Ruffo a Borges: “Portate con voi il tricolore italiano”

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Campana_della_fortezza_di_Civitella18 DICEMBRE 2011 – Il rinnovato interesse per l’impresa del gen. Joseph Borges nell’autunno del 1861 (lo sbarco in Calabria e la risalita del Regno delle Due Sicilie per tentare un ritorno al trono di Francesco II), consente di leggere alcune delle più significative pagine dell’epoca risorgimentale sotto altra luce e

 tuttavia con lo sguardo rivolto pur sempre alla unificazione d’Italia. E’ il caso di una lettera che il Principe Fulco Ruffo di Scilla invia a Borges e che viene intercettata e sequestrata da agenti piemontesi. E’ pubblicata dal quotidiano “Il Nazionale” del 12 novembre 1861:

“Non fate assegnamento che su voi e sui vostri soldati. Quando sarete laggiù troverete delle guide e degli interpreti. Mi scosto in un punto  dalle istruzioni del Gen. Clary, raccomandandovi di essere liberale, più liberale dei piemontesi. Riunirete così intorno a voi  molti abitanti delle città. La questione della bandiera  è anche assai delicata. Gaeta si è resa immortale con la bandiera tricolore, in mezzo a cui vi era lo stemma dei Borboni. E’ questa la bandiera adottata dal Re, ed a cui egli prestò giuramento. Se la bandiera bianca ha maggiore  influenza sulle masse, voi potrete adottarla, mettendovi i nostri tricolori. Voi sapete che magnifica missione avrà Francesco II di risollevare la vera Italia e di essere per eccellenza il Re italiano e liberale (nel buon senso). I colori italiani furono insozzati dalla rivoluzione; Francesco II li purificherà forse”.  

Il tricolore borbonico

Emerge con chiarezza che il disegno di unificare l’Italia era tra quelli dello stesso Re di Napoli, che aveva concesso la Costituzione qualche anno prima; emerge ancora che i suoi consiglieri e la stessa aristocrazia del Regno non erano contrari alla adozione di un “tricolore nazionale” sotto il quale tutta l’Italia poteva riconoscersi; da ultimo, emerge quell’imperativo di “essere liberali”, più liberali dei piemontesi nel rendersi guida del nuovo stato unitario. Ancora tra le righe di questo importante messaggio si può interpretare il consiglio che Ruffo dà a Borges di contare solo sui suoi uomini. In effetti, il fallimento dell’impresa del guerriero catalano (proveniente da una famiglia di soldati della guerra carlista di Spagna) dipese, come egli stesso scrisse al Re di Napoli esiliato a Roma, dalla mancanza quasi totale di soldati che avrebbero dovuto accompagnarlo lungo tutto il tragitto dalle sponde calabre di Brancaleone per “accendere” le città attraversate e suscitare la ripresa dei seguaci dei Borbone.

Una volpe negli Appennini

Ciò nonostante, facendo appello a quella strategia militare della quale era maestro, come gli riconoscevano gli stessi stati maggiori sabaudi, Borges riuscì con poche centinaia di soldati a tenere in scacco l’esercito avversario fino al tragico epilogo di Tagliacozzo, l’8 dicembre 1861, quando era ad un soffio dal confine pontificio ed avrebbe incontrato il giovanissimo Francesco II: solo per dirgli, peraltro, che la speranza di tornare sul trono era svanita.

Nella foto sotto al titolo: la campana della Fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo del Regno borbonico che il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione dello stato unitario italiano fu conquistata.