“IL DIO DELL’AMORE” PORGE UN POETA VICINO ALLA GENTE NORMALE DEL TERZO MILLENNIO
3 APRILE 2026 – “Non mi sono presentato. Io mi chiamo Publio Ovidio Nasone, ma forse vi ricorderete di me solo come Ovidio” è il porgersi discreto di un grande letterato verso un pubblico di spettatori al cinema. Non deve esser stato facile girare un film su Ovidio: un po’ è difficile restringere in due ore tutti i contenuti del Vate che cantò l’amore e non solo quello; un po’ è difficile rendere, modernizzandoli, i consigli ormai millenari sul modo di vivere il sentimento più grande. L’ “incognita Ovidio” sta proprio nell’estrarre dalle elegie le parole di oggi; o le situazioni che oggi avvolgono due innamorati. O due amanti. Giunge a Sulmona, al “Pacifico” “il Dio dell’amore”, una delle rivisitazioni cinematografiche del “carmen” che forse costò la relegazione al Sulmonese (ipotesi molto debole, rispetto a quella politica e, per così dire, sediziosa).
Banalizzare Ovidio sarebbe il vero crimen duemila anni dopo la sua morte. E quello che non si è detto in tanto tempo si rischia di dirlo in modo banale pur di presentarlo come nuovo o adeguatamente rinnovato, per renderlo accattivante ad un pubblico distratto dal continuo scrollare il cellulare: tutto il contrario delle meditazioni profonde del Sulmonese. Per immunizzarsi dal morbo della superficialità, bisognerebbe aver letto molto i versi di Ovidio e metterli a confronto con la pellicola di Francesco Lagi: fruttuoso esercizio letterario che può essere più divertente della riformulazione di un “puzzle”.






