UNO SGUARDO DAL SUD ED UNO DAL NORD

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Quando ero bambino e con i miei tornavamo da Ragusa, arrivati in Abruzzo mio padre perdeva l’orgoglio del siciliano. Il serpente della statale 17che allora ancora si snodava in curve e tornanti da far ribaltare lo stomaco, gli sembrava un’autostrada. «Magari l’avessimo in Siciliastrade così larghe e senza buche», diceva sconsolato al volante della Seicento. Valicare Sferracavallo, tra Castel di Sangro e Roccaraso, eracome fare le Colonne di Ercole al contrario ed entrare nella civiltà di un mondo progredito. Nei primi anni Sessanta, Sulmona e l’Abruzzoparevano avanti anni luce rispetto alla Sicilia, sembrava che ci fosse una sorta di spirito frenetico costruttivo, come se tutti volesserofare qualcosa, migliorare se stessi e la città di cui erano fieri. Era solo un’impressione, il declino era già cominciato, ma nessuno se neaccorgeva.

Giuseppe Guastella ha 47 anni, alcune decine dei quali trascorsi a Sulmona. Qui ha incominciato la sua carriera di giornalista, intrapresa nella emittente TV1 del padre Gianni, poi percorsa all’Ansa all’Aquila, con una breve estensione nella redazione de “Il Tempo” di Sulmona non appena si trasferì con le nuove tecnologie dalla storica sede di Corso Ovidio 222 a quella in Piazza del Carmine. Ora sta al “Corriere della Sera”, dove segue soprattutto la cronaca giudiziaria e da dove è inviato spesso, non solo per processi e indagini. Abbiamo chiesto a lui di descriverci una Sulmona, prima vista da Sud e poi da Nord.

Sulmona e i sulmonesi si vantavano, e a ragione, di essere nel bel mezzo dell’Italia e di un sistema di trasporti unico e moderno. Unaferrovia che collegava la Valle peligna a Roma a Napoli e all’Adriatico, due statali importanti che facevano la stesso percorso.Insomma, in città poteva venire chiunque senza grandi difficoltà. Per molto tempo, strade e ferrovia con le merci hanno portato idee, culturae novità. E allo stesso modo la città ne ha esportate. Così è stato,così non è più.Quando all’alba degli anni Settanta, con un’operazione dissennata e miope, perché guardava più alle tangenti immediate che al lontano alfuturo, la politica decise l’industrializzazione forzata del Meridione,arrivarono le prime fabbriche. Per una ventina d’anni la città siallargò e allungò a vista d’occhio. Tutti compravano casa e si riempivano di debiti per arredarla. L’economia cresceva a tassi a duecifre, ma pochi erano consapevoli di stare assistendo a una finzione che si reggeva sull’equilibrio precario dei pesi e contrappesi della politica. Il duello democristiano tra Remo Gaspari e Lorenzo Natali garantiva a Sulmona un minimo di riguardo nella spartizione dei sussidi e degli investimenti statali, ma con la prima Repubblica finirono anche i finanziamenti. Niente più soldi,niente più industrie e niente più uffici dello Stato e del parastato ad assorbire gli elettotri. Il vento era cambiato. Non si è più rialzato.I sulmonesi sono stati sempre poco inclini alle iniziative dei loro concittadini. Quando uno ha un’idea, la prima reazione è la critica chesmonta. Si potrebbe ragionare a lungo sul perché di questo atteggiamento, e probabilmente se ne potrebbe trovare agevolmente ilmotivo. Se uno scopre una strada nuova, la prima reazione è di sufficienza che precede la demolizione. Salvo che, quando quell’idea ha avuto successo, tutti si mettono a copiarla così che il mercato si satura e non ce n’è più per nessuno. Se uno ha cercato fortuna altrove, solo quando hasuccesso tutti i sulmonesi lo celebrano come compaesano. Un atteggiamento che porta a sminuire qualunque novità e a non accorgersidi ciò che si ha o si potrebbe avere.Chi da molti anni si è trasferito in città caotiche, inquinate e frenetiche vede le cose filtrate dalla lente dell’esperienza. Cosahanno i sulmonesi che altri non hanno? Una città bella, a misura d’uomo, sicura, immersa in una natura ancora integra, una tradizioneculturale e artigianale antichissima. Nulla di questo viene valorizzato. Un esempio? I confetti. Per generazioni le due maggioriaziende della città si sono fatte la guerra per certificare quale fosse la più antica, invece di pensare ad affermare e a tutelare il marchio«Sulmona» nel modo. Nonostante gli sforzi, l’equazione Sulmona uguale confetti continua a resistere, ma i valori in gioco sono sempre piùridotti perché alcune aziende molto aggressive e più organizzate si stanno imponendo sul mercato nonostante il loro prodotto industriale,sicuramente meno costoso, non abbia nulla a che fare con quello nostrano. Una situazione che, se non l’ha già fatto, rischia diazzerare il mercato dei confetti sulmonesi. L’allarme, però, non sembra scattare. Nessuno ha proposto un consorzio a marchio Sulmona,una «Dop», una «Igp», una cosa qualunque che riaffermi una qualità per la quale chiunque in Italia sarebbe disposto per le ricorrenze dellapropria vita a spendere qualcosa in più rispetto ai confetti industriali. Qualche iniziativa privata si sta facendo avanti, ma durerà?E l’ambiente? Chi ha fatto un giro lungo le Alpi italiane, francesi,austriache, svizzere sa bene che vale il principio: una cima, unafunivia. Il livello di antropizzazione e cementificazione è altissimo.Fai una fatica della misera per arrivare su e lì ci trovi il ristorante con il parcheggio. In Abruzzo non è così, in vetta non c’è solo chicome te ha gettato il sangue per raggiungerla. Sono i buongustai delle vette, dei boschi e dei prati, turisti un po’ diversi dalla massa, unanicchia, un’ elite alla quale nessuno sembra pensare. Nessuna campagna pubblicitaria fuori dalla regione e all’estero con il risultato chepochi sanno quanto ci sia da fare e vedere in Abruzzo. E la ricettività? Si dirà che segue il mercato. Più turisti, miglioreaccoglienza. Sarà, ma forse è il caso di invertire questo principio e cominciare a metter su bed and breakfast sul modello dei garnìaltoatesini: prezzo basso, qualità altissima, cordialità imbarazzante.Creare un sistema-ambiente che ruoti intorno a Sulmona e legato a un’offerta culturale adeguata. Ma come si fa a fare questi ragionamentiin una città che, dicono, abbia scoraggiato Gian Carlo Menotti quando voleva fare il Festival dei due mondi, poi finito a Spoleto, oppure hadecretato la morte di una delle poche, vere mostre dell’artigianato artistico abruzzese di qualità che per anni ogni estate garantìl’assorbimento della produzione di decine di piccoli artigiani e un’occupazione a un centinaio di ragazzi attraendo a frotte turisti datutta la regione e non solo? E che dire dell’idea originali di fare un parco delle religioni?

Tutti a criticare, a scagliarsi contro, a deridere una cosa che, magari migliorata, avrebbe potuto avere un senso.Da una ventina d’anni vivo fuori, dal ’94 lavoro a Milano. Di recente sono andato in Sicilia, a Ragusa. Quella che più di quarant’anni fa erauna landa desolata, oggi è una città in movimento che punta sul turismo. Grazie alla fiction di Montalbano e al sapiente restaurodi un intero quartiere barocco, è piena di turisti in qualsiasi periodo dell’anno.Quando torno a Sulmona, sarà che l’occhio si è abituato alla metropoli, ma sempre più di frequente mi sembra che la città si stiarimpicciolendo e incupendo. È come se si stia chiudendo in se stessa a difendere quel poco che le resta. Un paesone sempre più vecchio perché sono sempre più i giovani che vanno via. Al di là di chi intraprendere una strada che a Sulmona non obiettivamente non ha possibilità disbocco, chi va via lo fa essenzialmente per due ragioni: ha spirito d’iniziativa, ma non è solo scoraggiato, oppure perché è disperato. Inentrambi i casi, sono coloro che possono dare di più.