DALLE TERMOPILI A ROCCAPIA

478

UN INTOPPO SULLA VIA DI TEANO PER VITTORIO EMANUELE

I marzo 2015  – E’ una magnifica giornata di sole quando Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna (nel dipinto in alto in una fase di battaglia incita gli Zuavi), lascia la villa Raffaele della Badia morronese, davanti alla casa generalizia dei Celestini (nella foto più in basso), per riprendere la lunga spedizione verso Teano: deve fermare Garibaldi che sta risalendo dalla Sicilia per conquistare tutta l’Italia del Sud e consegnarla al suo re. Deve fermarlo perché tra il generale e il primo ministro Camillo Cavour non corre buon sangue. Quale settimana prima, il 7 settembre 1860, l’Eroe dei due mondi gli ha “inviato la richiesta di licenziamento di Cavour” (1): ormai le strategie per la “soluzione finale” del risorgimento italiano sono diametralmente opposte, tra il soldato e l’uomo diplomatico, il calcolatore di tutti gli scenari europei e il sanguigno condottiero. “L’iniziativa del Piemonte  ha il sostegno della Francia: Napoleone III il 28 agosto aveva incontrato a Chambery i generali Luigi Carlo Farini ed Enrico Cialdini concedendo l’appoggio francese a un’azione volta a fermare Garibaldi che pareva intenzionato a marciare verso Roma con il conseguente pericolo di un nuovo intervento austriaco in Italia” (2).

–       – Peccato lasciare questa valle deliziosa – osserva Vittorio Emanuele che del viaggio attraverso l’Italia avrebbe fatto volentieri a meno, se non fosse stato imposto, con argomenti più che persuasivi, da Camillo Cavour per convincere l’Europa che chi avrebbe fermato Garibaldi (e salvato il Papato) sarebbero stati proprio i piemontesi e non i napoletani.

    Chi era questo Ovidio al quale era dedicata la Fonte d’Amore vicino alla Abbazia?  – chiede al suo “sottosegretario con delega ai servizi”, che lo segue ad ogni passo, guardingo, premuroso, preoccupato di portare, sul cavallo a fianco al suo, il destino dell’Italia stessa.

–       Mi dicono fosse un poeta dei tempi di Augusto imperatore.

–       E tutta questa notorietà per un poeta?

–       Vede, Maestà, erano i tempi nei quali la letteratura formava le classi dirigenti dell’Impero, poco più di un secolo prima che a guidare Roma salissero gli imperatori-umanisti come Adriano, Marcaurelio, Antonino Pio, che diventarono così perché avevano letto, tra gli altri, Publio Ovidio Nasone.

–       Chiacchiere! I regni si reggono sulle armi e i confini si tutelano con gli intrighi o approfittando della debolezza del nemico, o rompendo i patti e invadendo Stati pacifici come stiamo facendo adesso per approfittare dell’evoluzione delle relazioni diplomatiche in Europa. E poi chi era questo Adriano, cosa faceva oltre a godersi la villa vicino a Tivoli?

–       Fu il primo a non estendere i confini dell’Impero, succedendo a Traiano, per realizzare una politica di riforme e rinforzare la stabilità.

–       Ecco, vedi, Roma iniziò ad essere grande dal Ratto delle Sabine e incominciò a decadere con questo Adriano che non invadeva più.

Prima che il paziente sottosegretario del Re possa replicare, il piccolo esercito è giunto a Rocca Vallescura, dopo Pettorano sul Gizio, proprio dove la strada si fa più difficile e occorre fermarsi.

–      Non mi  è piaciuta la risposta che quel sulmonese ha fatto seguire alla mia esclamazione dalla villa della Badia: “Che bel panorama!” avevo ammesso aprendo la finestra appena svegliato. E che mi dice quello zotico? “Lo abbiamo fatto venire apposta per lei dal Piemonte”. Sapeva di presa in giro. Annotate chi sia e da dove provenga.

–       Le consiglio cautela, Maestà, dobbiamo conquistare anche il consenso delle popolazioni, perché sono in atto i plebisciti. Solo se saranno favorevoli alla Casa Sabauda, gli altri Stati del continente, riuniti al Congresso di Varsavia, accetteranno questa invasione: prenderanno atto del fatto compiuto, secondo la real-politik.

–       Sì, lo so, è… l’Europa che lo vuole. Ma i plebisciti si organizzano secondo quello che si intende raggiungere: mica si può rimettere alla volontà dei votanti il risultato. Appena arriveremo a Castel di Sangro ci sarà formalmente comunicato l’esito di una di queste messinscena.

–       Questo ci risulta e sotto questo profilo non temiamo niente. Tanto più che per il 17 dicembre è in calendario alla Camera e approveremo la modifica della attuale legge elettorale, secondo un tormentone che i nostri politologi prevedono duri per altri duecento anni. In base alla attuale legislazione formatasi nel 1848 “hanno diritto al voto i maschi alfabetizzati che hanno compiuto 25 anni e pagano almeno 40 lire di imposta. In questo modo sono ammessi al voto 418.696 cittadini, vale a dire meno del 2% della popolazione” (3). Sempre secondo i nostri politologi, dopo decenni di afflussi record di elettori alle urne, a queste percentuali mirerà diritto solo un primo ministro mandato ancora dall’Europa che lo vuole; e in parte ci riuscirà. Avrà la stessa età di un primo ministro che le elezioni le abolirà del tutto.

–       I politologi dicono sempre tante cose e vaghe. Guardiamo al concreto. Che sono venuto a fare fin qui, lasciando le riserve di caccia del Gran Paradiso, con gli stambecchi lanciati apposta poco prima del mio passaggio per non farmi fare brutte figure? A proposito: lì vedo un orso. Chi l’ha lanciato? Non c’era nessuna intesa…

–       E’ uno dei tanti orsi che se ne vanno liberi su questi monti. Io starei attento, perché non c’è nessuna misura di salvaguardia della Vostra Maestà, non era prevista in questo senso.

–       Ecco, appunto, toglietelo di mezzo, dite che l’ho abbattuto dopo un violento combattimento. E per celebrare la giornata negli annali di questo Risorgimento, chiamate questo posto Roccapia.

–       Non sarà facile far passare questa versione. Per avere una stampa così asservita bisognerà attendere che salga sul trono un capo di stato Napolitano.

–       Ma perché, non c’è sul trono un capo di stato napoletano? quel tipo imbelle che andiamo a sollevare? quel mio cugino tutto devoto al Papa? quel ragazzo di 23 anni che è vissuto tra messali e inginocchiatoi?

–       Maestà, il padre non ha invaso il vostro regno quando gli era stato proposto, nel periodo più difficile per noi, quando l’Austria ci aveva quasi annichiliti. Avrebbe dovuto attraversare lo Stato pontificio come abbiamo fatto noi. Disse: “’A robba delli prevt nun se tocc’ !”

–       Ecco, vedi, imbelle pure il padre. Ti debbo ripetere la storiella del Ratto delle Sabine? Ma passiamo ad altro: chi ha fatto questa bella strada? Voi dei servizi non mi avevate detto che i Borbone hanno un sistema viario da medioevo?

–       Infatti questa è un’eccezione, perché i Borbone sono i primi in Europa per le vie del mare. La fece costruire addirittura Gioacchino Murat perché credeva che l’impero francese si potesse sviluppare solo con l’integrazione del Sud dell’Italia, con le sue immense risorse demografiche e naturali: e non voleva depredarlo, quanto servirlo ed integrarlo. E’ la strada più importante d’Italia (nell’altra foto in basso la stretta valle nella quale si inerpicava la “Napoleonica” quando vi passò il Re di Sardegna).

La rappresentazione che mi avete fatto del Regno delle Due Sicilie non è proprio corrispondente al vero: mi avevate parlato di terre arretrate, di gente barbara, di contadini affamati. Qui, da quello che vedo, stanno molto meglio che da noi: e mi scoccia assai che la loro lira valga molto più della nostra in Europa e che ogni singola moneta valga per quello che pesa, non come le nostre banconote. Toccherà che ci appropriamo pure del Banco di Napoli: a proposito, quando arriviamo a Napoli non vi dimenticare di prendere pure gli spiccioli, chè dobbiamo risanare il nostro bilancio. E dite, questo Murat sarà stato osannato, per quello che ha fatto…

–       Al contrario, Maestà: fu fucilato a Pizzo Calabro…

–       Vedi che non bisogna lasciar decidere al popolo? Non è mai riconoscente. Appena annetteremo il Regno delle Due Sicilie al nostro, applicheremo la stessa politica che abbiamo fatto con la Sardegna: una regione dalla quale assorbire tutte le risorse senza darne nessuna, in modo che il Piemonte viva sull’arretratezza del suo Sud. Poi nessuno sui libri di storia starà a ricordarsi che la Sardegna delle carestie e dei banditi viene dal nostro Regno: a suon di onorificenze agli storici organici faremo passare l’ipotesi che la Sardegna era dei Borbone.

–       Non sarà difficile riscrivere la Storia, se vinceremo. Tutto sta a vincere. Ma qualcosa ci sfugge di mano, Maestà: quello è il Piano delle Cinque Miglia e quelli che vedo lontano sono i gigli e i colori delle truppe borboniche (nella prima foto in basso  il giglio borbonico impresso in un confine con lo Stato Pontificio, violato da Vittorio Emanuele nell’ottobre 1860 per entrare in Abruzzo).

 –       Ma non avevate comprato tutti i generali borbonici? Quanto c’è costata Calatafimi per le corruttele? E la Camorra che l’abbiamo pagata a fare a Napoli dove dovrei entrare tra due settimane? Perché abbiamo promesso a De Cesaris tutti quei milioni per prenderci a tradimento la fortezza di Pescara? Per ritrovarci truppe regolari da combattere? Non possiamo batterci, perdiamo tutte le battaglie; come scrive quell’odioso Cantù, abbiamo recuperato in diplomazia, con l’inganno, tutto quello che abbiamo perso da guerrieri.

Purtroppo le nostre fonti segrete ci hanno informato male. Francesco II non è il giovane incapace secondo l’immagine che viene accreditata in Europa. Alla notizia che siamo entrati in armi nel suo Regno, è partito alla testa di sue guardie fedelissime, che gli hanno giurato fedeltà fino alla morte: cinquecento uomini che non posseggono beni di alcun genere e non possono possederli; che non “tengono famiglia” e non possono sposarsi; a loro è stata promessa solo la gloria di diventare dignitari su tutte le terre del Nord e di farle amministrare in nome e per conto del Re, che darà tutto per l’assistenza ai poveri, come in quella Badia che sta davanti alla villa nella quale la Maestà vostra ha riposato la notte scorsa; oppure agli istituti di ricerca scientifica dei quali è pieno il Regno delle Due Sicilie. E studiano anche i terremoti: quello della Val d’Agri nel dicembre 1857, dell’undicesimo grado Mercalli, è il primo terremoto al mondo ad essere stato monitorato (4). Ma noi stiamo cercando di introdurre nei nostri libri di testo nelle scuole l’equazione che il Sud d’Italia è arretratezza.

–       Ma non potranno entrare nel nostro Regno: esistono le convenzioni internazionali.

–       Come per il Ratto delle Sabine.

–       E allora di noi che sarà ?

–       A parte la forca che ci attende sul Piano, si riscriverà la Storia e saremo schedati come “briganti” che invasero un regno senza neppure dichiarare guerra

–   E tutto questo a Roccapia, in questo posto infinitamente piccolo e racchiuso tra montagne impervie- 

– Sì, Maestà, non erano molto più grandi le Termopili. E per di più quei trecento Spartiati con Leonida avevano il coraggio che a noi è sempre mancato. In questi giorni “al Congresso di Varsavia sono riuniti : Alessandro II di Prussia, Guglielmo I principe reggente di Prussia, Francesco Giuseppe d’Austria e un rappresentante di Napoleone III. Tutte le potenze europee confrontano le rispettive posizioni sui fatti d’Italia. La Russia mostra di  condividere la posizione assunta dalla Francia nelle relazioni con il regno sabaudo, l’Austria rimane isolata . Si è creata una convergenza tra Italia, Francia, Regno Unito e in parte anche Prussia e Russia, sulla base di una accettazione di fatto dei mutamenti avvenuti nella penisola italiana” (5).  Ma non hanno calcolato la vera indole di Francesco II e non avevano calcolato quei cinquecento fedelissimi, che non faticheranno molto a sterminare questo nostro battaglione raccogliticcio, messo insieme per arrivare a Teano e dare la mano a Garibaldi. Rien ne va plus.

–       Perché concludere con un francesismo, noi che “O si fa l’Italia o si muore”?

–       Per usare la lingua di Murat che ha fatto questa bella strada: il francese con il quale intendevate proclamare il Regno d’Italia a marzo. L’ultima domanda alla quale non hanno saputo rispondere i nostri servizi segreti è questa: “Che cosa c’entrate con l’Italia, Maestà?”

(1) (2) (3) (5) Cronologia della Storia d’Italia, UTET, 2008, vol. III, pagg. 1130-1131.

(4) Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanonologia, sito online.