SVOLTANDO L’ANGOLO

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INCONTRI CASUALI NELLE STRETTE VIE DEL CENTRO – IL LEGAME DI PIERLUIGI FRANCO CON LA SULMONA CHE LO FORMO’ AL GIORNALISMO

15 MARZO 2026 – Gli angoli delle strade strette danno lo sgomento di imbattersi all’improvviso nelle persone conosciute da antica data, ma senza il tempo e lo spazio di inquadrarle un po’ prima per abbinare andatura e sembianze e, piano piano, arrivare a ricomporne il ricordo. Escono dal passato, imprimendo la repentina sensazione di non averlo mai abbandonato: perché sono cambiate, o perché le si faceva lontane al punto da aver slacciato ogni vincolo con i pur lunghi anni nei quali hanno vissuto qui, dove adesso fanno capolino.

Pierluigi Franco in questo pezzo ristretto davanti al Comune, all’angolo di Via Carrese, è stato per molti anni quasi vivendoci: di più, è stato in una redazione di giornale che la vita la amplifica e la rafforza, talvolta la assorbe, molto più di una casa dove si abita. Era del gruppo che negli anni Novanta confezionava la pagina del “Messaggero” di Sulmona, nella redazione-laboratorio di Antonio Mancini; laboratorio non perché studiasse nuovi modi di fare giornalismo, quanto perché conteneva tutte le astruse prove e provette del suo essere anche geologo e amante della buona cucina e dei suoi condimenti.

Così, quando ha appena smesso la pioggerella di marzo, il giornalista formato a Sulmona e giramondo fino a Teheran dove ha concluso la sua carriera, si trova a due passi dal Comune. “Come, anche tu in pensione? Ma allora è un’epidemia…” viene da dirgli, e gli viene detto, per un momento dimenticando che anche lui fa parte del “baby-boom” degli anni Cinquanta, quello che, a scoppio ritardato, impresse tante energie alla Sulmona degli anni Settanta e Ottanta, prima che ognuno seguisse la sua strada, i più andando lontano. Era nelle redazioni ritagliate in piccole e scure stanze mal riscaldate, dove il fascino per il giornalismo non fletteva di un centimetro e la speranza di sfondare era tutt’uno con l’audacia delle ricerche. Verrebbe da dire che le inchieste sopravanzavano la cronaca e nessuno si sarebbe sognato di fare il “copia e incolla” dei processi in tribunale o, come si diceva allora, dei “mattinali” delle questure e dei commissariati. Speranza e audacia che formavano la sostanza dei “buchi” dati agli avversari: tecnicamente pubblicare in esclusiva una notizia di rilievo. Scatta nella sua sorprendente memoria quel pomeriggio di tanti anni fa, quando proprio su questa strada riecheggiarono le note del Figaro di Rossini per sottolineare, con tanto di impianto hi-fi e gli altoparlanti poggiati su un balcone dirimpetto, che “Il Messaggero” aveva preso un buco da “Il Tempo”, affinchè bene udissero le orecchie di Mancini che dava dei “barbieri” a tutti (o quasi) i giornalisti concorrenti.

Ma la vita non è fatta di goliardia e Pierluigi Franco, con amore per lo studio, si è disegnato i suoi quadri di politica internazionale, che gli hanno consentito, pur collocato in pensione, di scrivere l’interessante “Cosa resta dell’Europa” proprio l’anno scorso; che gli danno combustibile per collaborare a riviste di analisi internazionale anche adesso. Ma anche di conservare, per una sorta di necessario ripiegamento sull’epoca della vita che si formava nel magico periodo dell’adolescenza, un contatto continuo e forte con la Sulmona scalpitante e fascinosa dei grandi scontri politici; con i sulmonesi che non sono partiti e che talvolta camminano frettolosamente dietro l’angolo di una strada stretta davanti al Comune.

Coltivava i rapporti con la città che lo ha allevato, al punto da farsi tramite, per il “Vaschione”, ormai diversi anni fa, di un pensiero per un illustre cittadino della Trieste che proprio Pierluigi ha eletto a sua dimora stabile: il Claudio Magris, che scrisse cose bellissime su Ovidio, sull’aspirazione di raggiungere Sulmona a piedi, solo per un soffio non realizzata, sull’eterno viaggiare e il contestuale ritornare, sulla battaglia di questo giornale per reagire virilmente all’affronto del serto di aglio sulla testa della statua al pensoso Ovidio del Ferrari in Piazza XX Settembre (altra intonazione del “Figaro” se il tribunale avesse dato retta alla tematica dei “beni comuni” di Rescigno, Rodotà, D’Andrea). E altra tematica che all’osservatore attento e… Franco, non sfuggì, ricordandogli il tempo delle battaglie civiche e dal contenuto esclusivamente spirituale condotte nei corridoi del Liceo classico, dieci metri distante da questo angolo di Via Carrese.

Fa scorta di numeri più o meno recenti del “Vaschione”, notando subito il passaggio dal formato iniziale all’”editio minor”, tanto gradita ai lettori, un po’ meno al redattore che spaziava nelle sette colonne della pagina de “Il Tempo” di Sulmona. E si ferma a parlare di dettagli tecnici, come se si dovesse mandare il “si stampi” in tipografia tra qualche ora. Poi si riavvia, dando altra prova del suo essere sulmonese fino in fondo, quindi invitando l’interlocutore a fargli visita a Trieste, secondo l’antica usanza che lega il sangue dei conterranei.

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