L’ABBAZIA DEI CACIOCAVALLI AL POSTO DI QUELLA DI CELESTINO

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FIERA NEI CORRIDOI SOLENNI

29 FEBBRAIO 2016 – Se gli ambulanti, produttori e commercianti, di Padula, chiedessero di svolgere in piazza un mercato di prodotti ortofrutticoli, di salumi e di formaggi, oppure di allestire laboratori di calzature per consentire di misurarsi le scarpe sul posto con sfoggio di piedi con e senza calze, chi si opporrebbe? Nessuno, ovvio. Ma se la stessa pretesa fosse avanzata per la Certosa di Padula, la più grande delle certose d’Italia, chi lo consentirebbe? Nessuno, ovvio.

Se l’Abbazia di Melk, sulla riva sinistra del Danubio, fosse il teatro di una fiera formalmente intestata allo scambio di semi, ma soverchiata dalla vendita di prodotti delle più varie specie, quale tedesco, anche se preso dai fumi della birra, direbbe “sì”?

Eppure nell’Abbazia di Santo Spirito di Sulmona, quella da poco e parzialmente restaurata alle falde del Morrone, la seconda per grandezza dopo quella di Padula con i suoi 15.000 metri quadrati di stanze, corridoi e magazzini, nella frazione che ne prende il nome, domenica scorsa bancarelle che, grosso modo, erano quelle con le quali il Parco Nazionale della Majella organizzò per le vie del centro “Perla Majella”, si sono succedute per i lunghi e sontuosi corridoi della zona occupata dall’Ente Parco Majella. Cacio-cavalli accanto a quadri di vario livello e comunque tutti solenni; bottiglie di birra con relativi bicchieri appoggiate sugli arredi di legno massello con i sedili del Seicento; odori massicci e nauseabondi di incastri di cibi male assortiti; la solennità del posto, quello che fu dei Celestini e, quindi, indirettamente, di un certo Celestino, è stata sospesa, per far posto alle esigenze della promozione commerciale.

Pare che su questo il Parco punti tutti i suoi programmi, tanto che a Sulmona tenne la sagra paesana di “Perla Majella” (per fortuna non replicata la scorsa estate) proprio mentre i giornali di tutta Europa si interessavano della morte a fucilate di un orso a dieci chilometri dal capoluogo e a pochi metri da una strada di grande comunicazione. L’Abbazia di Santo Spirito, che fu sede generalizia di tutto l’Ordine dei Celestini prima che fosse soppresso all’inizio dell’800, è stata una delle poche cose che non hanno abbandonato Sulmona dai tempi della floridezza: non poteva essere spostata, al contrario della maggior parte degli arredi, libri e cose preziose che hanno preso il volo. Per degradarla a luogo di commerci da fiera ci voleva il Parco Nazionale della Majella, dove sono molto pronti a rivendicare il ruolo di valorizzatori di risorse locali artistiche e culturali e tanto le valorizzano da sotterrarle.

Resta da chiedersi perché lo Stato conceda ancora a questo Parco della Majella i locali che tanto sono costati di restauro e tanto costano di manutenzione; resta da chiedersi se un uso che da Padula a Melk (passando per tutte le altre abbazie di grandi e piccoli dimensioni) non sarebbe neanche immaginabile, a Sulmona debba essere la normalità. E tutto questo in ossequio di programmi del Parco Majella che nessuno controlla per verificare se corrispondano al livello artistico e al tono culturale di un monumento come quello che contiene, nella chiesa che affaccia su uno dei tre cortili interni, la Cappella Caldora e al primo piano una biblioteca  (priva dei libri, ma) esempio architettonico insuperato di acustica.

Eravamo andati alla Badia per vedere la mostra di Italo Picini sulla tessitura e siamo stati deviati su una fiera che per nostra fortuna non sapevamo neanche che si tenesse. All’uscita non può che averci accompagnato la domanda: “Ma di fronte a simile destinazione, Sulmona li merita i monumenti che il passato le ha consegnato?”