Come vogliamo un sindaco

289

sindaco-5Qual è la migliore garanzia che un sindaco operi con lo sguardo rivolto alle esigenze della sua città, più che a quelle del proprio percorso politico ?Quella che egli non abbia velleità di compiere una carriera ad ogni costo, cioè che non ambisca a diventare deputato, presidente della giunta, presidente di enti consortili. In genere, per arrivare a queste mete, si debbono cercare alleanze e sottoscrivere compromessi, o, almeno, impegnarsi a non disturbare, a dire una parola di meno quando le aspirazioni della propria città entrano in rotta di collisione con quelle delle città concorrenti.

Per fare un esempio e non rimanere nel generico, è sufficiente ricordare la vicenda della candidatura di Sulmona a diventare provincia. Ci fu un assurdo ordine di scuderia, nella Democrazia Cristiana, affinchè non affiorassero ambizioni delle città abruzzesi a coltivare la proposta di legge e si conservasse un equilibrio adatto solo agli interessi dello status quo. A Sulmona e ad  Avezzano, che già erano entrate in Parlamento con i rispettivi disegni di legge, fu detto che in Italia non si sarebbero costituite altre province. Di lì a poco città che non si erano mai sentite tra le candidate divennero province e nel corso di questi 28 anni che ci separano dal 1981 saranno state una ventina tra le nuove province istituite e quelle che si sono avviate su una specie di corsia preferenziale. Ora, che le province, tutte quelle italiane, siano destinate a loro volta ad essere soppresse, è un altro discorso. Fatto sta che il “diktat”, stolto come tutte le imposizioni che non vanno discusse, ha impedito che l’impegno del sindaco di allora (che non fu né breve, né leggero) conseguisse un risultato e si potesse articolare un territorio abruzzese più adeguato rispetto a quello che si caratterizza in quattro capoluoghi collocati nella metà a nord della regione e che una provincia, quella aquilana, sia uguale, quanto a territorio, a metà di tutto l’Abruzzo, mentre due capoluoghi distano tra loro quindici chilometri.In periodi nei quali si parla di conflitti di interesse, una analisi sulle prospettive di carriera di un sindaco non guasta, perché se il rappresentante di una collettività istituzionale deve rispondere ad interessi diversi da quelli della sua città (se non proprio contrastanti, talvolta divergenti) si potrà discettare a lungo sulla crisi occupazionale, sulla carenza di finanziamenti regionali, sul destino cinico e baro: il nucleo del problema sarà sempre aggirato.Come è stato aggirato a più riprese negli ultimi decenni.Le credenziali di Fabio Federico ci fanno essere ottimisti. Si è affacciato abbastanza tardi alla politica e non ha atteggiamenti da sindaco rampante; non ci sembra che intenda fare il deputato, tanto meno per occupare posti da portatori di scartoffie. E non ci sembra che, per raggiungere una carica anche in ambito regionale, sia disposto a sostenere un progetto che sia contrastante con la sua Sulmona. Ha dimostrato, con la vicenda del cementificio rispedito al mittente, che le indicazioni, anche se provenienti da gruppi che hanno referenti politici, non sono sufficienti a piegare le ragioni della tutela della comunità locale. Lo ha fatto togliendo argomenti a chi già inscenava strumentalizzazioni e sospettava chissà quali patti a spese della città. Dimettendosi dal gruppo del Popolo delle Libertà all’indomani di un provvedimento fiscale conservato ingannevolmente nelle tenebre mentre si votava nel giugno scorso, ha chiarito quale fosse la priorità della sua rappresentanza rispetto alla sua appartenenza. Non ricordiamo esempi del genere nel lungo periodo nel quale abbiamo esercitato il giornalismo attivo: eppure le occasioni si presentarono.E’ salito a Palazzo San Francesco come vi salirebbe un sulmonese che vuole fornire un proprio contributo, senza timore e senza grandi illusioni: magari nel suo caso il propellente è venuto anche dalla volontà di fare meglio del padre, che arrivò alla poltrona di assessore. Ma va bene, se il beneficio va alla città.Di certo, così impostati i rapporti, il sindaco deve contare sulle proprie forze e non su quelle del gruppo politico per il quale fu presentato. Tuttavia, di questa verità dovrebbero farsi carico maggiormente coloro che sono rimasti aggregati ai partiti e alle impostazioni partigiane: per esempio, proprio quelli che non hanno osato disturbare il manovratore tutte le volte che il dittatorello del partito impartiva ordini di scuderia.Sono appunto costoro che, continuando a lanciare critiche preconcette (o addirittura sorrette da attriti caratteriali, cioè per dispetto), rischiano di contrastare l’attuale sindaco solo per ottenerne le dimissioni o la sfiducia, nella concreta previsione che non potrà ripresentarsi sotto l’egida di chi lo ha candidato nel 2008. E’ una strategia che consapevolmente danneggia una città ed un esperimento nuovo.Forse bisogna risalire ai tempi del marchese Panfilo Mazara per incontrare un primo cittadino che uscisse dagli schemi degli interessi di partito. Egli, più che il rappresentante del Partito Liberale, era il Partito Liberale; e poteva condurlo dove voleva. Guarda caso, lo conservò nella linea della sana amministrazione, sia pure nella bufera di una crisi ben più profonda di quella attuale, che sfociò nella “rivolta borghese” del 1957. Da un anno a questa parte, coloro che sono schierati nei partiti, e che non rinunciano a sostenerne ogni minima istanza, non hanno fatto altro che esternare un pregiudizio di fondo nei confronti di Fabio Federico: che egli sia mosso da altri fini rispetto a quelli di servire la sua città, che sia in gara per semplice potere personale, cioè, paradossalmente, quello che negli anni del partitismo esasperato era il primo obiettivo delle segreterie e degli eletti. Sembra quasi che si debba emendare dal peccato originale di non avere giurato fedeltà ai tradizionali schemi e procedure.Stando così le cose, non arrossiamo nel sentirci a nostro agio dalla parte di un sindaco così, se non altro perché almeno possiamo nutrire la speranza che una nuova strategia consenta di raggiungere risultati che per decenni sono mancati. E comunque le condizioni sociali ed economiche nelle quali è stata trascinata questa città non consentivano di continuare sulla china tratteggiata da “yes men” disposti ad assecondare qualsiasi strategia venisse dall’alto.Vincenzo Colaiacovo