PRIMA DI REVOCARE IL DECRETO DI AUGUSTO BISOGNEREBBE RICOSTRUIRE L’IMPERO ROMANO

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Cesare Ottaviano Augusto, un po’ difficile replicarlo

GOFFA INIZIATIVA IN CAMPIDOGLIO PER IL BIMILLENARIO OVIDIANO, ROBA DA RELEGAZIONE IN ROMANIA

6 DICEMBRE 2017 – Martedì in Campidoglio è annunciata una cerimonia, alla quale prenderanno parte il sindaco di Roma e quello di Sulmona, per la “revoca” del decreto di Augusto che sancì la relegazione di Publio Ovidio Nasone a Tomi, in Romania. Sarebbe un atto conseguente al “giudizio di appello” che nel 2011 a Sulmona ravvisò la “nullità” del decreto dell’Imperatore e la ingiustizia degli addebiti mossi a Ovidio.

Il “Bimillenario ovidiano”, quello che ha celebrato la morte del grande Sulmonese, ha avuto una caratterizzazione solo mediatica. Tutti, ad eccezione di due o tre protagonisti di manifestazioni dal grande contenuto spirituale, hanno usato Ovidio per mettersi in mostra: taluno addirittura per dire anche soltanto che c’è e che si accosta al nome di uno dei massimo poeti della Romanità. Un processo a Ovidio non si sarebbe potuto celebrare per il semplice motivo che non si conoscono i motivi del provvedimento di Augusto; non li racconta neppure Ovidio, che dalla relegazione parla di “colpa che va taciuta”. Quindi è mancato il capo di imputazione, la sostanza stessa del “processo”, che infatti è stato una penosa messa in scena al Cinema Pacifico.

In secondo luogo, nessuno può più revocare un decreto di un imperatore romano per il semplice motivo che non c’è più un Impero romano e non c’è un imperatore. La revoca (e questo sarebbe noto anche a chi non partecipa ad un processo) è atto che proviene dalla stessa autorità o persona che ha emesso l’atto precedente. Quindi, come inutilmente abbiamo sottolineato su queste colonne sette anni fa, bisognerebbe prima ricostituire un Impero romano, tracciare i confini, conquistare per esempio la Gallia e portare il capo di Galli in giro per Roma sotto il giogo dei vinti, spingersi fino alla Germania e dare un’occhiatina alla Gran Bretagna, andare in Africa e piazzare i simboli delle legioni; solo dopo aver fatto questo si può revocare un provvedimento di Cesare Ottaviano Augusto. Tutto il resto è gioco melenso e assai poco divertente, per dimostrare che ad Ovidio ci si può ancora avvicinare dopo duemila anni non per leggere un qualche suo verso, ma per sovrapporre al suo il proprio profilo. In questa messa in scena emerge solo la distanza di duemila anni, sì, ma anni luce… che ci separa dalla Roma di allora e dalla Sulmona di allora, dai Romani di allora e dai Sulmonesi di allora. E magari sarebbe stato meglio non rimarcarla, anche perché dopo tutto questo tempo i sulmonesi hanno lasciato che si ponesse sulla statua di Ovidio una corona di aglio e solo privati cittadini, oltre, per fortuna, alla massima autorità per la tutela dei beni artistici in Abruzzo, la dott.ssa Lucia Arbace, hanno levato la propria protesta. Oggi addirittura una dirigente scolastica, proprio del Liceo “Ovidio”, ringrazia pubblicamente “Fabbricacultura” che quella corona appose con il beneplacito del sindaco. Ma di che bimillenario stiamo parlando ? Bisognerebbe relegare a Costanza questi personaggi, con la clausola di irrevocabilità del provvedimento e l’obbligo di fare da badanti ai Rumeni…