LIRICO ALLESTIMENTO NELL’ANTICIPO DI PRIMAVERA DEI “MITI D’ACQUA” RIPRESI DALLE METAMORFOSI
15 MARZO 2026 – E’ notte appena incominciata, nell’anticipo di primavera romana, quando Sista Bramini, dal suo “TeatroNatura”, parla del “genius loci”, evocando una ambientazione classica, risalente a più di duemila primavere romane. Invita a percepire la sensazione che alcuni, non tutti i luoghi riescono a trasmettere. Annota che dall’epoca della classicità si è persa la capacità di avvertire il “genius loci”, talora annebbiato, se non sopraffatto, da quella che lei definisce “l’intermediazione tecnologica”. Ci allontaniamo dal contatto, diretto e senza filtri, con quel flusso di impalpabile energia, quando non diamo la preferenza al linguaggio del posto, fosse anche quello del silenzio.
La premessa di Sista Bramini serve a parlare dei miti (“che si sono persi e che spiegavano molto”), soprattutto dei miti di Publio Ovidio Nasone e delle sue “Metamorfosi”: la fonte di acqua dolce nella Ortigia siracusana; la disavventura di Atteone che, inconsapevole, ma troppo ardito per non essere punito, incontra Diana e raggiunge il primato di essere l’unico a vederla senza veli; la fuga dall’amore di Ermafrodito, che dall’acqua è attirato, ma che nell’acqua trova il desiderio irrefrenabile di Salmace.
La narratrice di questi “Miti d’acqua” cerca un legame tra gli episodi narrati da Ovidio e lo trova nel liquido che purifica e avvolge, che attenta e nasconde, che dona ai luoghi una attrattiva in più, al punto che l’uomo li elegge talvolta a posti magici, comunque vi consacra templi e santuari quando c’è un fiume, una sorgente, l’incontro con il mare.
E’ grande la forza che Bramini e Camilla Dell’Agnola imprimono a queste narrazioni, di per se stesse profondamente liriche, nelle parole che Ovidio sceglie per descrivere il momento che ogni creatura, sia essa animale, o sia uomo, donna o ninfa, incontra per compiere l’atto finale del proprio destino: il momento al quale Ovidio volge il suo sguardo ricco di “pietas” per le vittime.
“I luoghi parlano di coloro che li hanno vissuti” aggiunge la voce narrante, offrendo una chiave di lettura al flusso che emana da quei posti, e di Ovidio si disse nel Medioevo che fosse un mago perché meglio di chiunque altri ha saputo legare i luoghi ai personaggi, in un repertorio di “mutazioni” che ancora dopo due millenni è consultato per ricostruire la sacralità dei Romani, o quella che a loro appariva tale.
Concluso il viaggio tra i miti d’acqua, la notte romana si apre verso chi risale dalla “Caverna di Platone” di Via degli Scipioni, ad offrire la conferma del genius loci in un teatro, che non è più soltanto avvolto dalla natura e che ha visto vivere e incontrare il proprio destino irreversibile personaggi immensi della Storia; compreso l’inventore (o adattatore dalla Grecia) dei miti d’acqua (ma anche di fuoco), che parla della “sua” notte come di una “tristissima noctis imago” e che per un’ora ha declamato le sue fantasmagoriche narrazioni sulle labbra di Sista Bramini, quasi fosse ancora vicino ai Fori.






