CLAUDIO MAGRIS NON ESCLUDE DI IMMERGERSI NEL BIMILLENARIO PER IL “GRANDE, GRANDE OVIDIO”
6 NOVEMBRE 2014 – Ovidio “grande, grande poeta che leggo molto spesso e che ha saputo non solo esprimere splendidamente in poesia ma anche per così dire sperimentare sulla propria pelle tutta una civiltà e anche trascenderla con la sua poesia”.
Sulmona? “Non la conosco e vorrei tanto venirci. Stavo per arrivarci a piedi, tanti anni fa, quando vagabondavo per l’Abruzzo e volevo proprio proseguire il vagabondaggio fino a Sulmona, ma poi non è stato possibile”. Claudio Magris non esclude di poter visitare Sulmona e di partecipare alle celebrazioni del Bimillenario del poeta Publio Ovidio Nasone, che egli ha incontrato più di una volta nella sua vita di professore e di saggista, di editorialista del “Corriere della Sera” e di scrittore. Proprio nel suo capolavoro, “Danubio”, Magris fa tappa in una zona oggi come allora desolata, ma struggente, vicina al delta del fiume più europeo di tutti i corsi d’acqua del continente: è il luogo della relegazione di Ovidio ed è anche il punto di arrivo delle meditazioni dell’intellettuale triestino su tutta la storia dell’Europa (v. “DANUBIO DI MAGRIS – La patria lontana nell’Ovidio a Tomi“).
Ma, oltre che incontrarlo, Magris ha metabolizzato Ovidio perché del Sulmonese il punto più alto (e forse insuperato fino ad oggi) è la immortale tematica della trasformazione, in particolare di quella psicologica (v. “Il gioco e l’anima nella ricerca della donna“), segnata da un passaggio continuo delle fasi dell’intelletto e solo per esigenze scenografiche (quasi che Ovidio si concedesse alla regia di un film) tradotta o esplicitata nella sconvolgente trasformazione delle “mutate forme”.
Su questa scia, quello che scrive Magris nei molti approfondimenti dei passaggi della vita spirituale, anche in quelli della morte, sembra trovare una radice comune con quello che duemila anni fa, dal Ponto Eusino, Ovidio cercava di sondare sul destino estremo dell’uomo (il mentore del suo stesso lutto, che affascinò D’Annunzio al quale piacquero più le “tristezze” che i consigli alle donne per imbellettarsi; v. “D’Annunzio e Ovidio: nati nella stessa terra irrigua“).
E’ questo il carattere della poesia di Ovidio che è destinato a rimanere immortale, che lo ha reso uno dei poeti dell’Occidente più letto nei Paesi dell’Islam e che oggi viene studiato più ancora negli USA che in Europa.






