Oggi D’Alfonso sputa l’osso

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AUDIZIONE DAVANTI ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE PER BUSSI

28 MAGGIO 2015 – E’ il grande giorno della Commissione parlamentare di inchiesta sull’abbandono illecito dei rifiuti in Abruzzo. 

L’organismo presieduto da Bratti incontrerà i pubblici ministeri che hanno sostenuto l’accusa nel processo davanti alla Corte d’Assise di Chieti, ma anche il presidente della giunta regionale; ed altri figure istituzionali che potranno dire qualcosa. Oltre all’analisi di quanto è accaduto nel recente e remoto passato, la Commissione si propone la verifica dei progetti per l’uso dell’area del polo chimico di Bussi sul Tirino, che costituisce comunque il punto di confluenza delle acque di mezzo Abruzzo, cioè della zona sud del Gran Sasso (con il Tirino), degli Altipiani Maggiori (con il Gizio che è confluito nel Sagittario, a sua volta raccoglitore delle acque del Parco Nazionale d’Abruzzo e affluente dell’Aterno che porta l’acqua dall’Aquila e dalla Valle Subequana), della Majella (con il Vella che pure confluisce nel Sagittario), della Valle Peligna con il Pescara stesso.

Luciano D’Alfonso, presidente della giunta regionale, dovrà rompere il silenzio dietro il quale si trincera da quando “Il Fatto quotidiano” ha rivelato alcuni retroscena della camera di consiglio del processo di Bussi. Grande parlatore per anni e, con intensità maggiore, nei mesi e settimane precedenti la sentenza di Chieti, costituito parte civile e fisicamente, inutilmente presente ad una udienza del processo, D’Alfonso deve aver scelto la via più istituzionale, cioè quella di parlare, forse anche carte alla mano, davanti alla Commissione parlamentare. Oggi, dunque, sarà torrenziale, non le manderà a dire. Apporterà più del Gizio dagli Altipiani, dell’Aterno dall’aquilano, del Sagittario dal Parco, del Vella dalla Majella, etc. Potrà annegare tutta la Commissione parlamentare, come ai bei tempi del suo eloquio (invero un po’ paludoso per il resto dei giorni ordinari) e soprattutto potrebbe dire se un paio di settimane prima della sentenza già sapeva l’esito del processo come sapeva delle “gravi anomalie” di quel processo, oppure se ha parlato solo per farsi bello. Più di quanto non sia.