SCOPERTE ARCHEOLOGICHE IN UNA CONFERENZA A CASTELVECCHIO
28 NOVEMBRE 2013 – Fino al settembre del 1943 è stata la strada della Storia in Abruzzo, collegata con l’altra arteria del destino abruzzese, quella della transumanza, la attuale strada statale 17.
Lungo la Tiburtina Valeria settanta anni fa è passato il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, dopo l’armistizio, portando con sé un figlio che di suo sarebbe restato a Roma e che della obbedienza fece virtù, ma senza convinzione e partecipazione: un corteo di autovetture quasi anonime arrancava verso Forca Caruso per arrivare a Pescara e a Ortona, dove avrebbe preso il largo per Brindisi. E’ stato l’ultimo passaggio decisivo, dei tanti che si sono succeduti in duemila anni, da quando la Tiburtina (prima solo Valeria) univa le due “ostie”, quella sul Tirreno e quella sull’Adriatico (attuale Pescara), due bocche di fiumi, paludose, inospitali, estremi di due regioni che hanno piano piano costruito (anche con la guerra sociale) il carattere della Roma imperiale.
Per questo la Tiburtina Valeria è stato sempre il grande sogno e l’immenso magazzino degli archeologi. E di questa strada si è interessata a lungo una archeologa, la Dott.ssa Emanuela Ceccaroni della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, a Castelvecchio Subequo (“Scoperte archeologiche lunga la strada Tiburtina Valeria” è il titolo di una delle conferenze finora tenute).
Non ha avuto sempre lo stesso tragitto la “Tiburtina”: ha subito dei miglioramenti, delle riduzioni di tracciato per tagliare i tempi, fino all’irreversibile decadenza che l’ha fatta diventare strada provinciale. Lo si prevedeva da tempo, cioè da quando è stata inaugurata la autostrada A25, ma non è stato un male assoluto.
Potrebbe essere l’occasione di scoprire con nuovi scavi i grandi “lasciti” del passato, i punti nei quali passavano i carri romani, le stesse pavimentazioni di un tempo: tutto seppellito a più riprese per l’esigenza di stare al passo con i tempi. O di avventurarsi a riscoprire il grande tempio di Ercole Curino a Castel di Ieri; dipende dalle dotazioni e dalle buone volontà dei dotati. Dipende anche dalla curiosità di seguire una specie di tracciato di Pollicino, che costituisce ancora il libro aperto per antonomasia: quello dei viaggi, dei trasferimenti di eserciti, degli spostamenti di operai (e sicuramente di schiavi); quindi un inventario che, pur essendo una appendice decaduta della vita di un tempo, potrebbe dare nuovi impulsi ad una delle aree più sottosviluppate d’Abruzzo, tornata alla tranquillità dell’epoca pre-italica.
Nelle foto due immagini del monumentale complesso di San Pelino a Corfinio: in alto un albero che cresce indisturbato su un tetto; in basso la serie di colonne che sormontano animali.







