IL POETA CHE ACCAREZZAVA I SUOI QUADRI

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“VALE VIVERE FINO A 75 ANNI” MA PER PICINI LA VITA COMINCIA ADESSO

30 AGOSTO 2013 – In viaggio dice che un uomo deve morire a settantacinque anni, perchè “quello che doveva fare lo ha fatto e quello che vorrebbe fare non ha la forza di farlo”;

ma non si rende conto o fa finta di non accorgersi che proprio lui è la smentita vivente di queste affermazioni drastiche. E’ dovuto arrivare a novantatre anni perchè le istituzioni per antonomasia, la Soprintendenza tramite la Dott.ssa Lucia Arbace, lo andassero a cercare per rilanciarlo in un “omaggio” inserito nel Premio Michetti. Non che prima non avesse assaporato la gioia di vari riconoscimenti: ma Italo Picini (nella foto, accanto a “Albanesi”, olio su tela del 1994, Pratola Peligna, Museo civico) ha sempre avuto un rapporto difficile con le istituzioni e con le celebrazioni. “Ho lavorato per mia intima necessità, mai per il mercato né per abbellire gli appartamenti: le mie tematiche non sono gradevoli” scrive nell’ultima riga della sua presentazione all’”omaggio” che si conclude proprio oggi al Museo Michetti di Francavilla.

Quando Picini incontra di nuovo le sue opere prende a spiegarle con partecipazione che potrebbe avere un ventenne: “Avrei potuto togliere questa parte, ma sarebbe rimasto questo senza senso” e copre con la mano una parte dell’olio su tela; intanto sembra che lo tocchi per accarezzarlo il quadro che si trova insieme a tanti altri in una delle molte sale riservategli in una elegante ala del Museo. La consuetudine e l’affetto con le sue creazioni diventano manifestazione fisica e Picini quasi rianima le figure cristallizzate dal pennello. Hanno avuto tutte gestazioni veloci: “Se non mi riesce di rendere in venti minuti l’emozione che provo, non mi riesce più: questa è la pittura, il resto è accademia, studio, o solo disegno. Ma il pennello è molto di più”. E il risultato sono le chiome abbozzate dei fanciulli che dànno il nome al suo “omaggio” nel Michetti (proprio “L’energia dei giovani”): sono le gambe con muscoli sfuggenti, ma che non hanno il compito di reggere il corpo quanto quello di slanciarlo all’infinito, di sollevarlo dalla pesantezza che avevano le donne popolane del passato periodo artistico.

Ragazzi tristi solo in apparenza

Risultato, a noi sembra, è quello che nessuno di questi fanciulli solitari è triste, anche se oggettivamente la solitudine è rappresentata con spazi vuoti e insondabili, quelli che circondano i ragazzi mentre stanno a guardare o a pensare (nella foto, “Segmenti”, olio su tela del 1996, collezioni privata). Picini si è lasciato sedurre “osservando gli adolescenti in crisi di identità, quei ragazzi che si incontrano nei larghi dei borghi di Sulmona e di Pratola per passare il tempo. Non hanno niente, non fanno niente, non sanno cosa fare” scrive egli stesso nel catalogo edito da Vallecchi per spiegare il passaggio dalla raffigurazione delle “popolane” che lo hanno reso conosciuto negli anni Cinquanta e Sessanta alla creazione delle eleganti figure sottili, insoddisfacenti per gli stessi ragazzi che vi crescono dentro in crisi di identità. ”Negli orfanotrofi, nelle case di rieducazione hanno perlomeno gli “scivoli” per passare il tempo, ma è la solitudine che li fa stare insieme” illustra ancora indicando due ragazzi a parlare in tubi dell’acquedotto.

C’è la società di strade e vicoli peligni

C’è molto studio dei temi sociali, compresi quelli dell’immigrazione degli albanesi dal 1991; c’è l’arte creata sulle strade della Valle Peligna nel momento nel quale le immagini che rapiscono il pittore vengono a delinearsi nelle sue passeggiate per essere poi riproposte su tela. Ed è cosa ben diversa di un reportage, perchè è quasi il prodotto di un inviato speciale in un mondo lontano, tutto da interpretare, nei volti (alcuni dei quali indefiniti e misteriosi, senza occhi) che il Maestro accarezza sfiorandoli con la mano quasi a provocarne una risposta come si fa con Aladino.

Nella foto del titolo il pittore Italo Picini mentre ci parla davanti ad uno dei suoi quadri.