo rivestito di marmo. E allora Giove, figlio di Saturno, pronuncia con placida voce queste parole: “O buon vecchio e tu, donna degna del tuo buon marito, esprimete un desiderio”. Consultatosi brevemente con Bàucide, Filèmone riferisce agli dèi la loro scelta comune: “Chiediamo di essere sacerdoti e guardiani del vostro tempio, e poiché siamo vissuti d’accordo tanti anni, vorremmo andarcene lo stesso istante: che io non debba vedere al tomba di mia moglie, né lei debba tumulare me”. Il desiderio fu esaudito. Furono custodi del tempio, finchè fu loro concesso di vivere. E un giorno, mentre sfiniti dagli anni, dalla vecchiaia, stavano per caso in piedi davanti alla sacra gradinata e rinarravano le vicende del luogo, Bàucide vide Filèmone coprirsi di fronde,il vecchio Filèmone vide coprirsi di fronde Bàucide. E mentre già una cima cresceva sui loro due volti, continuarono a scambiarsi parole, finchè poterono, e “Addio, mia metà” dissero nello stesso momento, e la scorza velò e suggellò in uno stesso momento le loro bocche. Ancor oggi gli abitanti della Frigia mostrano lì due tronchi vicini, tronchi che furono i loro due corpi. Queste cose mi sono state raccontate da vecchi degni di fede, che non avevano motivo d’inventarmi bugie. Del resto, ho visto delle ghirlande appese ai rami, e ho appeso io stesso ghirlande fresche dicendo: “Chi fu caro agli dèi, divino sia, e a chi un giorno onorò, sia reso onore”.

Ovidio, Metamorfosi, Libro VIII vv. 620-724, trad. Piero Bernardini Mazzolla, Einaudi, I Millenni, 1979

Enea e la Sibilla cumana

  E’ la Sibilla cumana che parla a Enea nel penultimo libro delle “Metamorfosi” di Publio Ovidio Nasone. L’eroe virgiliano ha incontrato la Sibilla e le ha chiesto di fargli vedere il padre Anchise ormai oltre l’Averno, nel regno dei morti ed è commosso, vorrebbe sdebitarsi: “Io non so se tu sia veramente una dea o soltanto carissima agli dei, ma per me sarai sempre un essere divino, e sempre ti sarò riconoscente per avermi permesso di scendere in questi luoghi della morte e di tornar fuori da questi luoghi dopo aver visto la morte. In cambio di questo favore, quando sarò di nuovo all’aperto sotto il cielo, ti erigerò un tempio, ti onorerò con incenso”. Dunque promette il massimo di quanto può promettere un uomo del destino, un uomo sul quale non hanno gravato solo le membra del vecchio padre durante l’incendio di Troia, ma grava ancora il futuro della città caput mundi, ancora da fondare. Nulla di questo fa inorgoglire la Sibilla che “sospirando dal profondo del petto risponde: “Io non sono una dea, e tu non onorare con sacro incenso un essere umano. Perchè l’ignoranza non t’induca in errore, sappi che luce eterna e senza fine mi sarebbe stata donata se la mia verginità si fosse schiusa a Febo, che mi amava. Febo, sperando in questo, cercando di corrompermi con doni, mi disse: “Esprimi, o vergine cumana, un desiderio, e il tuo desiderio sarà esaudito”. E io raccolsi un mucchietto di polvere e mostrandoglielo chiesi che, quanti granelli di polvere c’erano in quella manciata, tanti anni di vita mi fossero dati. Sciocca. Non mi venne a mente lì per lì di chiedere che fossero anche anni di gioventù. E tuttavia lui mi avrebbe concesso anche questo, una giovinezza perenne, se avessi ceduto alle sue voglie. Disprezzata l’offerta di Febo, eccomi qui, sempre nubile. Ma ormai l’età più bella ha voltato le spalle, e con tremulo passo avanza la penosa vecchiaia, che a lungo dovrò sopportare. E infatti, vedi, già sono vissuta sette secoli; per raggiungere il numero di granelli di polvere, ancora devo vedere trecento raccolti e trecento vendemmie. Verrà un giorno che la lunga esistenza mi renderà piccola, da grande che ero, e il mio corpo consunto dalla vecchiaia si ridurrà a un fuscello infinitesimale. Non si riuscirà più a immaginare che qualcuno abbia potuto amarmi e che si potuta piacere a un dio. E forse perfino Febo o non mi riconoscerà o negherà di avermi mai amata. Così mi ridurrò! Poi, diventerò completamente invisibile, ma che ci sono si capirà dalla voce. La voce, il destino me la lascerà”.

Ora sono trascorsi anche i trecento raccolti e le trecento vendemmie dal racconto dell’incontro della Sibilla con Enea; e se la Sibilla avesse chiesto di vivere non per il numero dei granelli di sabbia in una mano, ma per tutto il tempo raccolto nei granelli dell’altra mano, anche quegli anni sarebbero passati. E neanche più la voce della Sibilla si percepisce, neanche quel dono di quasi-eternità, si è conservato, perchè nessuno la ascolta più, è cambiata anche la fede degli uomini in certi dei. Ma l’immagine di una donna che non si concede per non corrompersi forse rimarrà come esempio contro tutte le corruzioni. E poco prima, alla preghiera rivolta da Enea per vedere il padre, la Sibilla aveva risposto: “Grande cosa chiedi” enucleando tutte le difficoltà e la grandezza di una richiesta così straordinaria come quella di andare nel regno dei morti e poi lasciarlo per tornare nella terra dei vivi. Ma il messaggio della semi-dea cumana si conclude: “Nessuna via è preclusa alla virtù”. E premia la virtù di Enea. Attraverso quella, premia tutte le vere virtù, quelle che si conservano integre anche davanti alle offerte della corruzione. Giungerebbe anche a dire di non averla mai amata lo stesso Febo, ma lei non rimpiange di non essersi donata a lui, pur se questo le è costato vivere una vita per millenni fatta solo di vecchiaia e di “tremulo passo” dopo una giovinezza durata lo spazio di un mattino.

OVIDIO – Metamorfosi, Libro XIV, vv. 116-153, trad. Piero Bernardini Mazzola, Einaudi, I Millenni, 1979

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