FRANCO TASSI NEL PARCO FA BILANCI E LANCIA PROGETTI, CITANDO ANCHE FLAIANO

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IL RITORNO DEL GUERRIERO A UN TIRO DI SCHIOPPO DALLA CAMOSCIARA QUANDO NON SI SENTONO PIU’ SCHIOPPI E I GIOVANI HANNO CONTRIBUITO AL SALVATAGGIO DEL CAMOSCIO D’ABRUZZO

19 AGOSTO 2023 – “E’ il vostro Parco, è il più antico d’Italia e dovete andarne fieri. La tutela della natura ha fatto rinascere interi paesi, come Civitella Alfedena, dove non andava più nessuno, neppure gli spazzaneve per aprire la strada ai rifornimenti vitali nei giorni di bufera e dove il Parco ha fatto del lupo il motivo della crescita anche economica. E’ il Parco che ha salvato gli ultimi esemplari di camoscio d’Abruzzo, già riconosciuto nelle sue peculiarità e classificato nel XVIII secolo. Erano rimasti quaranta capi, concentrati tutti sulla Camosciara. Da lì, piano piano hanno ripreso il loro territorio, anche sul Gran Sasso e sulla Majella ed oggi sono quattromila”.

E’ Franco Tassi a parlare dell’avventura del Parco Nazionale cinquanta anni dopo la fase acuta dello scontro tra i due modelli di sviluppo: anzi, tra lo sviluppo cementiero e quello che era considerato medioevo per i limiti che imponeva.

E’ tornato in uno dei paesi che costituivano il percorso di guerra di quella battaglia fatta di carte bollate, ma anche di agguati, di atti devastanti, di piccole furbizie, il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo (come ancora si chiamava, prima di avvolgere anche nella intestazione il Lazio e il Molise), per sostenere una nuova battaglia, in una conferenza tenuta a Palazzo Dorotea; in quella strettoia della “Strada statale marsicana” tra Roma e la… Camosciara, al centro di Villetta Barrea, dove un semaforo scandisce il tempo dei passaggi, alternandolo e rubandone un po’ ad ogni macchina, roulotte, camper, pullman, autotreno, ma senza sfregiare le sponde del Sangro con una variante, per quella che Tassi chiama “stradomanìa” nell’ultima delle sue pubblicazioni per “Madre terra” appena dell’aprile scorso. La battaglia di adesso è contro il taglio di alcune migliaia di pini sulla strada che porta a Scanno e Tassi è stato chiamato per quello che rappresenta, dopo che il suo nome non echeggia più nelle aule del tribunale di Sulmona; quando non è più riconosciuta e retribuita la figura del luparo; quando non esiste più il Corpo Forestale dello Stato; quando continuano a morire gli orsi lungo la Strada statale 17.

Non si è fermato a riproporre i bilanci delle battaglie fatte: ha lanciato un messaggio di speranza sottolineando il contributo che viene ormai dal volontariato “soprattutto dai giovani” nel più imprevedibile degli exploit della crescita nella coscienza civica per l’ecologia. “Oggi da questi ragazzi si può ricevere il maggiore apporto“, come quello che venne nel 1991 quando fu avviata l’”Operazione camoscio” sulla Majella” che fu chiamata anche 2000x2000x2000: 2000 camosci nell’anno 2000 a 2000 metri di altitudine, obiettivo perfettamente conseguito, sebbene, come annota Tassi nel suo “Miracolo camoscio d’Abruzzo – Storia di un salvataggio impossibile”, “qualcuno dietro alle quinte, si prodiga a cancellare la memoria storica, al fine di appropriarsi di meriti non propri. Ignoranza o dimenticanza? Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Aggiungendo con Ennio Flaiano che “In Italia si perdona tutto, ma non il successo””.

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