CINQUANTA ANNI DALLA VITTORIA DI UNA PATTUGLIA DI LIBERTARI

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NELLA PRIMAVERA DEL 1976 I PRIMI VAGITI DELLA TESTATA GIORNALISTICA “RADIO GIORGIO FARINA”, SUBITO DOPO IL FAR WEST DELLA CADUTA DEL MONOPOLIO E MENTRE GLI ANELITI DEI GIOVANISSIMI DIVENTAVANO REALTA’

12 APRILE 2026 – Pochi, tra coloro che avviavano gli “LP” (Long playng) sui “Pioneer”, giradischi di grande affidabilità, perché Giorgio Farina li incanalasse nelle onde a modulazione di frequenza, sapevano come e perché la Corte Costituzionale potesse intervenire, e quando, a tutelare il diritto di espressione e, in particolare quello di manifestazione del proprio pensiero. Erano i mesi che precedevano la rivoluzionaria sentenza della Consulta sulle radio private. Tra Via degli Archibugi e Via De Nino una squadriglia di giovani, improvvisati paladini della nuova libertà sulle onde, si avvicendava fino a notte tarda.

Nel retrobottega della rivendita di elettrodomestici, Farina e alcuni ragazzotti pieni di idee, qualcuno anche super-esperto di nuovi gruppi musicali, delle nuove tendenze, cominciavano a sentire il brivido di essere ascoltati in diretta, qualunque cosa dicessero, nei limiti del decente. Erano i primi mesi del 1976 e tutto partì per l’assoluta facilità con la quale Farina giocava con le sue macchine, bonario Mangiafuoco: con la sua arte sapeva aggregare giovani e qualche attempato signore distinto, animato dalla curiosità di vedere come e da chi il monopolio della Rai veniva sbancato. Indici di ascolto da capogiro mostravano ai Sulmonesi che l’impatto con la libertà sull’etere era ormai una conquista irrinunciabile. Molto hanno influito le dediche delle canzoni: un escamotage un po’ simile ai commenti sui siti internet di adesso, ma molto più pulito, perché nella Sulmona dei 25.000 abitanti anche dedicare quasi sempre la stessa canzone da Carlo a Francesca faceva capire a tutti chi fosse l’uno e chi fosse l’altra. Quindi, l’anonimato era solo di facciata e Cesare Antomarchi, il più sfrenato dj in quella fine d’inverno e inizio di primavera, conosceva i suoi polli e somministrava “emozioni dedicate” con la parsimonia di chi vuole che il gioco duri il più a lungo possibile e, con esso, gli ascolti.

Ma di un diritto a trasmettere senza essere inseguiti dalla legge nessuno poteva ancora parlare, perché non si sapeva neppure quando la Corte Costituzionale avrebbe esaminato la più delicata delle materie giuridiche in fatto di libertà che si fosse proposta dalla entrata in vigore della legge “Disposizioni sulla stampa” del 1948. Tutti potevano fondare giornali di carta e registrarli; ma nessuno poteva registrare testate giornalistiche che fossero trasmesse via etere. Il motivo era semplice, anche se adesso ad un giovane può apparire curioso. Sull’etere non si potevano annidare frequenze a go-gò, perché gli “spazi” erano limitati. Né la legge riteneva giusto che avesse diritto chi arrivava tra i primi, anche se poi questo è accaduto per un certo periodo e poi per una legge Mammì fatta solo per fotografare la situazione stabilizzata in seguito all’arrembaggio. Quindi, per evitare abusi, il monopolio doveva perdurare.

Al Nord le radio private erano già sontuose emittenti con investimenti miliardari (e ritorno immediato dalla pubblicità). In Via De Nino l’ordine era di scappare se fosse arrivata la Polizia. Non ci fu nessuna incursione, né mentre Cesare faceva scivolare gli Lp sui Pioneer, né quando, stremati all’alba, i tecnici mandavano nastri registrati per accompagnare il sonno di chi non credeva ancora di poter sentire la musica richiesta, le parole delle persone che incontrava per strada il giorno dopo, qualche piccola nota che stava per prendere il ruolo di notizia nel radiogiornale di maggio.

Ma se non ci furono sequestri e colpi di scena, il passo inesorabile della legge cominciava a scandire i tempi della focosa voglia di libertà: una “comunicazione di reato” giunse dal Pretore di Sulmona, Lucio Belloni Mellini, proprio a Giorgio Farina, che gli investigatori avevano individuato come il deus ex machina di questa “ribellione” aperta allo status quo. E Farina tutto sopportava con slancio, tranne l’idea di confrontarsi con aule di tribunale. Fu rassicurato solo dalla prospettiva che, prima che decidesse il Pretore, fosse la Corte Costituzionale a cancellare l’odioso monopolio. Con la sentenza dal numero palindromo 202, la “Consulta” tolse d’impaccio Farina ed altre centinaia di imprenditori lanciati verso la legittimazione dopo aver attraversato in tutta fretta il Far West della disintegrazione monopolistica. La decisione dei giudici costituzionali (tra i quali Vezio Crisafulli che era il faro di migliaia di studenti in giurisprudenza) era una via di mezzo accettabile: tutti potevano mettersi al microfono e mandare onde radio, purchè lo facessero “in ambito locale”. In questo modo si evitava l’affollamento su una banda di modulazione di frequenza (onde ultracorte) perché i 103,80 di Radio Giorgio Farina nella Valle Peligna non interferivano con la stessa frequenza di Napoli o anche solo di Castel di Sangro. Poi, in modo piratesco, il “Cavaliere” Berlusconi realizzò emissioni sincrone per stazioni radio che di fatto si accostavano alla Rai; ma questa è un’altra storia, resa possibile dalla stampa, nottetempo, di una Gazzetta Ufficiale fatta apposta da Craxi per l’amico.

L’esplosione di gioia per chi poteva ancora fare dediche e sentire bella musica “in ambito locale” (cosa interessava, poi, che quella canzone non giungesse fino a L’Aquila?) fu tale che RGF divenne la protagonista assoluta dei transistor e, poi, delle famiglie che si convertirono alla radio… fatta in casa. Ma già era pronta la testata giornalistica, registrata per prima al tribunale nel maggio 1976, cioè in anticipo sulla sentenza della Corte Costituzionale: quando si dice aver fiducia che il cielo si rassereni…

(1 – continua)

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