Heroides

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Medea a Giasone

Fu allora che ti vidi e conobbi chi eri.

Allora la mia mente conobbe la rovina.

Ti vidi, mi smarrii, arsi di ignoto fuoco

 come torcia di pino arde davanti agli dei.

Eri bello e il mio stesso destino mi guidava.

 Attraevano gli occhi tuoi ogni mio sguardo.

 Perfido, l’avvertisti. Chi nasconde l’amore?

 E’ tradita la fiamma dalla sua stessa luce.

Ti è dato come legge  che di feroci buoi

tu prema il duro collo al vomere inconsueto.

Tori di Marte, fieri non solo per le corna

erano, con un fiato terribile di fuoco.

Tutti di bronzo i piedi, e bronzo alle narici

che il loro stesso fiato aveva reso oscure.

Ti si dice di spargere con la docile mano

per campi estesi, semi generanti guerrieri

che ti assalgano, armati di loro proprie armi,

messe davvero ingrata al suo seminatore.

Di un custode incapace di soccombere al sonno

ingannare con arte gli occhi è l’ultima prova.

Quando Eeta parlò, costernati vi alzaste,

l’alta mensa dai letti purpurei fu scostata.

Quanto lontano allora di Creusa il dotale

regno, e il suocero e anche di Creonte la figlia!

Tu triste te ne andasti, io ti seguii con gli occhi

umidi e con sommessa voce ti dissi addio.

Come raggiunsi il letto alzato nella stanza,

sconvolta, lacrimante, passai la notte intera.

Davanti agli occhi miei tori e messi sinistre,

davanti agli occhi miei stava l’insonne drago.

Era amore e timore, che amore sempre accresce.

Nella stanza al mattino la mia dolce sorella

mi trovò con le chiome scomposte, sulla bocca

sdraiata e tutto intorno di lacrime era pieno.

Per i Minii l’aiuto chiede……

Ciò che vuole accordiamo noi al figlio di Esone.

C’è un bosco tutto oscuro per gli abeti e le fronde

di leccio, dove appena può penetrare il sole.

C’è in esso, o almeno c’era, un tempietto di Diana.

La Dea è ritratta in oro, da barbarica mano.

Lo sai tu, o quei luoghi, non solo me, hai scordati?

Vi giungemmo, e dicesti, con la tua bocca infida:

“Ogni potere e arbitrio della mia salvezza

sorte ti ha dato e morte e vita hai nelle mani.

Il potere di perdermi è abbastanza, se in conto

lo tieni, ma salvandomi avrai maggiore gloria.

Per le mie sofferenze ti prego, che alleviare

puoi, per la stirpe e il grande avo che tutto vede

per il volto e gli arcani misteri della triplice

Diana, se mai possiede giusti dèi questa gente,

abbi pietà, fanciulla, di me e dei miei compagni.

Fammi per sempre tuo con i tuoi benefici

e se poi non disdegni per marito un pelasgo

(sarebbero gli dèi a me tanto propizi?)

svanirà la mia vita nell’aria lieve prima

che nel mio letto entri una diversa sposa.

Lo attesterà Giunone che presiede alle nozze

e la dea nel cui tempio marmoreo ci troviamo”.

Queste poche parole, la tua mano congiunta

alla mia mi turbarono, inesperta fanciulla.

Le tue lacrime vidi (anche in quelle c’è un’arte

della frode) e fui subito dalle parole presa.

Senza bruciarti aggioghi tori dal bronzo piede,

fendi la dura terra col vomere prescritto.

Di avvelenati denti, non di semi riempi

i solchi, e una milizia nasce, con spada e scudo.

Pallida mi sedetti, io che ti avevo dato

il filtro, quando vidi armati gli improvvisi

guerrieri, finchè (strano prodigio) questi figli

della terra l’un l’altro si avventarono in lotta.

Ed ecco, il drago insonne, irto di crepitanti

squame, sibila e in terra contorcendosi striscia.

I beni della dote, la tua regale sposa

dov’erano? e l’istmo che separa i due mari?

Io, la stessa che ora barbara definisci

che povera ti sembro e perfino nemica

gli occhi di fiamma a un sonno magico sottomisi

affinchè senza rischio il vello tu rapissi.

Mio padre fu tradito, regno e patria lasciai,

la mia diletta madre, la mia dolce sorella.

Un soldato straniero prese la mia purezza

l’esilio, qual che fosse, accettai come un dono.

Ma te, fratello, nella mia fuga non lasciai,

soltanto a questo punto la lettera è incompleta.

Ciò che fece non osa scrivere la mia mano.

Dovevo, ma con te, essere anch’io straziata.

Neppure ebbi timore (che cos’altro temere?)

di affidarmi al mare, nonostante la colpa.

Gli dèi dove mai sono, se nell’abisso il giusto

castigo non travammo di crudeltà e di frode?

Dovevano spezzarci le Simplegadi avvinti

insieme e le mie ossa schiacciare sulle tue

o darci la rapace Scilla in pasto ai cani,

(l’umana ingratitudine doveva ella punire),

e quella che altrettanti flutti vomita e inghiotte

perchè non ci ha sommerso nel mare di Scilla?

Hai vinto e alle emonie città salvo ritorni

offri la lana d’oro agli dèi della patria.

Perchè dire le figlie di Pelia le cui piccole

mani pietose il corpo spezzarono del padre?

(Come gli altri ti incolpano, bisogna che ti lodi,

tu per cui tante volte al male fui costretta).

Osasti (oh, la dovuta parola manca al giusto

dolore) dirmi “esci dalla casa di Esone”.

Così lasciai il palazzo insieme ai miei due figli

e all’amore per te che costante mi segue.

Non appena udii il canto di Imeneo

e brillarono lampade di sfavillante fuoco

e carmi coniugali effuse a voi la tibia

per me più lamentosa della funebre tromba,

il rimore mi prese, e non credevo ancora

ma il freddo tuttavia invadeva il mio cuore.

La folla che avanzava “Imeneo” ripeteva

e sempre più soffrivo alla voce vicina.

Piangevano gli schiavi volti altrove, le lacrime

coprendo (chi poteva tanto male annunziarmi?)

Qualunque cosa fosse preferivo ignorarla

ma come se sapessi l’anima mia era triste.

E il minore dei figli, per caso o di vedere

curioso, sulla soglia della porta si pose.

“Vieni qui, madre, vieni! Cinto d’oro mio padre

Giasone il corteo guida e il tiro dei cavalli”.

La veste mi strappai, il petto mi percossi,

e neppure il mio volto da me fu risparmiato.

Il cuore mi spingeva a entrare nella folla

e ad afferrare i nodi delle chiome acconciate.

Appena mi trattenni, scarmigliata com’ero,

dal gridare, afferrandoti con le mani “egli è mio”.

Gioisci, padre offeso, gioite anche voi, Colchi.

Prendimi, ombra fraterna, come un’espiazione.

Sono sola, ho perduto il regno, patria e casa

e lo sposo che, solo, era per me ogni cosa.

Io che i serpenti e i tori furiosi seppi bene

domare non ho forza solo per mio marito,

e quella che i selvaggi fuochi spense coi dotti

filtri non sa fuggire la propria interna fiamma.

Mi mancano le erbe, le arti e gli incantesimi

nè la dea nè i misteri di Ecate hanno potere.

Non mi è gradito il giorno, veglia amara è la notte

fugge il tenero sonno dal mio petto dolente.

Io che il drago sopii, non posso addormentarmi

 per altri, non per me la mia scienza è capace.

Il corpo che ho salvato una rivale abbraccia,

è lei che coglie i frutti nati dal mio lavoro.

Forse, mentre ti vanti con la stolta compagna

e adatti i tuoi discorsi alle orecchie nemiche

contro la mia persona, i miei costumi, inventi

vane accuse. Che rida, gioisca dei miei vizi.

Che rida e si abbandoni superba nella porpora.

Piangerà un giorno e il suo supererà il mio fuoco.

Finchè vi sarà il ferro e la fiamma e il veleno

nessun nemico l’ira fuggirà di Medea.

Se le preghiere toccano per caso un ferreo cuore

ora ascolta le mie moderate parole.

Supplice vengo a te come tu spesso fosti

con me ed a gettarmi non esito ai tuoi piedi.

Se spregevole sono, rivolgiti ai miei figli

con cui sarà crudele la superba matrigna.

E troppo ti assomigliano, mi tocca il loro aspetto

quante volte li vedo, altrettante io piango.

Ti prego per gli dèi, per la fiamma ancestrale,

per i miei benefici, per i due nostri figli

torna a me tu per cui, folle, ho tutto lasciato.

Credi alle mie parole, e donami il tuo aiuto.

Non ti chiedo che ti adopri contro uomini e tori

o che il serpente dorma, vinto dalla tua arte.

Voglio te, io ti merito, tu stesso ti sei dato

 a me, noi divenimmo insieme padre e madre.

Dov’è la dote? chiedi. Consisteva nel campo

che per rapire il vello ti fu dato di arare.

Quel difficile ariete, mirabile per l’oro,

era la dote che se ti dico “rendi”, neghi.

Per la mia dote salvo sei tu e i giovani greci.

Tu ora, iniquo, prenditi la ricchezza di Sisifo.

Se vivi, e puoi vantare moglie e suocero illustri

tutto ciò, per ingrato che tu sia, me lo devi.

Assai presto a loro… Ma che giova il castigo

dire prima? Minacce atroci esprime l’ira.

Mi pentirò, ma vado dove l’ira mi porta.

Lascerò fare al dio che sconvolge il mio cuore

Qualcosa di più grave agita la mia mente

Didone a Enea

(Prendi, dardanio, il canto della morente Elissa,

le parole che leggi sono parole estreme).

Così, se il fato chiama, solo nella palude

ai guadi del Meandro il bianco cigno canta.

A te non mi rivolgo perchè la mia preghiera

ti commuova (c’è un dio che avversa il mio volere).

Poi che male ho perduto il merito, la fama,

l’anima e il corpo è poco perdere le parole.

Tu vorresti lasciare la misera Didone.

Lo stesso vento porta con sè vele e promesse?

Hai deciso di sciogliere, Enea, le navi e i patti

per cercare l’Italia che non sai dove sia?

Non ti piace la nuova Cartagine, le mura

che sorgono o il potere conferito al tuo scettro?

Fuggi ciò che è già fatto e richiedi altre imprese,

hai trovato una terra e ne ricerchi un’altra.

Chi te ne farà dono, se pure la raggiungi?

Chi darà i propri campi a gente sconosciuta?

C’è per te un altro amore? C’è ancora una Didone?

Impegnerai la fede per tradirla di nuovo?

Quando un’altra Cartagine potrai edificare

e guarderai il tuo popolo dall’alto della rocca?

Compiano questi voti gli dei, che tutto avvenga,

non avrai altra donna che come me ti ami.

Come torcia di cera impregnata di zolfo

io brucio, e giorno e notte ho nella mente Enea.

Ma egli non mi è grato ed è sordo ai miei doni.

Se fossi più saggia dovrei da lui guardarmi.

Tuttavia non lo odio, benchè voglia il mio male,

piango perchè è infedele e poi di più lo amo.

Risparmia tu la nuora, Venere, e abbraccia, Amore,

il duro tuo fratello. Con te in campo combatta.

E quello che per prima (non lo nascondo) amai

alimenti a sua volta il mio amoroso affanno.

Mi inganno e vane immagini mi passano dinanzi;

egli è molto diverso dall’indole materna.

Ti generò la pietra dei monti e i boschi nati

sopra le alte rupi, le fiere più crudeli

e il mare che pur ora s’agita, vedi, ai venti

dove, su avversi flutti, ti prepari ad andare.

Dove fuggi? Si oppone, propizio a me, l’inverno.

Euro, guarda, solleva le acque già turbate.

Lascia che alla tempesta debba ciò che volevo

da te, il vento e le onde più del tuo cuore sono

giusti. Non valgo tanto (ma lo meriteresti,

crudele) che tu muoia, fuggendomi sui lunghi

flutti. Nutri un prezioso odio che assai ti costa

se, pur di abbandonarmi, poco è per te morire.

Cadranno presto i venti, diverrà quieta l’onda

e Tritone su oscuri cavalli andrà nel mare.

Se potessi tu pure mutare come i venti !

E muterai se il rovere per durezza non vinci.

Non hai veduto il mare com’è quando è sconvolto?

Non fidartene, tante volte l’hai già provato.

Quando sembra ti inviti a sciogliere le corde

infinite sciagure nasconde il vasto abisso.

Chi ha violato la fede non metta a prova il mare.

Di crudeltà quel luogo la pena esige, quando

ciò che è leso è l’amore, la cui madre, si dice,

dai flutti di Citera un giorno uscisse nuda.

Temo, perduta, perderti, nuocere a chi mi nuoce,

e che il nemico, naufrago, sia inghittito dal mare.

Vivi, ti prego, è meglio che io così ti perda

purchè non muori: accusino te della mia morte.

Immagina, piuttosto, che un turbine veloce

ti prenda (ma non sia). E quali i tuoi pensieri?

Saranno le menzogne della tua lingua infida,

Didone che l’inganno frigio spinse a morire.

L’immagine di lei conserverai negli occhi,

insanguinata, triste, con le chiome sconvolte (vv. 1-70)

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