PIETRANSIERI: MORIRE A UN ANNO TRA LE MITRAGLIATRICI

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21 NOVEMBRE 2011 – Esattamente 68 anni fa Pietransieri fu sconvolta dal crepitio delle mitragliatrici che infierirono sulla popolazione civile, in seguito alla intimazione di evacuazione impartita dalle truppe di occupazione tedesche. Centoventotto italiani, tra i quali bambini di un anno o due, furono sterminati in località “Limmari” e dal colpo di grazia, inferto a quelli che si muovevano o respiravano ancora, si salvò solo una donna perchè ritenuta morta.

Il messaggio del Capo dello Stato 

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al sindaco di Roccaraso Francesco Di Donato un messaggio nel quale sottolinea: “Il ricordo di quel terribile e ingiustificato evento è oggi più che mai vivo in noi e ci induce a riflettere sul livello di estrema aberrazione a cui si può spingere l’uomo, quando, nel vortice della violenza, smarrisce il senso della sua stessa natura”. Sulla strage di Pietransieri il servizio “Carmela che dalla Russia riceva un piastrino” nella sezione “Storia” di questo sito.

Il racconto di Angelo Maria Scalzitti

Ecco il racconto dell’eccidio di Pietransieri nel romanzo “I tormentati” di Angelo Maria Scalzitti (Rebellato, 1970, pagg 97/98 ). Si comincia dall’episodio che scatenò la rappresaglia, ovvero l’uccisione di soldati tedeschi (i titoli riassuntivi non sono del romanzo):

“Nessuno parlava: si sentivano di piombo, ed il freddo li attanagliava sempre più nella posizione di immobilità alla quale erano costretti. Ricominciò a piovere, e quasi subito si sentì lontano il rumore di un motore. Il rumore si avvicinava rapidamente: capirono che era una motocicletta, ma da quel punto non riuscivano ancora a vedere nulla. – Che facciamo?! – chiese uno di loro, sottovoce, stringendo l’arma.

– Se sono Tedeschi, li uccidiamo tutti, non c’è da pensarci neppure un minuto. – precisò un altro, con una punta evidente di sadismo nella voce, che era sorda e venata di paura.

La macchina ormai era a poche centinaia di metri: avrebbero dovuto vederla. Spuntò da una curva, ancora lontano, era una motocarrozzetta. Dopo qualche secondo potettero scorgere agli ultimi barlumi di luce le sagome di tre Tedeschi, con gli elmetti e gli impermeabili lucidi di pioggia. Fu un attimo: uno degli Inglesi saltò fuori dalla macchia e si precipitò in mezzo alla strada, urlando frasi nella sua lingua e sparando come un pazzo contro la vetturetta che era ormai a pochi metri. Lo seguirono quasi subito due partigiani, e lo sgranarsi dei colpi dei caricatori fu l’ultimo suono che i tre soldati udirono.

Morire senza capire come

Non ebbero neppure il tempo di capire: la motocarrozzetta sbandò e finì la sua corsa in una grande siepe spinosa, quindi si rovesciò su un fianco mentre le ruote continuavano a girare a vuoto in un sinistro ronzìo. Il motore si era spento.

Gli uomini si avvicinarono con le armi imbracciate: uno accese una lampada a pile, ed illuminò la scena. I tre Tedeschi erano morti, crivellati dai colpi. Il sangue usciva dal volto, dalla testa, dal torace: uno aveva uno squarcio sopra l’occhio sinistro, ed insieme al sangue uscivano frammenti di cervello spappolato.

Il soldato seduto nel side-car aveva gli occhi sbarrati e guardava fisso il cielo nero, la pioggia gli aveva bagnato il volto giovane e chiaro, ed i capelli biondi, infilandosi sotto l’elmetto e colandogli in un rivoletto misto al sangue lungo il collo. Uno del gruppo si avvicinò ai cadaveri, strappò le armi dai corpi immobili e fece un cenno: dopo pochi minuti marciavano decisamente verso la boscaglia, in silenzio”.

Pag. 99:

 “Gli uomini che avevano ucciso i Tedeschi sulla strada per Napoli erano rientrati da mezz’ora, e la fattoria di Ferdinando era piena come un uovo. La lettura del biglietto di Don Pasquale fece un effetto tremendo su tutti: ognuno dei presenti sentì tutto il peso della propria responsabilità, per quanto avevano compiuto direttamente, oppure aveva permesso si compisse”.

“Con l’altra azione compiuta poche ore prima, del resto, la situazione sarebbe precipitata nel peggiore di modi, con quali risultati era facile immaginare”.

“Entrarono a gruppi altri uomini: avevano saputo la triste realtà che si prospettava da un Inglese che aveva fatto rapidamente il giro delle masserie più vicine. Nell’androne c’era una folla, silenziosa e cupa. Ferdinando rilesse per la terza volta il biglietto del parroco. Don Pasquale in pochissime righe aveva tracciato il quadro drammatico che regnava al villaggio ed aveva comunicato senza mezzi termini la possibilità assai prossima di una rappresaglia.

“Siamo stati dei fessi”

– Olio bollente sulla carne scottata! Questo oggi abbiamo fatto… – borbottò Ferdinando, scuro in volto. – Eppure dovevamo prevedere che i Tedeschi si sarebbero imbestialiti! Cosa potevamo attenderci, dopo tutto! Siamo proprio dei fessi!

– Che dici?! – chiese uno di quelli che aveva partecipato all’ultima azione, piuttosto seccato.

– Dico che siamo dei fessi! – ribattè Ferdinando, guardandolo con sfida – Credi di potermi contraddire? Siamo degli autentici fessi! E’ chiaro che quel che abbiamo fatto avrebbe provocato reazioni, no?! E che le reazioni si sarebbero abbattute sui civili, sugli unici civili della zona, sui nostri famigliari, quindi, ti pare, grande guerriero?! Vorresti contraddirmi?!? – Ferdinando lo blocco, alzandosi e guardandolo ferocemente.

L’uomo abbassò lo sguardo.

–         Va bene, va bene, ma noi dovevamo pur fare qualcosa, dobbiamo anzi proseguire una azione di guerriglia contro questi criminali”.

Pag. 114:

“Nel pomeriggio la radio ricevette un cifrato del comando generale: vi si preannunciava senza più dubbi una esemplare rappresaglia sui civili, ma non prima di una relazione rapida e definitiva da parte di un ufficiale superiore che era già partito per l’altopiano. Il comandante del reggimento tedesco tirò un grosso sospiro di sollievo: se la vedevano loro, sul serio, e si sentì veramente tranquillo e sollevato. A tarda sera, scortata da tre autoblindo, arrivò una Mercedes: al comando scesero il colonnello (…) ed il suo aiutante maggiore (…), inviati sul posto che già conoscevano per l’inchiesta ordinata da Kesselring. Vi fu una prima riunione, immediata, e (…) rilevò punto per punto le idee degli ufficiali Tedeschi. Si riservò la mattina dopo per interrogare le autorità locali, e disse a (…) di procurarsi un invito a pranzo in casa del conte (…), dove avrebbero tirato de somme. Aveva solo un giorno, e doveva andare svelto. La sera dopo avrebbe dovuto raggiungere il comando generale, che si era stabilito in Abruzzo, in una località segreta che si poteva raggiungere solo dopo un collegamento con un posto di blocco delle SS sulla strada statale tra l’Abruzzo e Roma”.

Pag. 135:

“(…) chiese di contare gli abitanti che erano già stati raggruppati: un sergente fece un veloce conteggio a voce alta, poi tornò dal capitano e scattò sull’attenti. Erano ottantatrè persone. (…) disse che dovevano essere solo ottanta, e si portò avanti egli stesso per rimandare a casa tre persone. Guardò nel gruppo, con l’occhio scintillante, alla ricerca di tre persone che doveva ancora vivere. Dipendeva solo dal suo sguardo: scelse una donna anziana pallidissima, un bambino che poteva avere dieci anni, una ragazza molto giovane con un naso pieno di bitorzoli. Li indicò ai suoi uomini, i quali li afferrarono, e fecero segno di tornare a casa. Poi il capitano dette ordine di sospendere l’operazione,  e di incolonnare i civili.

C’era un silenzio di una pesantezza ossessiva, nessuno più parlava, e solo qualche bambino impaurito dalla vista delle armi e di tutti quei soldati intabarrati singhiozzava nascondendo il volto fra i vestiti della mamma. I tre estratti da quel gruppo di condannati a morte, grazie al soprannumero ed allo sguardo di (…), erano restati lì a pochi passi, mentre nell’animo avvertivano senza neppure rendersene conto appieno una improvvisa leggerezza, il ritorno di una speranza che pochi secondi appena prima di allora era cancellata da quei volti duri,  e dallo schieramento di tutti quei maledetti soldatacci stranieri. La colonna venne sospinta sulla strada per il cimitero, ed alcuni soldati bloccarono subito un gruppo di abitanti che s’era formato ed intendeva seguire i compaesani, che per grande parte erano parenti ed amici, gente carissima che ognuno sentiva non avrebbe rivisto più viva.”

Pag. 136:

“(…) fede segno a Don Pasquale di avvicinarsi ai civili per sentire gli ultimi desideri: il parroco si mosse come un automa, e girellò cupo in volto in mezzo alla sua gente, ed agli altri fedeli dei paesi vicini che non conosceva.

Quelle voci di bambino, inascoltate

Tacevano tutti: solo qualche singhiozzo soffocato e qualche voce di bambino, in mezzo a quella piccola folla oppressa da una attesa breve, senza alcuna speranza, circondata di soldati stranieri che avrebbero sparato di lì a pochi minuti. Don Pasquale accarezzò tutti i bambini, e biascicò tutte le preghiere che gli vennero in mente in una circostanza del genere. Gli sembrava di avere un incubo, tanto gli risultava assurdo quel quadro di  cui faceva parte. Ma le sferzate della tramontana sul volto, il gelo della neve nelle scarpe, le nuvole di fiato che uscivano da tutte quelle  bocche, le frasi che pronunciavano i Tedeschi nel silenzio della campagna, lo portavano senza pietà a considerare che era sul punto di assistere ad una esecuzione. In quel momento arrivò anche il comandante della zona”.

Quel pianto del parroco

Pag. 137:

“Qualcuno gridò dalla folla, ed altri risposero a quel grido disperato. Poi i secchi comandi di un ufficiale, e quindi lo scatto metallico dei caricatori nelle mitragliatrici. Si alzarono urla bestiali dal gruppo, mentre veniva aperto il fuoco: caddero i primi, le urla erano sempre più alte e strazianti, Don Pasquale piangeva come un bambino, e (…) si tappò le orecchie contraendo il volto tormentato.

Lo scempio delle mitragliatrici

In pochi secondi le mitragliatrici spensero ogni parvenza di vita, e gli ultimi colpi sgranati penetrarono nel mucchio di cadaveri insanguinati. I soldati si avvicinarono, ed esplosero alcuni colpi di pistola. Poi si udirono altri comandi secchi per i soldati che formarono rapidamente una colonna su due file e marciarono verso il villaggio. Erano le otto e trenta: in quel momento preciso la emittente fascista e la radio delle truppe di occupazione diffondevano la notizia che centocinquanta Italiani erano stati fucilati sugli altopiani dell’Appennino centrale per rappresaglia contro i civili che avevano effettuato due attentati contro l’esercito del Fuhrer”.

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