RICORRENZE – 11 SETTEMBRE: LA DISFATTA DI VARO IRRIGIDI’ AUGUSTO

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RESTARONO INASCOLTATE LE SUPPLICHE DI OVIDIO

24 MARZO 2010 – Non c’erano cuori teneri ad ascoltare le suppliche di Ovidio per il ritorno a Roma, in quell’autunno di 2004 anni fa. Il primo, sconvolgente, 11 settembre della storia, fu vissuto proprio da Cesare Augusto, dominatore del mondo conosciuto e ormai da decenni sul trono dell’Impero.

Qualcosa non funzionò nella Germania dove il pur valoroso Publio Quintilio Varo era stato mandato giusto un anno prima dall’Africa per il controllo di un’ampia area, la più settentrionale della dominazione romana. Incastrate nella selva di Teutoburgo, tre legioni di validissimi soldati romani furono annientate tra il 9 e l’11 settembre del 9 d.c. Proprio quando fu compiuta la disfatta, nell’ultimo giorno di valorosa resistenza romana (nei confronti di quell’Arminio che, pur celebrato come eroe nazionale, si servì di un inganno contro i suoi stessi alleati), le strade verso Roma sembrarono prive di adeguati contrasti alla eventuale avanzata dei germanici. Augusto temette che la stessa Roma potesse restare assediata. Fu uno choc inverosimile, che gettò il Principe nell’angoscia più totale, incapace di elaborare anche mentalmente la nuova situazione; tanto che Quintiliano riferisce come Augusto ripetesse più volte, al colmo della disperazione : “Vare, legiones redde ! Varo, rendi(mi) le (mie) legioni !”.

In un contesto del genere, dopo appena sei mesi dall’approdo di Ovidio nella lontanissima Tomi, ogni supplica sembrava destinata a cadere nel vuoto, soprattutto se Augusto ricollegava, come in effetti ha fatto  almeno fino all’anno precedente al sua morte, il nome di Ovidio ai continui tentativi di rinforzare la corrente filo-antoniana della successione, quindi a favore di Germanico. Se, come i recenti studi stanno via via accertando con sempre minore possibilità di errore, l’error del Sulmonese è da ricollegare ad una scelta politica, qualunque clemenza non avrebbe trovato terreno fertile in un vertice imperiale scosso alle fondamenta dalla sconfitta di Varo. Solo nel 13 d.c. si registrò un ammorbidimento nell’ormai anziano e ristabilito Augusto, mercè anche il costante interessamento dell’unico, grande amico rimasto a Ovidio in Roma: Fabio Massimo, già proconsole in Asia e  stretto congiunto della terza moglie di Ovidio, Fabia. Stava per strappare il perdono di Augusto quando venne a mancare; e con la sua morte Ovidio perse ogni speranza, piombando nel lutto più cupo. Al resto pensò l’ascesa al trono di Tiberio, che Ovidio aveva decisamente osteggiato.