OVIDIO – COSA C’E’ DIETRO LA VENDETTA DI AUGUSTO

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Un giallo lungo più di duemila anni

Sono passati quasi otto anni dalla nascita di Gesù Cristo, ma a Roma forse nessuno ancora lo sa; e comunque l’Impero non trema per quel fanciullo che sta per stupire i saggi nel tempio. Nell’Urbe sono sempre di moda le cospirazioni per sovvertire l’Impero costituito da qualche decennio e, nelle mani di Augusto, consolidato con un lungo periodo di pace.

Il sospetto del principe non cessa mai e forse proprio per questo Publio Ovidio Nasone è raggiunto da un editto firmato da Cesare Augusto in persona: non un decreto del senato o una sentenza di un giudice. Potrebbe essere un onore questo trattamento diretto e in effetti, se lo si guarda a distanza di duemila anni, lo è, perché la forza e la gloria dell’imperatore sono giunte al punto tale che egli sarebbe sollevato da ogni cura diretta dello stato; ma, insieme a questa vanesia considerazione, Ovidio percepisce tutto il significato di quella firma sotto l’ordine che gli viene notificato in fretta e furia per costringerlo a partire subito. Quell’editto non potrà essere annullato o revocato se non da Augusto e, visto che egli è ormai quasi una divinità, neanche dopo la sua morte qualcuno penserà a compiere una specie di sacrilegio.

La destinazione è il Ponto, nelle gelide terre della Romania; forse addirittura Augusto ha pensato a quella sistemazione perché si tratta di una parte dell’Impero non ancora del tutto controllata dal pur potente esercito. Sembra quasi che Ovidio debba essere destinato ad leones, come accadrà sempre più spesso nel circo, ma per gli schiavi. Il viaggio durerà quasi sei mesi e per partire Ovidio non ha neppure il tempo di attrezzarsi, di raccogliere tutte “le tante cose amate” che la sua lunga esperienza nel mondo ricco e raffinato di Roma gli ha consentito di raccogliere (“nec spatium nec mens fuerat satis apta parandi” dirà nei Tristia, I, 3, v. 7: né tempo avevo avuto per prepararmi, né la mente adatta). Saluta frettolosamente anche la sua terza moglie, Fabia. Il distacco è fonte di gravissima pena. Non la rivedrà mai più, perché mai otterrà il perdono dell’imperatore e mai Fabia lo raggiungerà nel Ponto, formalmente per restare a Roma a sostenere la sua causa, ma probabilmente perché distratta da altre occasioni della vita della città caput mundi. Il poeta ha 51 anni. Ora è veramente solo e trasferirà tutta la sua disperazione nei Tristia.

Già da questi frammenti di un ottobre inoltrato si possono raccogliere gli indizi che nei primi dieci anni di questo terzo millennio hanno composto un mosaico interessante, che tinge di giallo (per alcuni risvolti) la avventura di uno dei più grandi, ma equivocato poeta della classicità. Ovidio non è stato imbrigliato in uno scandalo di corte e meno che meno in una tresca di relazioni adulterine. E, al termine della lettura dei testi che dal 2001 ad oggi sono stati pubblicati, si può concludere che non è neppure vera l’ipotesi che egli abbia assistito alla relazione amorosa della figlia di Augusto.

Ben altra è la levatura morale della battaglia che Ovidio ha condotto tra le fazioni dei sostenitori di Augusto e quelli della corrente filo-antoniana, alla quale egli ha preso parte e che risulterà sconfitta con la designazione di Tiberio alla successione. Egli non è il dandy che recita a soggetto per il gusto di comporre versi e per arricchire la sua fama. L’attenta analisi dei suoi scritti ha portato a concludere che si è servito della poesia per il suo progetto politico. Non è stata una frase d’impeto o un pettegolezzo a condannarlo, ma la costante aspirazione di sconfiggere il disegno di potere su tutta Roma di Livia, moglie di Augusto, in effetti seconda imperatrice e dichiarata nemica del poeta sulmonese.

Il riscontro alle ipotesi coltivate anche da Luisi e Berrino (Culpa silenda, Edipuglia, 2002, ma poi soprattutto in Carmen et error, Nel bimillenario dell’esilio di Ovidio, Edipuglia, 2008) viene proprio dallo stesso Ovidio, che riconosce come il suo error meritasse la pena capitale (lo dice nei Tristia, 5, 10, versi 51-52). Non si puniva con la morte chi avesse soltanto assistito ad un tradimento, fosse anche quello della figlia di Augusto, o chi avesse scritto frasi licenziose. La cospirazione, quella sì, recava al patibolo:  pena che toccherà a Emilio Paullo, marito di Giulia minore, figlia di Giulia Maggiore, cioè della stessa figlia di Augusto, per la congiura proprio dell’8 d.c..

Ma un altro argomento consiglia di valutare l’errore di Ovidio come il punto finale di una condotta invisa all’imperatore. Il Sulmonese non rivelerà mai quale sia stata la sua colpa (“Culpa silenda”, appunto), per non scoprire coloro che, pur partecipando al suo progetto, sono rimasti a Roma, perché sfuggiti alle indagini o fortunosamente esclusi dalla punizione. Non lo farà nella sua autodifesa che comincia a scrivere già sulla Via Appia per Brindisi (dove si imbarcherà verso l’ignoto), né in nessun punto dei suoi scritti dalla Romania. A salutarlo a Roma erano stati davvero in pochi amici (“uno o due di quei tanti che avevo”). Ma lui terrà tutto per sé, fino a spegnersi, nove anni dopo la partenza, nella desolazione di una terra a quell’epoca inospitale.

La statua del Ferrari in Piazza XX Settembre a Sulmona, del Ferrari, cioè dello stesso autore di quella a Costanza (nella foto del titolo)