LETTURE DOMENICALI – UN RE AMICO DI SULMONA AVEVA DALLA PARTE SUA IL FUOCO DI PROMETEO

1167

Quel che rimane della eruzione del Samalas (la caldera)

STORIA DI MANFREDI ARTEFICE DELL’ACQUEDOTTO MEDIEVALE (E “BACIATO” DALL’ERUZIONE PIU’ DISASTROSA DELLA STORIA)

20 OTTOBRE 2018 – Si dice negli ambienti militari che ogni buon generale deve avere dalla sua parte una buona dose di fortuna, perché tutte le strategie più studiate possono essere vanificate da imprevedibili fattori concomitanti. Questo è ancora più vero se si guarda ad esempi storici che hanno segnato le vicende dell’Europa e dell’Italia. Alla particolare vicenda di Re Manfredi, figlio del famoso Federico II (Stupor mundi) si lega una delle più grandi carestie del continente (conseguenza della eruzione più catastrofica di sempre).

Fu un vulcano dell’Indonesia (Samalas) ad esplodere nel 1257, lanciando nell’atmosfera miliardi di tonnellate di ogni componente lavica, al punto che tutto il globo terracqueo ne fu invaso. Se ne parlerà in un convegno all’Università di Milano il 26 ottobre, per raccordare e riconsiderare tutte le informazioni e gli studi degli ultimi decenni su un fatto apocalittico.

In Europa questa nube solo apparentemente sottile portò alla diminuzione delle temperatura di un grado, poi di due, poi ancora di un altro mezzo grado. Furono decine di migliaia le morti. Ma soprattutto l’acido solforico che aveva arricchito gli strati dell’atmosfera nei quali si addensano le nubi aveva fatto da catalizzatore, tanto che le stagioni si susseguirono con condizioni pessime e l’agricoltura non dette i suoi prodotti.

L’Europa fu letteralmente affamata; stessa cosa riguardò il nord dell’Italia. Un po’ meno (anzi, fatto il bilancio, molto meno perché c’era sempre un surplus da poter vendere) accadde nel regno del sud tenuto da Re Manfredi, che fino al 1266 fu reggente per il nipote Corradino del Regno di Napoli e rimase comunque Re di Sicilia. Manfredi vendeva senza problemi le scorte di cereali e altri prodotti ai regni e ducati e principati che corrispondevano ingenti somme e, soprattutto, li vendeva ai propri alleati. Una manna dal cielo fu quella polvere vulcanica; o un modo di “trasformare un problema in opportunità”, come si direbbe adesso.

Manfredi volle particolarmente bene a Sulmona, tanto da dotarla, nel 1256, di una delle opere di ingegneria idraulica più pregevoli del regno: l’acquedotto che corona Piazza Garibaldi, a sugellare la fedeltà assoluta tra il capoluogo dei peligni e il discendente della Casa sveva del grande Federico II (nella foto del titolo la lapide su uno degli archi dell’acquedotto). Tre anni dopo, per giunta, Manfredi bruciò L’Aquila. La fedeltà dei sulmonesi si manifestò poco più di un decennio dopo, quando combatterono nell’esercito di Corradino, nipote di Manfredi e del quale il Re di Sicilia era stato reggente data la età dell’avente diritto alle distese Palentine di Scurcola Marsicana (la battaglia che alla storia passò con il nome di Tagliacozzo e decise la storia dell’Italia medievale).

Prima della disfatta sveva (quando l’esercito di Carlo d’Angiò era dato per battuto e si riteneva che lo stesso Carlo fosse stato ucciso, ma in verità era caduto uno dei suoi molti sosia schierati per strategia), Re Manfredi era fortissimo e sicuramente le conseguenze della eruzione avevano giocato tutte a suo vantaggio. Aveva affrontato a viso aperto la Chiesa e fu scomunicato due volte. A soli 34 anni fu sconfitto e morì a Benevento e dopo la sua sepoltura il corpo (per ordine del vescovo, ma forse su richiesta specifica del Papa) fu dissepolto e disperso (in quanto scomunicato, il re non poteva riposare in terra consacrata). Ne parla Dante, ghibellino come lui, in termini fortemente emotivi, cantando nella Divina Commedia le sue doti di bellezza fisica e di valore in battaglia. E, se volessimo riprendere i temi della mitologia, non potremmo che annotare che Manfredi aveva dalla sua parte una componente che ha sempre risolto le vicende umane dai tempi di Prometeo: il fuoco, con i miliardi di tonnellate eruttate da un vulcano lontano 12.000 chilometri. Si può dire che abbia avuto una marcia in più?

 

Re Manfredi di Sicilia, figlio di Federico II
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