IL SANGUE DEI VINTI DEL SUD

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UN REVISIONISMO FORSE INVOLONTARIO DI GIAMPAOLO PANSA SULLE CONDIZIONI DEL NORD CHE AVREBBE PORTATO LA CIVILTA’ AL SUD

7 GENNAIO 2024 – Concludendo la trilogia della guerra civile in Italia negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e i primi del dopoguerra, Giampaolo Pansa spiega il lungo percorso che l’ha portato a scrivere, prima di tutto, “Il sangue dei vinti” e via via gli altri volumi, caratterizzati da una crudezza del racconto che ha pochi eguali e che è ripresa, del resto, da documenti a lungo tenuti nascosti per non offuscare l’aura, in buona parte artefatta, del periodo. Egli, nell’ultima scena del film che dal suo libro è stato tratto, afferma di essersi riconciliato con i tanti “vinti” della guerra civile tra fascisti e partigiani, raccontando le storie secondo la verità che gli era svelata dalla ricerca e non secondo quella recepita dai vincitori.

Completato il racconto delle poco epiche imprese di liberatori e collaboratori dei liberatori, Pansa è vissuto a sufficienza per raccontare anche le storie più private, comunque legate alle vicende che lo hanno visto giornalista in prima linea.

Tuttavia, un’altra operazione latamente di revisionismo è insita in questi racconti, alcuni dei quali si trovano ne “Il rompiscatole”, che, sempre edito da Rizzoli, risale ormai a quasi dieci anni fa. L’inviato speciale della “Stampa”, del “Corriere della sera” e di “Repubblica” scomparso nel gennaio 2020 si rende artefice di una… ricollocazione storica dei rapporti tra il Nord e il Sud dell’Italia: argomento del quale non intende trattare ex professo, addirittura (sembra) inconsapevole del significato di tali descrizioni, ma che traspare chiaramente nel leggere le storie di quel Regno di Sardegna (in realtà: Stato piemontese che estese i suoi possedimenti al Sud d’Italia) risalenti all’epoca immediatamente pre-unitaria: “Un pianeta zeppo di contadini senza terra, perseguitati da una miseria che oggi non riusciamo neppure a immaginare”. E parla del nonno, nato nel settembre del 1863 (cioè agli albori della strage che i piemontesi compirono nel Sud con la Legge Pica), e della nonna, Caterina Zaffiro “poveri ancora prima di nascere e destinati a restarlo per sempre”. Caterina, molto più giovane, era del tutto analfabeta e capiva i fotoromanzi dalle espressioni del volto dei protagonisti non potendo leggere i segni compresi nelle “nuvolette bianche”, come le chiamava. Pansa descrive la condizione femminile del monferrato proprio dalle parole della nonna: “A sentir lei, le donne dovevano avere le gambe della lepre, il ventre della formica e la schiena dell’asino. Ossia essere svelte, parsimoniose e resistenti alla fatica”. Lei stessa, da anziana, diceva “Mi basterebbe un po’ di latte al mattino e una tazza di caffè nel pomeriggio. Sono abituata alla fame e ormai non la sento più”.

La nonna Caterina, non le donne descritte dai conquistatori nei loro reportage fatti di schizzinoso distacco dalle donne animalesche del Sud, “Lavorò alla monda del riso. Zappò nelle vigne. Si sfiancò nelle vendemmie. Allevò i bachi da seta. Forse andò a fare la serva in famiglie più fortunate di lei”. E tutto questo non le bastava, perché, gravata dell’obbligo di allevare sei figli pur essendo rimasta giovane vedova, era anche “una ladra esperta e veloce” e  andava “per la campagna a portarsi via quanto poteva essere utile a sfamare i figli. Per essere chiari, rubava e rubava, senza vergognarsi di farlo”.

E Cesare Lombroso scriveva del “tipo di delinquente” che si identificava nelle fattezze fisiche degli uomini del Sud, sempre secondo quella “versione piemontese” dell’unificazione dell’Italia, che vedeva la propensione al furto solo nelle terre che erano state dei Borbone.

Accanto ai contadini senza terra – annota ancora Pansa – c’erano quelli che un pezzetto lo possedevano. Da noi li chiamano “i particolari”. Ma Caterina li definiva, beffardamente, “i perdapé”, gente che si consumava i piedi lavorando. O anche “tiracurdin”, perché portavano le mucche al pascolo trascinandole con una corda”. Niente di molto diverso, se non in peggio, dei coltivatori diretti di vaste regioni meridionali.

E via di questo passo, di descrizione in descrizione, fino ad affrontare gli effetti della spaventosa condizione igienica di tutte le campagne dell’astigiano, ove imperversava la malaria.

Orbene, tutto questo viene da una esigenza, che Pansa scopre soprattutto nella terza, avanzatissima età, di sfatare i miti accolti acriticamente dalla storiografia e dalla sociologia a buon mercato che a lungo hanno imperversato e imperversano ancora oggi, per la negazione, per esempio, di quello che hanno fatto i soldati italiani piemontesi agli italiani che avevano vestito la divisa con il giglio borbonico, tanto da destare rimorsi anche in Giuseppe Garibaldi.

Si potrebbe concludere un altro film, questa volta tratto da questa “inconsapevole” riscrittura della guerra civile tra Nord e Sud (denominata operazione speciale contro il brigantaggio) riconciliandosi dopo aver affrontato la verità ed aver reso giustizia ai ventenni, ai trentenni soldati borbonici deportati a Fenestrelle e in altre prigioni-lager del Piemonte, alle popolazioni depredate e atterrite.

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