Zone sismiche a gogò

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Quanto dura una classificazione sismica ?

Può considerarsi accettabile, sotto il profilo tecnico o scientifico, che un certo territorio sia considerato di prima categoria

nel 1950 e di seconda categoria nel 1980, per poi tornare di prima categoria nel 2000 ? Qualche geologo paziente ci spiegherà che le classificazioni possono dipendere dall’andamento delle scosse che sul quel territorio insistono, dalle semplici pressioni che qualche remora faglia esercita in una zona assai limitata; o da altri aspetti che adesso ci sfuggono e che non vogliamo contestare. Ci lascia perplessi, però, che un atto amministrativo o legislativo possa essere rimodulato, in questa materia, a distanza di un decennio o poco più, perché sappiamo che i movimenti tellurici e gli assetti delle faglie, in un’era che si è allontanata ormai dal big bang o dall’impatto dell’ultimo meteorite, possono misurarsi in termini di decenni; tanto meno ci appare credibile che, una volta verificato, secondo la media delle intensità degli eventi di vari secoli, un certo grado di sismicità del territorio, si possa affermare che il volgere di un respiro sia sufficiente a definire un nuovo assetto. Se è vero anche solo in parte, come è stato affermato proprio in questi mesi, che il ciclo dei terremoti nella provincia dell’Aquila è misurabile in periodi di tre secoli, ci sembra velleitaria una oscillazione delle categorie sismiche i periodi di dieci o cinquanta anni. Per non parlare della sconcertante rassicurazione che è stata fornita alla popolazione aquilana qualche giorno prima del sisma del 6 aprile: “La mattina del 5 sul “Centro” – racconta il direttore Luigi Vicinanza nel suo editoriale del 27 dicembre 2009 – ci sono due pagine (la 2 e la 3, le più importanti del giornale) dedicate al racconto di una settimana scandita dalla paura e dai primi leggeri danni. Il fenomeno non accenna a diminuire ma le fonti ufficiali dicono: tutto sotto controllo”.

Intervengono, inoltre, aspetti che di scientifico hanno poco o nulla. Talune spinte alle diverse classificazioni vengono dalla non turpe aspirazione di agevolare lo sviluppo del territorio, soprattutto quando questo è depresso ed ha subìto spaventevoli decrementi demografici. Talaltre sollecitazioni partono da meno commendevoli intenti speculativi. In mezzo, quasi ad attingere motivi e giustificazioni dall’una e dall’altra pretesa, stanno le esigenze prettamente amministrative di conservare un assetto urbanistico o di incrementarlo, di consentire una collocazione di uffici e centri direzionali, insomma di non contrastare un ruolo ed un rango che possono essersi sedimentati e ai quali non si vuol rinunciare.

Può capitare, dunque, in questo non chiaro quadro di interferenze, che due città colpite dallo stesso terremoto all’inizio del 1700, si ritrovino tre secoli dopo in due diverse classificazioni, l’una distante dall’altra solo un numero, ma nella sostanza collocate in universi differenti, se si guarda a quanto la legge consente di costruire nella prima categoria e al molto di più che si può costruire nella seconda categoria, a quanto costa costruire nelle città ricomprese nel primo elenco e a quello che si richiede all’investitore per costruire nell’altro elenco.

Benintenso: non ci si può dispiacere che la città nella quale si vive sia la più selettiva in quanto a tecnica delle costruzioni e, quindi, a resistenza degli edifici. Si deve, anzi auspicare, che, nel dubbio, prevalga una classificazione più severa, anche a scapito dell’espansione urbanistica e della commerciabilità degli immobili. In quelle case debbono viverci persone, prima che imprenditori o prefetti o comandanti di battaglione. E c’è anche da tener presente che una classificazione del genere è fatta per un futuro a lungo raggio, se seriamente impostata e scientificamente fondata: è scritta per orientare scelte urbanistiche di centinaia di miliardi di euro; scelte imprenditoriali valide per altrettanti importi: insomma, per segnare il destino di una società. Tanto per intenderci: se ad una ordinanza che pretende di perimetrale un cratere all’indomani dell’evento sismico si può anche perdonare di inserire un certo Comune (Popoli, oggettivamente disastrato) per poi estendersi ad un Comune non proprio confinante (Bugnara, oggettivamente danneggiato) saltando una città intera che sta in mezzo (Sulmona, non meno danneggiata, ma dai costi di ricostruzione un po’ più alti di Popoli e Bugnara o di Cocullo), analoga valutazione permissiva non si può tollerare per una classificazione che, inserita in una legge fondamentale per gli interventi dello Stato nelle zone sismiche, recepisca istanze diverse da quelle della scienza o della ingegneristica. Non crediamo che una legge, in questa materia, debba limitarsi a riconoscere una certo assetto urbanistico regionale e cucirvi le prescrizioni tecniche in considerazione del potere politico che di quell’assetto è emanazione. Come pure non pensiamo che nella stessa città di Sulmona sia consentito costruire un quartiere negli Anni Ottanta solo perché temporaneamente la città è stata diversamente classificata.

Occorre chiarezza nelle epoche nelle quali la terra non trema, perché l’esperienza di questi mesi ci ha insegnato che la lucidità manca all’indomani di disastrosi movimenti tellurici ed ogni pacata considerazione di normale e sana amministrazione viene interpretata come cinica manifestazione di distacco dalla tragedia delle persone e dall’incubo di una città di scomparire definitivamente. La solidarietà a buon mercato, l’allargamento a pelle di leopardo delle zone del cratere, la “sospensione” di minime garanzie di sicurezza nelle costruzioni sono la vera terra buttata nei pilastri al posto del cemento: non serve prendere posizione ex post, magari proclamando l’idiozia dell’uso della sabbia del mare che si sarebbe fatto nelle costruzioni. Occorre essere chiari nel tracciare le dinamiche dei terremoti e nell’assumerne le conseguenti determinazioni quando si tratta di disegnare aree sismiche omogenee e, soprattutto, durature.

E poi la bravura di un amministratore locale non si dovrebbe misurare con i vetusti metodi degli albori della democrazia post-bellica: ottenere il riconoscimento di area sottosviluppata, ovvero l’alleggerimento dei vincoli di un’area sismica, o  una università al posto di una caserma, oppure assecondare l’afflusso nell’impiego fisso (aspirazione che non ha niente in comune con una ideologia di destra quale pretende di perseguire la attuale compagine governativa fatta di uomini scelti uno per uno, nelle posizioni più importanti, dalla sinistra socialista o addirittura extraparlamentare degli Anni Settanta).

Quando si abbandona l’impostazione del “lasciar fare”, nell’economia come nella politica, occorre essere molto rigorosi nel dettare le regole e nell’imporre limitazioni. Quando si afferma che i terremoti non sono prevedibili, occorre almeno aver fatto tutto per attenuare le prevedibili conseguenze di un sisma, per rimanere al tema che oggi riguarda l’Abruzzo e prima di tutto una città che, per esserne il capoluogo, è di tutti gli Abruzzesi.