LA CORTE D’APPELLO NON SERVE IL TERRITORIO, ANDIAMO A ROMA

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22 AGOSTO 2014 – Massimo Verrecchia di “Nuovo Centro Destra” lancia un allarme per la soppressione della Corte d’Appello degli Abruzzi, che ha sede in L’Aquila.

La manovra rientrerebbe nel quadro del riassetto della geografia giudiziaria italiana, che passerebbe per la soppressione anche delle Corti d’Appello dell’Umbria e del Molise, con l’accorpamento dei rispettivi territori ad una corte più grande, come potrebbe essere, per l’Abruzzo e per il Molise, quella di Ancona.

Verrecchia ha dormito per un po’, ma almeno si è svegliato. Già da mesi su questo sito si va sottolineando la prospettiva che la Corte d’Appello a L’Aquila possa essere soppressa (v. “Gratteri: accorpare le Corti d’Appello troppo piccole”, nella sezione GIUSTIZIA di questo sito), tra l’altro riprendendo le ipotesi suggerite da magistrati che nella lotta alla delinquenza stanno in prima linea e che se non altro per questo meritano di essere ascoltati.

Solo che il problema dell’amministrazione della giustizia sul territorio va risolto con razionalità e non con i vecchi strumenti della tutela delle esigenze delle città oppure della salvaguardia dei posti di lavoro dei cancellieri. Vanno chiariti alcuni punti essenziali. Il primo: se oggi non si può parlare di un progetto che accorpi le Corti di Abruzzo, Marche e Molise in una città che sia il baricentro di un nuovo, più grande ufficio, cioè Pescara, la responsabilità è da individuare in quelli che non hanno voluto assecondare la naturale destinazione di una sede della Corte d’Abruzzo nel capoluogo adriatico. Non sono soltanto gli aquilani, che hanno fatto il lecito e l’illecito per conservare la Corte d’Appello su un cocuzzolo di montagna, ma sono anche i pescaresi che non sanno ormai neanche più di quale sostanza sono composti: di carne o di pesce, visto che assistono succubi a tutti i soprusi del capoluogo di regione, dopo aver inutilmente preferito la logica della forza, con una piccola rivolta quando si trattò di scegliere nel 1970 la sede del capoluogo di regione. Il secondo punto essenziale è la convenienza dell’Abruzzo ad accorparsi ad Ancona (o Perugia, se prevarrà questa) e non piuttosto a Roma.

Per Sulmona il problema non si pone neppure, visto che avrebbe la stessa distanza in termini di tempo tra gli uffici rimediati in qualche quartiere asfittico della “nuova” L’Aquila (quando si saranno palcate le speculazioni edilizie che già si preannunciano da tempo) e il rione Prati di Roma, dove, con le complanari della bretella della A24 si arriva in pochissimo tempo.  E così il discorso vale più o meno per gran parte del territorio, tranne alcune zone, come il teramano. Sotto altro profilo, posto che obiettivamente non si può conservare una Corte d’Appello in un circondario che non produce neanche il 5% del contenzioso civile e penale dell’Abruzzo (quale è il circondario dell’Aquila, come le statistiche recentissime dimostrano e basti dire che il tribunale ha prodotto nel 2013 poco più del numero delle sentenze del tribunale di Sulmona, figuriamoci il rapporto con Pescara, Avezzano, Teramo), i politici abruzzesi dovrebbero chiedersi se l’interesse dei loro corregionali non sia piuttosto quello di aderire, a Roma, ad un bacino di utenza così ampio che può garantire benefici rilevanti almeno a livello di gestione di una Corte di secondo grado (non c’è attività istruttoria da svolgere, quindi non si possono avvertire disagi per il famoso testimone che da Ateleta deve andare a L’Aquila, secondo il trito e ritrito, perdente e riperdente argomento della battaglia condotta senza testa fino ad oggi). Terzo argomento, ultimo e anche meno importante per il territorio nel suo complesso: una classe di giuristi (e non di operatori del diritto, che stanno ai primi come i maggiordomi ai padroni di casa) ha interesse a navigare in mare aperto in una Corte d’Appello che sta a un chilometro dalla Corte di Cassazione, se non altro perché, recandosi a Roma frequentemente, può respirare qualche zefiro di argomenti elevati, anziché la tormenta del Gran Sasso e dell’”Aquila mè”.

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