PICCOLE E GRANDI EPOPEE VISTE DALL’ALTO DEI NOVANTUN ANNI
27 SETTEMBRE 2026 – Tommaso Paradisi va dal macellaio per rifornirsi e ripassa le edicole di edicolanti che non ci sono più. E anche i nomi dei giornali che non ci sono più.
Sembra il sopravvissuto di un’era, che deve vedere tutto con sereno distacco, se vuol sopravvivere ancora. Non potrebbe immaginare, altrimenti, quanto siano stati esagerati i sacrifici, fatti di risvegli antelucani e di giornate troppo lunghe per essere percepite di normale lavoro; di ristrettezze dovute alla condizione di lavoratore prima dello Statuto dei Lavoratori; insomma di quel “Miracolo economico” visto da una prospettiva diversa e dalla parte dei non miracolati.
Va fiero dei suoi 91 anni: “e mezzo”, aggiunge con piglio sicuro, quasi stesse correggendo i dati delle vendite e dei “resi” che giorno dopo giorno trasmetteva dalla sua “agenzia” perché i piani alti dei quotidiani tastassero il polso al tipo di cronaca che offrivano. Sì: l’ora del suo risveglio erano le tre: “e mezzo”, aggiunge, perché quando si è anziani il particolare spiega tutto e fa rivivere tutto. “Andavamo a Popoli a prendere i giornali; ed erano tanti ed erano pesanti”. Ma non arrivavano in treno alla stazione di Sulmona e venivano smistati “per la montagna”, come si chiamava l’invio all’Alto Sangro? “Quello accadeva prima: quando stavo all’agenzia i giornali arrivavano con il camion”. Cioè con l’unico mezzo che, più elastico negli orari, consentiva di comprimere a volte il tempo dalla tipografia nel centro di Roma fino allo smistamento in Valle Peligna, per poi proseguire fino a Pescara. Tanto era drastica questa compressione che a rimetterci sono stati, più di una volta, i conducenti, finiti fuori strada e immolati, giovani ingranaggi di un meccanismo oggi diventato inutile, alle richieste di una concezione futurista del lavoro sempre più veloce. Ora, sappiamo tutti, questo è passatismo perché non tornerà più la carta stampata con le notizie, come non sono tornati più i piccioni viaggiatori. A chi ha compiuto 91 anni (“e mezzo”) occorre avvicinarsi con garbo: un po’ perché il traffico rumoroso di Porta Pacentrana sommerge le parole; un po’ perché i neuroni potrebbero essersi sopiti, per quell’imperativo categorico dell’età a fuggire da ogni ansia di velocità. Basti dire che al tempo del piombo i giornali “chiudevano” in tipografia alle 23 e, in caso di consigli comunali eclatanti o di omicidi in piazza, facevano “ribattute” fino all’una, mentre oggi si attengono alle 21 o alle 22 e giusto se muore il Papa vanno oltre.
La lentezza e la pacatezza sono gli ingredienti per arrivarci, a quella vetta. E quando gli si chiede se riconosce l’interlocutore, che ha salutato con gentilezza, risponde con ostinata prontezza, quasi con aria di sfida per rivendicare il merito di avvicinarsi ai cento. E riferisce del mestiere di adesso, del suo interlocutore, anche se lui l’ha conosciuto per quello degli anni Settanta, quando si informava del numero di copie de “Il Tempo” rispetto a “Il Messaggero”, per quell’agonismo che compensava lo sforzo della ricerca di notizie e della velocità (ancora quella, a quel tempo) nel dar loro corpo e immagini, con la stampa di irripetibili e ormai sorpassate fotografie in bianco e nero.
Appena entra in Piazza Garibaldi da Via Dorrucci, Paradisi volge lo sguardo verso la prima edicola di questa via crucis delle edicole chiuse. “Bravo ragazzo” e snocciola la parentela. Poi ritorna alla agenzia della quale era dipendente: “Fino a quando il padrone non ha preteso che rinunciassi ad una voce dello stipendio. Gli dissi di no, cioè che mi spettava e lui mi propose, come alternativa, di andarmene e perciò mi ha licenziato”. Era il modo di costruirsi uno Statuto prima del prof. Gino Giugni. “Trovai un ispettore del Messaggero, Marinelli, che mi disse: ti aiutiamo noi a mettere su una agenzia. E mi aiutò”. “Ah, perciò propendevi per Il Messaggero, come dicevano al Tempo..”. “No: mai. Per me erano tutti uguali”. In realtà, questa storia delle preferenze era un modo per mandare giù le pillole delle piccole sconfitte nelle vendite, peraltro ampiamente prevedibili: sulla cronaca nera Il Messaggero prevalse per un lungo periodo; sui risultati elettorali dominava sempre Il Tempo, che alle 10 del martedì post voto aveva esaurito tutte le copie e l’efficientista Tommaso Paradisi non si spiegava perché non mandassero più “invii”, come si diceva nel gergo, visto che non c’erano mai “rese”. Ed aveva fiuto nell’organizzare lo strillonaggio con gli altoparlanti, quando si doveva scegliere sulle notizie che avrebbero fatto presa.
Puntò anche lui sul commercio finale dei quotidiani, nell’epoca d’oro: di quando i politici che volevano bene informarsi prendevano la “mazzetta” alle edicole, prima ancora che i socialisti prendessero altre mazzette, seguiti dai democristiani (o anticipati, secondo i racconti correnti). Infatti teneva una edicola davanti alla Chiesa del Crocifisso; ma fu la prima a chiudere, preconizzando lo sfacelo della carta stampata.
Ultranovantenne è anche Gabrio Colaprete, della edicola di Piazza XX Settembre e anche lui uscito in tempo dalla bolgia delle vendite e delle “rese”, ma anche degli improvvisi lutti nel settore. Si gode la sua pensione da un quarto di secolo e seguita ad annunciarci del “materiale interessante” per la recente storia di questa città, ogni volta che ci incontra lungo il Corso, ma è talmente preso da impegni, che non arriva.






