OVIDIO RIFLETTE SUI SUOI VERSI E SULLA SUA VITA
11 MAGGIO 2013 – C’è tutto Ovidio in quel 13 dopo Cristo, quando stava per compiersi il destino dell’Imperatore Augusto.
Duemila anni fa Publio Ovidio Nasone ripensava a quando, cinque anni prima colpito dall’editto del principe e in procinto di partire da Roma per Tomi, avrebbe voluto distruggere tutte le sue opere, comprese le “Metamorfosi” che lo hanno reso immortale e per le quali, realizzando il suo stesso vaticinio, sarebbe stato chiamato “vanto della gente peligna”. L’analisi dei “Tristia”, a duemila anni di lontananza da quei drammatici giorni del lutto e della profonda analisi psicologica che forse per la prima volta un poeta classico compie su tutta la sua vita (e non su aspetti particolari come aveva fatto Catullo), consente di distinguere tra il “cupio dissolvi”, che avvolse il Vate strappato nell’8 d.C. agli affetti e alla Roma amata visceralmente, e la più matura considerazione della sua poesia che, ormai convinto di non poter più tornare nell’Urbe, manifesta nelle “Tristezze”. Nella nona elegìa del primo libro, Ovidio si rivolge ad un amico (rimasto sconosciuto) per augurargli di avere migliore fortuna di lui.
E’ un saluto di prammatica, per attirare l’attenzione sulla sua vicenda. Ma poi prosegue nel paragone e afferma: “Come giovano a te, facondo amico, le tue arti severe, / così le mie mi nocquero, dissimili dalle tue”: scriveva, infatti, si suppone da alcuni riferimenti, ad un vigoroso e vittorioso oratore, che mieteva successi ed aveva una vita specchiata sotto il profilo morale. E qui si innesta l’osservazione autobiografica che porta a ritenere come il corpo dei versi licenziosi, nelle opere che segnarono in parte il destino del Vate, fosse frutto di una esercitazione e di una esibizione (compiaciuta quanto si vuole, ma non autenticamente frutto dell’indole del Sulmonese) di conoscenza e di sottile provocazione del mondo femminile; una specie di “catalogo” che Leporello diversi secoli più tardi avrebbe esposto sul suo padrone nel “Don Giovanni” di Mozart. Ma Ovidio è severo, sul punto: “Tuttavia la mia vita ti è nota e sai come da quelle arti / si astenne la condotta dell’autore, tu sai / che questo vecchio carme non è che un passatempo giovanile, / non da lodare, certo, ma un gioco tuttavia”.
Non c’è da dubitare sulla profonda verità di questi versi, perchè Ovidio non era un dissoluto e attinge alla evocazione degli affetti familiari, per la moglie Fabia e per la figlia, quando vuole sottolineare quello che ha lasciato e, forse, l’unica componente spirituale che non ha potuto portare con sé a Tomi, dove invece ha conservato nel suo patrimonio le immagini delle sue creazioni letterarie fino a utilizzarle ancora per invocare la pietà del principe. Fino a Tomi parla della morte del fratello di venti anni, quello con il quale giocava nei campi della “felice terra dei Peligni” e annota come una parte di sé si staccò dopo quella tragedia, non visse più.
Eppure Ovidio, che si tormenta in Romania per non aver potuto ritoccare le “Metamorfosi” e migliorarle, non vuole contatti con i libri degli Amori e dell’Arte Amatoria. Anzi precisa, appunto, che la sua vita fu diversa dai precetti che ha raccolto in quelle opere. Da qui non si può dedurre un abbandono della introspezione nell’universo femminile, che si trova, in forme più elevate e profonde, proprio nelle “Metamorfosi” o nelle “Eroine”; egli è dominato dal tentativo di conoscere il suo diverso, fino ad esserne assorbito con un fervore che si rinnova ad ogni verso. Questo fu il suo cammino, distante dal compiacimento semplicemente erotico, anche se per forza parallelo a quella strada che porta ad essere attratti dal fascino della donna, ad essere intellettualmente presi dalla diversa creatura in verità irraggiungibile.






