LA NOTTE DI VITTORIO EMANUELE A SULMONA PRIMA DELL’INCONTRO A TEANO

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La lapide che ricorda l’incontro di Garibaldi e Vittorio Emanuele a Taverna Catena nei pressi di Teano

C’era un gran traffico in quell’autunno del 1860 mentre si faceva l’Italia: soprattutto per non farla troppo presto, rompendo gli equilibri dello scacchiere diplomatico. La stretta di mano a Teano

(che poi non era proprio lì, quanto a Taverna Catena) non era un idillio e Vittorio Emanuele II non passò una notte tranquilla alla Badia di Sulmona, con il pensiero di dover arrivare in tempo mentre l’aspettava il Piano delle 5 Miglia e il percorso ricco di incognite. Meno di lui doveva stare sereno Cavour che avrebbe fatto l’Italia senza sparare un colpo, proprio il contrario di quello che andava facendo Garibaldi. Questione di giorni e il 7 novembre il Re entrava a Napoli, senza grandi trionfi e soprattutto senza Garibaldi che se ne ritornò a meditare a Caprera. Fu una sconfitta del generale quel mancato coronamento dell’impresa dei Mille, voluta forse più dagli Inglesi che dal Piemonte. Qualche mese dopo, all’inizio del 1861, la prima “vittoria mutilata” dell’Italia passava al vaglio di chi di rivoluzione (almeno teorica) si intendeva: Karl Marx, scrivendo una lettera personale a Engels sull’incontro di “Teano” trattava malissimo l’Eroe dei Due Mondi: “Spartaco fu un vero grande generale, non un Garibaldi!”

Una condanna che avrebbe pesato sugli ultimi anni del Generale; forse non fu mai al corrente della corrispondenza tra i due ideologi del comunismo, ma sapeva interpretare l’animo della gente e sapeva benissimo come quella stretta di mano era un tornare nei ranghi, un rimettersi alla politica abbandonando la guerra proprio nel momento migliore.

L’Altopiano delle Cinque Miglia,

E del resto ancora oggi, nell’ultimo libro di Umberto Eco “Il cimitero di Praga” un deputato piemontese esprime il condensato del programma che andava realizzato prima che Garibaldi puntasse su Napoli: “Bene, parliamoci chiaro: Garibaldi non tarderà a raggiungere lo stretto di Messina e a passare in Calabria. L’uomo è uno stratega avveduto, i suoi volontari entusiasti, molti isolani si sono uniti a loro, non si sa se per spirito di patria o per opportunità, e molti generali borbonici hanno già dato prova di tale scarsa abilità di comando, da far sospettare che occulte donazioni abbiano affievolito le loro virtù militari. Non spetta a noi dirle chi sospettiamo sia l’autore di queste donazioni. Certamente non il nostro governo. Ora la Sicilia è ormai in mano a Garibaldi, e se in mano sua cadessero anche le Calabrie e il Napoletano, il generale, sostenuto dai repubblicani mazziniani, disporrebbe delle risorse di un regno di nove milioni di abitanti ed, essendo circondato da un prestigio popolare irresistibile, sarebbe più forte del nostro sovrano. Per evitare questa iattura il nostro sovrano ha una sola possibilità: scendere verso sud col nostro esercito, passare in modo certo non indolore attraverso gli Stati pontifici, e arrivare a Napoli prima che vi arrivi Garibaldi. Chiaro?”.