ALL’UDIENZA PER L’AGLIO SULLA STATUA I PRINCIPI-CARDINE DELLA COSTITUZIONE
5 APRILE 2016 – Mancava solo lui nell’aula del tribunale dove si parlava del suo lascito ai sulmonesi, di quella “gloria” per la quale egli aveva pronosticato che sarebbe stato ritenuto il simbolo della gente peligna (“Pelignae dicar gloria gentis ego”). Publio Ovidio Nasone era la parte contumace di una causa intrapresa per togliere dalla sua immagine quella della corona di aglio collocata da “Fabbricacultura” e propagata in una fotografia del “Consorzio di produttori di aglio rosso di Sulmona” per la quale oggi i tre giudici debbono esprimersi a meno di un chilometro dal posto ove nacque, al di là di quel torrente Vella che, come egli racconta, si ingrossava impedendogli il percorso tra casa sua e quella della sua amata.
Forse Ovidio avrebbe ribadito, come ha scritto quando ha voluto proclamare la sua scelta di affiliazione alla letteratura e alla poesia in particolare, che “è turpe usare l’oratoria per difendere un delinquente” (“Turpe reos empta miseros defendere lingua”). Ma proprio per questo avrebbe apprezzato che una causa per restituirgli l’immagine di laureato (nel senso di “cinto di lauro”, non di “cinto di aglio”) si svolgesse a due anni dalla soppressione di un ufficio giudiziario già presente ai suoi tempi e cresciuto di tono e di cause fino a costituire un “giustizierato d’Abruzzo” (una specie di Corte d’Appello) nel quattordicesimo secolo prima dell’escalation delle novantanove cannelle.
La questione è di quelle che neanche una sezione della Corte di Cassazione può decidere in quattro e quattr’otto, per le implicazioni tecnico-giuridiche delle quali si è caricata in questi otto mesi: se un cittadino qualsiasi di Sulmona possa pretendere in giudizio che la condotta di qualsiasi altro cittadino o di una associazione o di una società possa condurre di fatto ad una appropriazione, per quanto temporanea, dell’immagine dell’Ovidio nella statua di Piazza XX Settembre o nelle statue della città a fini diversi da quelli della divulgazione culturale ed artistica: nel caso specifico, al fine di promuovere una campagna di incentivazione dell’aglio, quindi di vendita.
L’excursus di oggi davanti al Collegio (che depositerà il provvedimento nei prossimi giorni) si è sviluppato attraverso l’analisi del principio solidaristico della carta costituzionale e della tutela, pure prevista dalla fonte primaria del diritto in Italia, dello sviluppo della personalità nelle formazioni sociali. Studiosi come Stefano Rodotà (ma anche di radici ideologiche e culturali diverse dal docente di diritto civile alla “Sapienza” e autore di oltre decine di monografie dedicate alla fruibilità dei “beni comuni”) hanno affermato che la lettura costituzionalmente orientata delle norme del codice civile già oggi consente di delineare una tutela in questo senso. Altri sostengono che a curare quest’ambito di beni ritenuti pubblici (e non estesamente comuni) siano solo gli enti rappresentativi delle comunità. In questo caso: il Comune. Stai fresco…






