Remedia amoris

426

Amore, poi che lesse il titolo del mio piccolo libro:

“Contro di me, lo vedo, – disse, – si fa la guerra”.

Di misfatti, Cupido, non accusare il tuo poeta, quello

che portò tante volte le insegne del suo duce.

Io non sono il Tidide, da cui, ferita, tua madre nei fluidi

spazi tornò del cielo sui cavalli di Marte.

Se in altri benchè giovani cadde l’ardore, io sempre invece amai

e se che cosa faccio mi chiedi ancora, amo.

Chè anzi io insegnai con che arte di amore impossessarsi

e ciò che ora è ragione, fu impeto a suo tempo.

Capriccioso ragazzo, io non tradii nè te nè la mia arte,

non smentì questa nuova Musa il lavoro antico.

Se c’è chi ama e amare gli piace, goda pure del felice

suo ardore navigando al vento che lo spinge,

chi invece di una donna indegna il prepotere non sopporta

non si perda ma trovi nella mia arte aiuto.

Perchè accade che al collo annodatosi il laccio, un amante

penzoli, triste carico, dalla trave più alta?

Perchè un altro ha trafitto il suo cuore con il rigido ferro?

Tu che ami la pace, hai in odio il sangue sparso.

Chi esclude la rinuncia, di un amore infelice va a morire:

lascialo dunque, e artefice di morte non sarai.

Ragazzo sei, nient’altro se non giocare occorre che tu faccia.

Gioca, mite è il potere che conviene ai tuoi anni.

(Usare tu potevi nelle tue guerra di frecce snudate

ma le tue arimi escludono quel sangue che dà morte).

Lascia tuo zio combattere con le spade e con l’asta acuta e andarsene

da vincitore, insanguinato di molta strage.

Tu coltiva le arti materne il cui uso è ben protetto,

del vizio delle quali non vi fu madre priva.

Fai che infranta la porta sia da notturne risse, e che coperte

da corone molteplici siano le ante adorne,

che i giovani si uniscano a timide ragazze di nascosto

con ogni mezzo il cauto loro uomo beffando,

e ora blandisca e ora aggredisca quel rigido battente

o lamentandosene canti l’amante escluso.

Di questi pianti appàgati, nè ci sarà chi di morte ti incolpa:

sotto avidi roghi non si accenda il tuo fuoco.

Questo io dissi. Mosse le sue ali gemmate l’aureo Amore

e: “Concludi, – mi disse, – l’opera che hai in mente”

Ai miei insegnamenti su venite, voi giovani ingannati,

che il vostro stesso amore deluse interamente.

Imparate a guarire da colui che ad amare vi ha insegnato:

sarà un’unica mano a ferirvi e a guarirvi.

Nutre la terra erbe salutari così come nocive

e accade che la rosa sia vicina all’ortica. (1-47)

Umane creature, con la mia guida i tormentosi affanni

domate, e vada dritta coi compagni la nave.

Ovidio era da leggere quando ad amare voi imparaste, e oggi

quel medesimo Ovidio da voi sia letto ancora.

Di libertà assertore per tutti, i cuori oppressi dai padroni

guarirò e che ciascuno abbia la sua rivalsa. (69-74)

Di che natura sia il tuo amore, rapidamente osserva

e sottrai a quel giogo rovinoso il collo.

Dall’inizio combattilo, l’arte medica arriva tardi quando

tra lunghi indugi il male accresce la sua forza.

E tu non ti fidare delle ore che verranno, ma abbi fretta:

meno pronto di domani sarà chi non lo è oggi.

Ogni amore di noi si fa gioco, l’indugio lo incrementa

per la rivalsa il giorno migliore è il più vicino.

Pochi fiumi che nascano da ricchissime fonti puoi vedere,

gli altri, tutti si ingrossano per raccolta di acqua (89-98)

Chi se non un demente impedirà di piangere a una madre

che seppellisce un figlio? Non è quello il momento

della ragione. Quando di pianto avrà saziato il cuore afflitto

parlandole potrai lenire il suo dolore.

La medicina, in fondo, è arte del tempo: preso al tempo giusto

giova il vino, ma nuoce se il momento è sbagliato.

Che anzi i vizi stessi si accendono irritandosi ai divieti

qualora tu nei giusti tempi non li aggredisca.

Quando tu sembrerai alle cure dell’arte mia disposto

fuggi, come io ti insegno, l’ozio prima di tutto.

L’ozio spinge all’amore, e poi che l’ha ispirato, lo difende,

l’ozio è ragione e cibo di questo allegro male.

Se tu elimini l’ozio, vengono meno gli archi di Cupido

e senza luce giacciono le faci a terra, offese.

(…)

Ci sono i tribunali, le leggi, la tutela degli amici:

frequenta in Roma i luoghi splendidi della pace

o la tua giovinezza presta agli uffici spietati di guerra,

e avverrà che il piacere ti volga ormai le spalle. (127-154)

E se è tempo di innesti, fai sì che un ramo adotti un altro ramo,

che l’albero si atteggi sparso di chiome altrui (195-196)

C’è chi può i miei precetti chiamare, ne convengo, duri; molte

cose che fanno male soffrirai, per guarire.

Amari succhi bevvi non volendolo, quand’ero malato

e il cibo mi negarono che pregando chiedevo.

Per riscattare il corpo, soffrirai ferro e fuoco, senza dare

alle aride labbra il sollievo dell’acqua

benchè assetato. E nulla dovresti tollerare per guarire

nell’animo, che pure del corpo ha più valore? (225-232)

Mi accadde, or è poco, di innamorarmi di una donna; quella

però non corrispondeva al mio affetto. E come

Podalirio malato, mi curavo con le mie erbe e ero,

da malato, confesso, un medico indecente.

Mi giovò soffermarmi sui vizi dell’amica, assiduamente,

e, facendolo spesso, ciò mi fu salutare.

Mi dicevo “che brutte gambe ha questa donna che io amo!”

(anche se, a dire il vero, per nulla erano brutte).

“Come non belle sono le braccia della donna che amo!”

(anche se invece erano belle, a dire il vero).

“Come è bassa!” (ma non lo era). “Quanto pretende dal suo amante!”;

fu questo soprattutto a ispirarmi avversione.

Del resto il male è certo vicino al bene, e proprio questo errore

fa che sia incriminata la virtù come il vizio.

Per quanto puoi, converti le qualità di una donna in peggio

fallendo il tuo giudizio per un margine esiguo.

Se è piena di’ che è grassa, se è bruna di’ che è nera,

se è gracile può essere di magrezza accusata.

Tu potrai definirla sfrontata se soltanto non è goffa,

e goffa potrai dire quella che è solo onesta.

Inoltre, se per caso priva di certe doti è la tua amica,

pregala dolcemente di esibirsi in quelle.

Chiedile di cantare, se proprio non ha voce, o a ballare

spingila, se neppure sa muovere una mano.

Se è barbara di lingua, fa’ che ti parli a lungo, e se a toccare

le corde non ha appreso, le chiederai la lira.

Se rigido è il suo passo, fa’ che vada e che venga. Se i suoi seni

tutto il petto le invadono, nessuna fascia copra

questo difetto. Narrale, se ha denti brutti, ciò di cui le rida,

e se deboli ha gli occhi, fai in modo che pianga.

Sarà utile inoltre, prima che quella ceda agli artifici

dirigersi da lei in fretta, di mattina.

Il lusso ci seduce. Tutto tra gemme e oro può nascondersi,

minima parte resta di se stessa alla donna.

In tanto sfarzo spesso dove sia ciò che ami più non trovi:

con questo scudo Amore, se è ricco, inganna gli occhi.

Tu arriva all’improvviso, e la sorprenderai senza difese:

cadrà infelicemente, mostrando i suoi difetti.

Tuttavia è malsicuro fidarsi troppo di questo consiglio,

la bellezza senz’arte seduce e inganna molti.

E quando, preparati i veleni, se ne spalmi la faccia

se il pudore lo ammette, puoi contemplarle il volto.

Scatolette e colori di mille cose troverai e untume

che scivola e fluisce sui suoi tiepidi seni.

Impiastri, questi, che hanno l’odore, Fineo, delle tue vivande:

più di una volta, infatti, mi hanno dato la nausea (vv.321- 356)

Traduzione di Gabriella Leto – Ovidio – Opere- Vol. I –  Einaudi – Biblioteca della Pleiade – Torino 1999

Nell’immagine del titolo: Giovanni Bilivert, Eco e Narciso, olio su tela, 1633, Schleissheim, Staatsgalerie