Fu allora che ti vidi e conobbi chi eri.
Allora la mia mente conobbe la rovina.
Ti vidi, mi smarrii, arsi di ignoto fuoco
come torcia di pino arde davanti agli dei.
Eri bello e il mio stesso destino mi guidava.
Attraevano gli occhi tuoi ogni mio sguardo.
Perfido, l’avvertisti. Chi nasconde l’amore?
E’ tradita la fiamma dalla sua stessa luce.
Ti è dato come legge che di feroci buoi
tu prema il duro collo al vomere inconsueto.
Tori di Marte, fieri non solo per le corna
erano, con un fiato terribile di fuoco.
Tutti di bronzo i piedi, e bronzo alle narici
che il loro stesso fiato aveva reso oscure.
Ti si dice di spargere con la docile mano
per campi estesi, semi generanti guerrieri
che ti assalgano, armati di loro proprie armi,
messe davvero ingrata al suo seminatore.
Di un custode incapace di soccombere al sonno
ingannare con arte gli occhi è l’ultima prova.
Quando Eeta parlò, costernati vi alzaste,
l’alta mensa dai letti purpurei fu scostata.
Quanto lontano allora di Creusa il dotale
regno, e il suocero e anche di Creonte la figlia!
Tu triste te ne andasti, io ti seguii con gli occhi
umidi e con sommessa voce ti dissi addio.
Come raggiunsi il letto alzato nella stanza,
sconvolta, lacrimante, passai la notte intera.
Davanti agli occhi miei tori e messi sinistre,
davanti agli occhi miei stava l’insonne drago.
Era amore e timore, che amore sempre accresce.
Nella stanza al mattino la mia dolce sorella
mi trovò con le chiome scomposte, sulla bocca
sdraiata e tutto intorno di lacrime era pieno.
Per i Minii l’aiuto chiede……
Ciò che vuole accordiamo noi al figlio di Esone.
C’è un bosco tutto oscuro per gli abeti e le fronde
di leccio, dove appena può penetrare il sole.
C’è in esso, o almeno c’era, un tempietto di Diana.
La Dea è ritratta in oro, da barbarica mano.
Lo sai tu, o quei luoghi, non solo me, hai scordati?
Vi giungemmo, e dicesti, con la tua bocca infida:
“Ogni potere e arbitrio della mia salvezza
sorte ti ha dato e morte e vita hai nelle mani.
Il potere di perdermi è abbastanza, se in conto
lo tieni, ma salvandomi avrai maggiore gloria.
Per le mie sofferenze ti prego, che alleviare
puoi, per la stirpe e il grande avo che tutto vede
per il volto e gli arcani misteri della triplice
Diana, se mai possiede giusti dèi questa gente,
abbi pietà, fanciulla, di me e dei miei compagni.
Fammi per sempre tuo con i tuoi benefici
e se poi non disdegni per marito un pelasgo
(sarebbero gli dèi a me tanto propizi?)
svanirà la mia vita nell’aria lieve prima
che nel mio letto entri una diversa sposa.
Lo attesterà Giunone che presiede alle nozze
e la dea nel cui tempio marmoreo ci troviamo”.
Queste poche parole, la tua mano congiunta
alla mia mi turbarono, inesperta fanciulla.
Le tue lacrime vidi (anche in quelle c’è un’arte
della frode) e fui subito dalle parole presa.
Senza bruciarti aggioghi tori dal bronzo piede,
fendi la dura terra col vomere prescritto.
Di avvelenati denti, non di semi riempi
i solchi, e una milizia nasce, con spada e scudo.
Pallida mi sedetti, io che ti avevo dato
il filtro, quando vidi armati gli improvvisi
guerrieri, finchè (strano prodigio) questi figli
della terra l’un l’altro si avventarono in lotta.
Ed ecco, il drago insonne, irto di crepitanti
squame, sibila e in terra contorcendosi striscia.
I beni della dote, la tua regale sposa
dov’erano? e l’istmo che separa i due mari?
Io, la stessa che ora barbara definisci
che povera ti sembro e perfino nemica
gli occhi di fiamma a un sonno magico sottomisi
affinchè senza rischio il vello tu rapissi.
Mio padre fu tradito, regno e patria lasciai,
la mia diletta madre, la mia dolce sorella.
Un soldato straniero prese la mia purezza
l’esilio, qual che fosse, accettai come un dono.
Ma te, fratello, nella mia fuga non lasciai,
soltanto a questo punto la lettera è incompleta.
Ciò che fece non osa scrivere la mia mano.
Dovevo, ma con te, essere anch’io straziata.
Neppure ebbi timore (che cos’altro temere?)
di affidarmi al mare, nonostante la colpa.
Gli dèi dove mai sono, se nell’abisso il giusto
castigo non travammo di crudeltà e di frode?
Dovevano spezzarci le Simplegadi avvinti
insieme e le mie ossa schiacciare sulle tue
o darci la rapace Scilla in pasto ai cani,
(l’umana ingratitudine doveva ella punire),
e quella che altrettanti flutti vomita e inghiotte
perchè non ci ha sommerso nel mare di Scilla?
Hai vinto e alle emonie città salvo ritorni
offri la lana d’oro agli dèi della patria.
Perchè dire le figlie di Pelia le cui piccole
mani pietose il corpo spezzarono del padre?
(Come gli altri ti incolpano, bisogna che ti lodi,
tu per cui tante volte al male fui costretta).
Osasti (oh, la dovuta parola manca al giusto
dolore) dirmi “esci dalla casa di Esone”.
Così lasciai il palazzo insieme ai miei due figli
e all’amore per te che costante mi segue.
Non appena udii il canto di Imeneo
e brillarono lampade di sfavillante fuoco
e carmi coniugali effuse a voi la tibia
per me più lamentosa della funebre tromba,
il rimore mi prese, e non credevo ancora
ma il freddo tuttavia invadeva il mio cuore.
La folla che avanzava “Imeneo” ripeteva
e sempre più soffrivo alla voce vicina.
Piangevano gli schiavi volti altrove, le lacrime
coprendo (chi poteva tanto male annunziarmi?)
Qualunque cosa fosse preferivo ignorarla
ma come se sapessi l’anima mia era triste.
E il minore dei figli, per caso o di vedere
curioso, sulla soglia della porta si pose.
“Vieni qui, madre, vieni! Cinto d’oro mio padre
Giasone il corteo guida e il tiro dei cavalli”.
La veste mi strappai, il petto mi percossi,
e neppure il mio volto da me fu risparmiato.
Il cuore mi spingeva a entrare nella folla
e ad afferrare i nodi delle chiome acconciate.
Appena mi trattenni, scarmigliata com’ero,
dal gridare, afferrandoti con le mani “egli è mio”.
Gioisci, padre offeso, gioite anche voi, Colchi.
Prendimi, ombra fraterna, come un’espiazione.
Sono sola, ho perduto il regno, patria e casa
e lo sposo che, solo, era per me ogni cosa.
Io che i serpenti e i tori furiosi seppi bene
domare non ho forza solo per mio marito,
e quella che i selvaggi fuochi spense coi dotti
filtri non sa fuggire la propria interna fiamma.
Mi mancano le erbe, le arti e gli incantesimi
nè la dea nè i misteri di Ecate hanno potere.
Non mi è gradito il giorno, veglia amara è la notte
fugge il tenero sonno dal mio petto dolente.
Io che il drago sopii, non posso addormentarmi
per altri, non per me la mia scienza è capace.
Il corpo che ho salvato una rivale abbraccia,
è lei che coglie i frutti nati dal mio lavoro.
Forse, mentre ti vanti con la stolta compagna
e adatti i tuoi discorsi alle orecchie nemiche
contro la mia persona, i miei costumi, inventi
vane accuse. Che rida, gioisca dei miei vizi.
Che rida e si abbandoni superba nella porpora.
Piangerà un giorno e il suo supererà il mio fuoco.
Finchè vi sarà il ferro e la fiamma e il veleno
nessun nemico l’ira fuggirà di Medea.
Se le preghiere toccano per caso un ferreo cuore
ora ascolta le mie moderate parole.
Supplice vengo a te come tu spesso fosti
con me ed a gettarmi non esito ai tuoi piedi.
Se spregevole sono, rivolgiti ai miei figli
con cui sarà crudele la superba matrigna.
E troppo ti assomigliano, mi tocca il loro aspetto
quante volte li vedo, altrettante io piango.
Ti prego per gli dèi, per la fiamma ancestrale,
per i miei benefici, per i due nostri figli
torna a me tu per cui, folle, ho tutto lasciato.
Credi alle mie parole, e donami il tuo aiuto.
Non ti chiedo che ti adopri contro uomini e tori
o che il serpente dorma, vinto dalla tua arte.
Voglio te, io ti merito, tu stesso ti sei dato
a me, noi divenimmo insieme padre e madre.
Dov’è la dote? chiedi. Consisteva nel campo
che per rapire il vello ti fu dato di arare.
Quel difficile ariete, mirabile per l’oro,
era la dote che se ti dico “rendi”, neghi.
Per la mia dote salvo sei tu e i giovani greci.
Tu ora, iniquo, prenditi la ricchezza di Sisifo.
Se vivi, e puoi vantare moglie e suocero illustri
tutto ciò, per ingrato che tu sia, me lo devi.
Assai presto a loro… Ma che giova il castigo
dire prima? Minacce atroci esprime l’ira.
Mi pentirò, ma vado dove l’ira mi porta.
Lascerò fare al dio che sconvolge il mio cuore
Qualcosa di più grave agita la mia mente
Nella immagine del titolo: Charles-Antoine Coypel, Giasone e Medea, olio su tela, Berlino, Castello di Charlottenburg






