Sospiri della Duse raccolti dal Sagittario

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LETTERE A D’ANNUNZIO PER UN AMORE CHE DURA DA PIU’ DI CENT’ANNI

24 AGOSTO 2013 – Le parole dell’ultima lettera di Eleonora Duse a Gabriele d’Annunzio hanno riecheggiato nella Valle del Sagittario durante la

recita teatrale e musicale “Anversa una fiaccola d’amore per d’Annunzio”, interessante chiusura delle manifestazioni per il secolo e mezzo dalla nascita del poeta abruzzese. L’attribuzione dell’ultimo messaggio che la Duse scrisse nel 1924 poco prima di morire, ormai distante da venti anni dal suo grande partner d’arte e di cuore, è una suggestiva interpretazione del commiato sostenuto da un invincibile sentimento verso il più grande, anche se non felice, amore della sua vita. Il rientro del feretro dalla città americana di Pittsburgh non fu, invece, l’espressione dell’affetto di d’Annunzio, quanto piuttosto rappresentò l’allestimento di una grande celebrazione del nascente orgoglio per l’Italianità che riguardava tutto il mondo, forse in misura maggiore dello stesso impeto nazionale al di qua delle Alpi e del mare.

D’Annunzio, come ha riferito ieri Franca Minnucci che ha letto le lettere appassionate della Duse e il telegramma del Vate al Duce, chiese che Mussolini rendesse l’omaggio dovuto dall’Italia ad una delle più grandi italiane, nell’ultimo viaggio sull’Atlantico, con soste rese obbligate in vari approdi per ricevere il saluto di centinaia di sirene. E il Sagittario che “mugghia” nella sua valle come D’Annunzio racconta nella “Fiaccola sotto il moggio”, sarà stato testimone anche del moto angoscioso del poeta per l’impossibilità (non del tutto indipendente dalla sua volontà) di scegliere la Duse nel ruolo di Mila di Codra per “La figlia di Iorio”, nella “prima” del Teatro Lirico di Milano, quando d’Annunzio fu chiamato ventiquattro volte sulla scena per gli applausi finali, nel 1904.

Si apriva quel ventennio di distacco dalla Duse che sarebbe finito solo con la morte di lei; d’Annunzio elesse il Sagittario e i suoi monti a posto magico per sé e le sue intime lacerazioni. Poi cominciò un altro Ventennio, quello che lo avrebbe potuto celebrare come il più grande intellettuale del regime e lo innalzò, invece, tra i più grandi interpreti del Novecento europeo; ma sempre nel suo stesso scetticismo di persona in fondo delusa molto nelle sue aspirazioni e nel suo rapporto con il mondo sociale.