GLI UMBRI INVIDIAVANO LA RIVOLTA DI SULMONA

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Francobaldo Chiocci, nato a Gubbio, è stato una firma di spicco de “Il Tempo” dalla fine degli Anni Cinquanta fino al 1987, quando la testata più autorevole del Centro e del Sud fu sostanzialmente smembrata e spersonalizzata per il tentativo, poi rientrato, di renderla conforme ad altri quotidiani e realizzare il quotidiano nazionale che si affiancasse al “Corriere” e a “Repubblica”. E’ stato poi direttore della “Gazzetta di Firenze”, del “Corriere Adriatico” e del “Giornale del Sud”, nonché, per oltre dieci anni, inviato del “Giornale”. Citato anche da “L’Espresso” come uno dei capiscuola del giornalismo di destra in Italia, ha scritto anche vari libri, tra i quali “Gli ultimi samurai” e “Gli affondatori del cielo” per le Edizioni del Borghese, “Lacrime e bugie per l’India” e “Padre Pio cent’anni di gratitudine” per Volpe editore, “Donna Rachele” e “L’Arpa, la Croce, il Fucile” per Ciarrapico, “Storia di una vittima” e “Il matto di Dio” per I libri del No, “L’uomo che salvò Padre Pio” per ADN-Kronos libri. Docente alla Scuola Superiore di giornalismo della Luiss, ha vinto, tra gli altri premi, l’Hemingway per il giornalismo, l’Ucsi-Recoaro alla carriera e il Città di Penne.

Nel maggio 1957, cioè a quattro mesi dallo “jamm’ mo” sulmonese, pubblicò su “Tramontana”, edito a Perugia, l’articolo che riproponiamo e che recava il  titolo “Gli ultimi provinciali e il baliatico della piccola Europa”

Nelle stanze romane dove lavoro, alla fine di marzo, giunse stravolto un tipo. Aveva una lunga stalagmitica barba, ed un aspetto vagamente ottocentesco e carbonaro. Tanto era concitato, non riusciva a spiegare quel che voleva.

Si lagnava della Polizia, del Governo, dei soprusi di Roma Capitale. Ma non era un comunista. Era un provinciale. Era l’ultimo provinciale d’Italia, un “cafone del sud”, come un giorno (prima che la Cassa del Mezzogiorno  e gli enti di Riforma trasformassero in comunisti quei contadini che sino a ieri attendevano “il re buono, il re santo, che un giorno sarebbe ritornato sulla nave bianca e avrebbe capito i bisogni del popolo”), Togliatti chiamò quel proletariato, anzi, gramscianamente, quel “sottoproletariato” che ora vota per lui.

Era abruzzese, di Sulmona. I suoi concittadini erano venuti (lui era uno dei tanti) a sentire, nell’aula una volta sorda e grigia ed ora, con l’impero di Segni, bianca e sarda, quanto i loro deputati avrebbero detto sui fattacci del Distretto, sulla rivolta provinciale della sua città, sui sassi contro le autoblindo della Celere. Come tutti i buoni provinciali credeva ancora, prima di venire a Roma, che Montecitorio fosse l’edificio dello Stato, uno Stato fatto per la più parte da provinciali come lui.

In quei giorni, a Roma, si firmavano i patti sull’Euratom e sul Mercato Comune. La Roma democratica e cristiana, sinceramente democratica e sinceramente cristiana, non aveva mutato volto. Una volta, quando venne Hitler, quando c’era la dittatura, il poeta “perseguitato” Trilussa potè scrivere, e potè far leggere, versi come questi : “Roma de travertino / arifatta de cartone / saluta l’imbianchino”. Liberamente, nonostante la dittatura, i versi circolarono ed ebbero effetto. Ne sorrise anche Mussolini.

Roma, per il baliatico alla “piccola Europa”, quel giorno non s’era vestita, come quella volta, di cartone. Democraticamente, anzi, si svestì di tutta la sua carta, che fece piovere, in colori neutri e supernazionali, dal cielo, dai suoi aerei di fabbricazione americana. Cristianamente, poi, non tirò fuori nemmeno un soldato. Una volta c’erano gli otto milioni di baionette: oggi ci sono soltanto gli otto milioni di aspersori. Sfilarono, anziché soldati, gli alfieri di questa nuova era: un centinaio di giovani democratici e cristiani che scivolarono muti, seri come la pioggia che cadeva, composti, educati, con qualche “hip hip hip, urrà!”  all’indirizzo dei “santoli” della Piccola Europa, presenti a Roma quel giorno. Non erano più di cento, questi giovani. Li ho visti in Via del Corso: la Polizia si sforzava di fermare il traffico, ma loro, democraticamente, educatamente, si facevano da parte e le macchine continuavano a passare.

Contemporaneamente,  in altra parte della città, altre macchine, invece, non passavano, anche se non c’erano cortei. Erano le macchine dei sulmonesi, fermate dalla polizia all’ingresso di Roma.  Fra queste c’era anche la macchina di quell’ultimo provinciale, di quell’ultimo carbonaro, di quell’ultimo cafone del Sud. Su queste macchine, al posto delle bandiere della Piccola Europa, c’erano soltanto le bandiere di una piccola città d’Abruzzo, piccola regione della piccola Italia. Erano venuti soltanto per ascoltare le parole di Montecitorio, e non s’erano portati dietro, come fanno i comunisti, le donne incinte, donne sacre ed intoccabili, madri sante, immortalate dalla epopea democratica e dalle canzoni di San Remo. Le donne incinte sono i cavalli di frisia del nostro comunismo. Dinanzi alle loro pance, la Polizia s’arresta; sono il vallo del popolo, il tabernacolo della Chiesa moscovita. C’erano, con i sulmonesi,  soltanto signore dai grandi occhi dannunziani, ma borghesi nell’intimo, donne che quando sono incinte tornano dalla madre e lì sgravano, signore moderatamente truccate, moderatamente gelose e moderatamente timorose che i loro mariti, a Roma, possano finire nelle case di perdizione.. Erano venute  con i loro mariti a sentire quel che la capitale diceva della città dei loro mariti, la piccola Sulmona, piccolo centro del piccolo Abruzzo.

Trovarono, invece, queste signore piccolo-borghesi, la piccola Europa che decideva di diventar grande. Trovarono la Polizia a difenderla. E dovettero entrare alla chetichella, per i campi, sparpagliate, alle calcagna dei loro mariti braccati. Quest’ultimo provinciale protestava contro questi soprusi. E c’era tanto calore in quelle parole e tanto di spiritato nei suoi occhi, che la rivolta di Sulmona poteva essere finalmente compresa.

Era la rivolta, come ha molto bene spiegato Gian Franco Ciaurro in uno dei suoi ultimi articoli su “Tramontana”, della provincia italiana. Una provincia, in questa Italia ancora profondamente provinciale, che sta diventando minoranza e che soprattutto, in termini da dizionario, è diventata soltanto la definizione di una negativa interpretazione del costume. E quei cafoni del sud venivano, loro minoranza,  a dimostrare proprio a Roma, balia della piccola Europa, che prima di fare l’Europa, piccola o grande che sarà, bisogna rifare l’Italia;  che prima di fare l’unione internazionale bisogna rifare la unione nazionale e che per fare l’unione nazionale non si può incoraggiare  la disunione regionale. Perché il fenomeno provinciale di Sulmona è anche denuncia del fenomeno regionalistico, che sta divampando ed avvampando dalle sacrestie alle cellule.

In questo abbozzo di Italia europeizzata, ma regionalizzata, che vuole essere unita all’esterno ma disunita all’interno, “i fatti” di Sulmona sono denunce più che fatti. Di Sulmone potenziali, infatti, in Italia ce ne sono molte, e non soltanto “sulmonizzate” contro lo Stato, ma contro la regione, contro la provincia, contro il comune, ove si tratti di frazioni. Basta guardarci attorno, nel nostro piccolo regionale, per accorgersene. Foligno e Spoleto, ad esempio, vogliono la provincia e trovano i vessilliferi più inusitati, Gubbio vorrebbe tornare con le Marche; Città di Castello sarebbe contenta di andare con la Toscana; Orvieto per via dell’autostrada è già fuori dell’Umbria. Quando ci sarà l’ente regione le beghe che ora sono “centralizzate” a Roma, saranno poi “centralizzare” a Perugia, a Terni, a Firenze, a Napoli, a Torino. Con il decentramento politico, si “centralizzerà” tutto alla periferia, ed i sulmonesi dovranno fare due marce, una su Roma e l’altra su Pescara. E’ stato per questo che la polizia ha fermato i sulmonesi: avrebbero dimostrato tutte queste cose. Quando venne Hitler, il cartone ricoprì monumenti ottocenteschi per dar da intendere che anche i muri erano stati littorizzati. Ora, in democrazia, per dimostrare che tutti sono europeizzati, si “ricoprono” i cittadini ottocenteschi, quelli dell’antica provincia italiana, che fecero la nazione con la loro cafoneria e che alimentarono il Risorgimento con gli universitari che arrivavano in città dal paese con il fagottello; si verniciano i veri cittadini antichi d’Italia per scoprire i nuovi cittadini moderni, quelli coi brecioli, che gridano dietro a due bandiere, una bianca e l’altra iridata, “Hip, hip, hip, urrà!”. Fortunatamente per il Governo e sfortunatamente per l’Italia vera, quella che è provinciale ma non vuole le province e tanto meno le regioni, quella che si contenta, che non chiede di avere gran che, ma che vuole che non le si tolga quello che ha, e si interessa di piccole Europe quel tanto necessario “per stare coi tempi”, quest’Italia qui, di borghesi e di provinciali, va vergognandosi di essere tale e non si ribella più, e la sua vergogna è il suo immobilismo. Sino ad ora, solo Sulmona ha idealmente interpretato questa Italia. Un semplice distretto, che da noi, in Umbria, a Spoleto, non ha fatto né caldo, né freddo, è bastato, in questi tempi di pacifismo, ad incendiarli. A Passignano, sempre da noi, gli operai hanno preferito alla via di Sulmona, quella dell’esilio, emigrando. A Gubbio, la mia città, strade e ferrovie non esistono più e le proteste le lasciano  al solerte presidente dell’A.M.E., Mario Rosati, che risiede a Perugia. Foligno e Perugia urlano ma non si mordono, per le acque: ed ancora non hanno pensato, perché i loro rappresentanti politici dicono che non è vero, che la colpa non è né di Perugia, né di Foligno, ma di Roma, che le acque le vuole per sé. Terni protesta solo in periodo di elezioni, per far comodo alla CGIL, e tutto poi, anche per non crear grattacapi all’on. Micheli, che è troppo affabile e buono e sul piano personale rispettabilissima persona, si appiana facilmente. Se l’Autostrada non passerà per l’Umbria, come ormai è quasi certo, le proteste gli umbri le lasciano soltanto ai bravi e volenterosi nostri amici della Società dell’Autostrada, che però sono condottieri senza soldati. Se le ligniti umbre non si gassificano, se il metano non arriva si dice che la colpa è dell’On. Mattei, ma nessuno, fuor dai “libri bianchi” protesta: anzi tutti applaudono, quando il presidente dell’E.N.I. apprezza culturalmente l’Umbria parlando dell’Università degli Stranieri. Confessiaòolo, noi siamo tra quelli che si vergognano di essere provinciali, e di chiedere. La nostra provincia non è più che un’espressione geografica. E per paura che gli animi si turbino, la terribile parola neologistica, il Sen, Pasquini, tanto per citare un solo esempio, la va a pronunciare a Macerata. A Macerata dice che l’Umbria  si deve “sulmonesizzare” su un problema che lui aveva già dato per risolto, ed in senso contrario a quello oggi da lui stesso auspicato. Noi che siamo provinciali per eccellenza, posti come siamo tra Firenze e Roma, a guanciale di due città, siamo diventati i guanciali di noi stessi, sui quali dormiamo i nostri sonni di decaduti per non essere voluti essere quello che dovevamo. Gli ultimi provinciali di Sulmona hanno parlato anche per noi. Noi, contro di loro, invece, continuiamo a parlare per Roma e per i treni che dovranno condurvi i nostri onorevoli.

Francobaldo Chiocci

Una vignetta, di autore rimasto sconosciuto, per descrivere l’atteggiamento dei rivoltosi
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