13 febbraio: il 150° al contrario tra arrivismi, fedeltà e speranze della Sulmona borbonica e liberale

300

I segni di nazione italiana nell’ultimo messaggio di Francesco II di Borbone

Aveva assistito nel 1784 ad una parata militare in Piazza Garibaldi, nel palazzetto demaniale ove adesso è ospitata la compagnia della Guardia di Finanza (lo ricorda una lapide all’ingresso) e aveva anche dormito lì Ferdinando IV, primo re delle Due Sicilie, generoso nei confronti del capoluogo peligno e ricambiato in questa dedizione, anche durante la grave rivolta del 1799.

Rese grande il regno, con l’impulso per le attività industriali e le infrastrutture (che proiettarono le Due Sicilie al terzo posto tra le potenze mondiali) per le ricerche archeologiche che consentirono di ritrovare lo splendore di Pompei. Partiva definitivamente dal forte di Gaeta il pronipote Francesco II, a soli 24 anni, il 13 febbraio del 1861: con lui finiva il regno. In mezzo tante prove di fedeltà dei sulmonesi, come quando, nel corso della rivolta della città dell’Aquila l’8 settembre 1841 (organizzata approfittando della momentanea assenza dei reparti militari impegnati nella parata di Piedigrotta e nel corso della quale fu addirittura ucciso il comandante della piazza), i Borboni mandarono truppe da Sulmona per domare gli insorti, riuscendovi completamente.

Anche questi sono 150 anni da ricordare, soprattutto perchè, lasciando Napoli il 6 settembre 1860 prima che entrassero i garibaldini, “Franceschiello” aveva scritto ai sudditi una lettera che li faceva sentire già cittadini, dopo aver promulgato una costituzione liberale:

 “Fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, e io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi. A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa metropoli, da cui ora debbo allontanarmi con dolore. Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei stati, nonostante che io fossi in pace con tutte le potenze europee. I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principi nazionali e italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la necessità di difendere l’integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorato. Onde io proteso solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l’età presente e futura. Il corpo diplomatico presente presso la mia persona seppe, fin dal principio di questa inaudita invasione, da quali sentimenti era compreso l’animo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioè garantirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni d’arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future è superiore alla passione di un tempo. (…) Io sono napoletano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatrioti. Qualunque sarà il suo destino, prospero o avverso, serberà sempre per essi forti e amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia Corona non diventi face di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni fra voi,  o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l’ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro da ora è di rivedere i miei popoli concordi, forti e felici”