QUANTA INDULGENZA DI MARIO PIZZOLA SUI SAVOIA

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I OTTOBRE 2026 – Mario Pizzola insorge perché due sindaci a confronto, quella di Santhià e quello di Sulmona, si comportano in modo opposto quando il principe sabaudo si presenta nelle loro città. Angela Ariotti, prima cittadina avveduta, non ha neppure partecipato ad una manifestazione nel corso della quale a Emanuele Filiberto sarebbe stato conferito un “Capitanato” (“appare eccessivo l’uso di appellativi riferiti a dinastie non più regnanti. Da più di 80 anni siamo una Repubblica” ha dichiarato); Luca Tirabassi ha accolto in gran spolvero lo stesso personaggio e ha invitato i consiglieri e i dirigenti comunali a “partecipare alla visita istituzionale di S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia” il 12 luglio scorso. Secondo Pizzola, anche a voler tenere conto della giustificazione dell’avv. Tirabassi in ordine alle differenti responsabilità dei suoi avi rispetto alle sue, “il “cittadino” Emanuele Filiberto non ha mai preso le distanze dalle responsabilità del suo bisnonno Vittorio Emanuele III il quale non solo ha consegnato a Mussolini le chiavi del governo italiano ma ha firmato e condiviso tutte le leggi emanate dal regime fascista e anche l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dei nazisti”.

E’ troppo innocentista Mario Pizzola sulla dinastia sabauda. Comincia dal 1922 e, quindi, assolve Vittorio Emanuele II dall’essere entrato in armi, senza dichiarare guerra, sul territorio dello Stato pontificio (qualche anno dopo che Ferdinando IV, a chi gli offriva di conquistare il Nord passando per gli stessi itinerari, disse “la robb’ delli preut’ nz tocc'”) e, poi, del Regno delle Due Sicilie quando, passando anche per Sulmona ed ivi soggiornando, andava a stringere la mano a Garibaldi a Taverna Catena (cioè vicino a Teano), con la scusa, sciorinata agli Stati europei, secondo la quale andava a fermare Garibaldi e non a riceverne lo Stato del Sud, come abbiamo letto e si legge ancora nei libri di Storia. Quindi la “doppia misura” per non impensierire gli europei e per tenere buono Garibaldi.

E’ buonista Mario Pizzola quando non considera che la monarchia sabauda ha massacrato centinaia di migliaia di Italiani con la scusa del brigantaggio (arrivando ad esecuzioni sommarie anche di generali catturati in battaglia) e dopo che Francesco II, Re poco più che ventenne di Napoli e Sicilia, aveva tappezzato di bandiere del tricolore italiano le strade di Napoli ben prima che vi entrasse Garibaldi (perché l’Italia poteva essere unita sotto quei colori, ma con capitale Napoli) e poteva essere proclamato il Regno d’Italia in lingua italiana e non in francese, come accadde il 17 marzo 1861 a Torino.

Probabilmente, come mostra una foto dello scorso luglio a Sulmona, Mario Pizzola ha finito con lo stringere la mano a Emanuele Filiberto perché, fervente non-violento, aveva dimenticato che i torinesi hanno ammazzato anche i preti, come accadde alla fortezza di Civitella del Tronto quando fu presa d’assedio, senza la dichiarazione di alcuna guerra e in questo i Savoia avranno ispirato anche Trump nell’aggressione al Venezuela; quindi sono stati antesignani della violazione di ogni regola internazionale e forse per questo Antonio Tajani, già giovane monarchico che si commuoveva insieme agli anziani dell’Unione Monarchica Italiana al Cinema Capranichetta vedendo il filmato  di Umberto II che partiva per il Portogallo, ha detto di recente che “il diritto internazionale vale fino ad un certo punto”.

E’ un filo sabaudo Mario Pizzola quando omette di ricordare che Umberto I, il “re buono”, premiò il generale Bava Baccaris che aveva trucidato nel 1899 a Milano centinaia di Italiani, quasi morti per fame, che protestavano per le strade non sapendo come sopravvivere. Oppure quando trascura che per conquistare la piazza di Pescara furono promesse ricompense da corruttela.

Ammicca a restaurare la monarchia sabauda Mario Pizzola se non ricorda che, mentre i Savoia hanno intentato cause contro l’Italia per prendersi beni curiosamente ritenuti personali (i re che hanno un peculio diverso da quello della Nazione? E allora ai fanti che morivano in guerra cosa rimaneva dopo la morte, ed anche ai loro eredi: la divisa sforacchiata?), laddove Francesco II, scrivendo l’ultimo messaggio ai regnicoli, li abbracciava augurando loro di essere felici e non portò niente per sé, lasciando, tra l’altro, il tesoro di San Gennaro, la Biblioteca dei Girolamini, il tesoro del Banco di Napoli, rispettivamente al popolo di Napoli, alla ricettazione del prescritto Dell’Utri e alla requisizione dei Sabaudi. Francesco II che portò solo le spoglie di una Santa appartenuta alla sua famiglia ed è stato per questo considerato quasi un lestofante dai monarchici filo sabaudi dell’UMI.

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