Fasti

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Ultimo dopo Antènore Enea portò dalle fiamme

di Troia i suoi Penati in questa regione.

Solo dall’Ida frigio Sòlimo gli era compagno,

da cui ebbero nome le mura di Sulmona:

Sulmona fresca, il luogo, o Germanico, dove son nato.

Ahimè quanto lontana dal suolo di Scizia!

Perciò io così lungi… ma soffoca, Musa, i lamenti!

Tu non devi le feste cantar con triste cetra!

Ove l’astio non giunge? C’è chi invidioso vorrebbe

a te togliere, o dea, l’onor di questo mese.

Perchè la primavera tutto dischiude, e il rigore

cede del verno intenso, e il suol gravido s’apre,

si crede che l’aprile sia detto dal tempo che s’apre:

ma l’alma dea lo vuole per sé e se lo prende.

Certo, ella, la più degna, regge l’intero universo;

e non è il suo potere minor degli altri dèi.

Ella dà leggi al cielo, alla terra ed all’onde native

e per l’amor che spira ogni essere conserva.

Creò tutti gli dei – lungo sarebbe l’elenco – ;

dà ai campi ed alle piante virtù generativa.

I rozzi animi umani raccolse in consorzio civile

e insegnò loro a unirsi, ciascun con la compagna.

Chi genera gli uccelli, se non il soave piacere?

Né, senza il dolce amore, coirebbero i bruti.

Cozza il monton feroce con altro montone, ma bada

di non toccar la fronte della diletta agnella.

Il toro, delle balze terrore e dei pascoli ombrosi,

lasciando la ferocia, va dietro la giovenca.

La sua forza conserva quanto sott’acqua respira,

e il vasto mar riempie di moltissimi pesci.

Prima ella dirozzò il genere umano: da lei

provenne la nettezza e il vezzo d’adornarsi.

Fu per primo un amante, si crede, a cantar alla porta

chiusa la serenata, la notte a lui negata:

fu l’eloquenza che piegò la fanciulla ritrosa,

e per la propria causa ciascun era facondo.

Da lei venner mill’arti: si sa che il desio di piacere

molti vezzi trovò che prima eran ascosi.

Chi toglierle oserebbe l’onore del mese di aprile?

Oh codesta follia vada da me lontano!

Perchè la dea, potente per tutto e onorata di molti

templi, qui tuttavia ha maggior diritti?

Venere combattè per la tua Troia, o Romano,

quando gemè ferita alla tenera mano:

e, giudice un troiano, vinse due dive celesti:

vorrei che le dee vinte scordassero codesto!

E, perchè il grande Cesare un giorno vantasse com’avi

i Giuli, ella si disse d’Assàraco la nuora.

Più della primavera non c’era nessuna stagione

che convenisse a lei: bella è la terra, i campi

sciolti dal gelo, l’erba spunta squarciando la terra,

mette il tralcio le gemme fuor della scorza gonfia.

E Venere, ch’è bella, ben degna è di bella stagione;

e, come suole, vien subito dopo Marte.

Di primavera incuora le navi a solcare il materno

mare  e a non più temere le minacce del verno.       (Fasti, IV, 77/132)