MONODIA BENEVENTANA IN VALLE PELIGNA

845

UNA RICERCA DAI RISULTATI SORPRENDENTI SU UN “BIFOLIO CORFINIESE”

14 FEBBRAIO 2026 – Dal dott. Valter Matticoli riceviamo e molto volentieri pubblichiamo:

“A poca distanza dal centro abitato di Corfinio (l’antica Pentima), lungo la via Italica, sorge la
cattedrale valvense di San Pelino. Edificata sulla tomba del santo, vescovo di Brindisi e martire al tempo
di Giuliano l’Apostata, essa esisteva come ente a sé, separata dalla diocesi sulmonese, già dal V secolo.
Solo dopo l’invasione longobarda in Abruzzo (571-574) fu inglobata con quella di Sulmona e Aufidena,
estendendo i suoi possedimenti sino al territorio dei Vestini. La mancanza di documenti non ci permette
di individuare le modalità e l’anno in cui le due sedi cattedratiche vennero accorpate nell’unica diocesi di
Sulmona-Valva, una testimonianza certa in tal senso risale al 1053 anno in cui Papa Leone IX emanò
una Bolla nella quale si riconosceva il vescovo Domenico episcopo di S. Panfilo e S. Pelino. Facendo
uso delle stesse maestranze che da poco avevano edificato l’Abbazia di S. Liberatore alla Maiella, il
vescovo Trasmondo (1073-1080), abate di S. Clemente a Casauria, figura di rilevante influenza
ecclesiastica e politica del XI sec., avviò ampi interventi di rifacimento e ampliamento della primitiva
cattedrale corfiniese. Allo stesso presule sono ascrivibili altresì opere di fondamentale importanza per la
diocesi, come il rinnovo della cattedrale di S. Panfilo a Sulmona, la fondazione del monastero di S.
Benedetto in Perillis e l’edificazione del borgo di Pentima. Ultimata intorno all’anno 1124 sotto
l’episcopato di Gualtiero (1104-1124), la basilica di S. Pelino, insieme all’oratorio di Sant’Alessandro,
l’episcopio e la torre di guardia usata successivamente come campanile, è reputato uno dei complessi
architettonici più significativi dell’arte romanica della nostra regione. Fu sede vescovile fino al XII
secolo periodo in cui tale riconoscimento si spostò da Valva a Sulmona, dando inizio a un periodo di
dissidi e contenziosi fra gli ecclesiastici dei due capitoli i quali rivendicavano ognuno l’elezione del
presule.
Strettamente legata alle vicende storiche ed istituzionali della cattedrale, è l’esistenza dell’archivio capitolare. Purtroppo per quanto riguarda la sua struttura e la sua organizzazione interna, non si hanno informazioni storicamente attendibili almeno per i primi secoli della fondazione. La prima testimonianza certa di una datazione archivistica risale alla seconda metà XIV secolo epoca in cui fu redatto un elenco dettagliato di documenti conservati nell’archivio, riguardanti i monasteri di S. Maria di Bominaco e di Roccacinquemiglia. Attualmente il complesso documentario è costituito principalmente da atti notarili documenti amministrativi, catasti, acta capituli, libri dei battezzati, dei matrimoni, dei morti, corrispondenza, storia della diocesi e numerose pergamene. (Per un elenco dettagliato dei documenti conservati nell’Archivio si rimanda a Archivio capitolare della Cattedrale di San Pelino a Corfinio, Inventario a cura di Pasquale Orsini, Sulmona, Tipografia La Moderna, 2005). Nell’archivio si conservano altresì alcuni frammenti di codici manoscritti con notazione musicale che vanno dal XI al XIV secolo.
Tra questi suscita particolare interesse il bifolio membranaceo risalente al XII secolo parte di un
graduale vergato in notazione neumatica beneventana recante la segnatura ACSPe 973. Sul recto di una
delle due carte è ancora chiaramente leggibile la nota: Liber economi seu procuratori capli S. Pelini Valven, dimostrazione del fatto che il frammento era stato adibito da copertina per un altro volume. Le due carte al centro del loro margine esterno, riportano i numerali romani CXXXXIIII e CXXXXVIIII cifre
che ci indicano la posizione che i due fogli avevano all’interno dell’antico codice. Nel bifolio sono
trascritti formulari liturgici tratti dal repertorio gregoriano e riguardanti incipit testuali propri delle messe
di alcune festività del santorale di settembre, ottobre e novembre.

Nello specifico alla c. 144r il canto piano riportato riguarda: l’Introito Sacerdotes Dei, il Graduale
Sacerdotes Eius, l’Alleluia Exultabunt Sancti, l’Offertorio Exultabunt Sancti e il Communio Sint lumbi vestri, per la festività dei Santi Cornelio e Cipriano (16 settembre); l’Introito Intret in cospectu, il Graduale Vindica Domine, l’Offertorio Mirabilis Deus, e il Communio, Iustorum animæ per la festività dei Santi Lucia e Geminiano (16 sett.); l’Introito Ego autem, il Graduale Iustus ut palma, l’Offertorio Gloria et honore e il Communio Posuisti per la vigilia di S. Matteo; l’Introito Os iusti, il Graduale Beatus vir l’Offertorio Gloria et honore per le celebrazioni in onore di S. Matteo (21 settembre); l’Introito Sapientiam e il Graduale Clamaverunt per la festività dei Santi Cosma e Damiano (26 settembre); l’Introito Intret in conspectu e il Graduale In omnem terram per la vigilia dei Santi Simone e Giuda; l’Introito Michi autem, il Graduale Nimis honorati sunt, alla carta 144v il Versetto Dinumerabo eos, l’Alleluia Vos estit qui permansistis, l’Alleluia Vos estit lux huius mundi e la Sequenza Clare sanctorum per la festività dei Santi Simone e Giuda (28 ottobre). Alla carta 149r sono riportati: la Sequenza Gloriosa dies adest, l’Offertorio O virum ineffabilem, il Versetto O beatum virum Martinum, il Communio Sacerdos Dei Martine per la celebrazione di San Martino (11 novembre); l’Introito Loquebar, il Graduale Audi filia, il Versetto Specie tua. Alla carta 149v l’Alleluia Expansis manibus, l’Offertorio Offerentur iniquitatem e il Communio Confundantur superbi per la festività di Santa Cecilia (22 novembre). Segue l’Introito Dicit Dominus sermones, e il Graduale Exaltent eum in ecclesia, per la festività di San Clemente (23 novembre). Il bifolio condivide con altre fonti beneventane dell’undicesimo e dodicesimo secolo diversi canti neo-gregoriani: il Communio Sint lumbi vestri, l’Offertorio O virum ineffabilem, il Communio Sacerdos Dei Martine, il Graduale Exaltent eum in ecclesia, e l’Offertorio Gloria et honore somiglianze queste che si possono riscontrare in molti graduali e messali di area beneventano-cassinese.
Anche la notazione musicale mostra molteplici analogie con altri manoscritti coevi. Queste si
possono riscontrare nei numerosi segni di liquescenze, come il tractulus a cappio doppio, la virga a forma di croce o la combinazione di segni di notazione che indicano sfumature vocali come la clivis
liquescente, così come pure la linea rossa tracciata per indicare l’altezza del suono Fa e quella in giallo
per il Do. Il frammento peligno appartiene a quel numero esiguo di manoscritti redatti in notazione
beneventana presenti nella nostra regione per il quale non disponiamo di notizie certe circa lo scriptorium di provenienza e l’epoca in cui fu redatto. Dante D’Egidio in un suo articolo pubblicato nel 1999 sulla «Rivista Internazionale Musica sacra», 1 riporta una descrizione accurata del frammento abruzzese. Lo studioso indaga sui diversi elementi del manoscritto a partire dall’aspetto codicologico, la scrittura, la sua presunta provenienza e sulla notazione musicale. In riferimento ai segni neumatici egli afferma che essi sono ascrivibili alla tradizione sviluppatasi in ambiente beneventano-cassinese, e che ricordano molto da vicino quelli in uso negli scriptoria monastici presenti nella zona geografica compresa tra il Lazio e l’Abruzzo. (Dante D’Egidio, Un frammento di graduale – sequenziario in beneventana nell’Archivio Capitolare di Corfinio. In «Rivista Internazionale di Musica Sacra» Nuova serie XX-1999).
Altre particolarità, come la grafia testuale e l’apparato iconografico, manifestano molte
similitudini con i codici realizzati nell’area geografica tra Frosinone e Veroli. I testi dei formulari
corrispondono nel complesso con quelli dell’Antiphonarium Missarum Sextuplex anche se in alcuni casi
sono riscontrabili sovrapposizioni eortologiche e musicali dovute alla mescolanza tra rito romano e
beneventano. Insolita è pure la presenza del frammento della messa Beatus S. Martini il cui formulario lo
si trova solo in alcuni codici provenienti dal nord Italia e dall’area beneventana-cassinese.
D’Egidio afferma altresì che il graduale da cui il bifolio è stato tratto, potrebbe essere stato
vergato a nord di Montecassino, in direzione dell’Abbazia di Santa Maria di Farfa o in una delle sue
dipendenze 2 . Un indizio significativo poiché in Abruzzo le comunità farfensi erano presenti già a partire dall’XI secolo come quelle di Santa Maria e San Pellegrino a Bominaco, che avevano avuto stretti
legami con il capitolo di San Pelino. Un’altra ipotesi circa la provenienza del manoscritto valvense
potrebbe essere quella secondo la quale il graduale provenisse da uno degli scriptoria benedettini presenti nella nostra regione. Giorgia Corso, nel suo studio sui manoscritti miniati di Guardiagrele afferma che in Abruzzo esistevano diversi centri di produzione di codici liturgici come quelli di San Salvatore, San Clemente a Còmino e San Liberatore a Maiella. Questo fu la principale delle prepositure abruzzesi durante il Medioevo, e sin dall’ottavo secolo la più importante dipendenza cassinese nella nostra regione non solo dal punto di vista politico ma anche in campo artistico.
Una figura chiave per la diffusione in Abruzzo di codici compilati in scrittura beneventana fu
quella del monaco Teobaldo, il quale, eletto nel 1007 preposto della congregazione di San Liberatore a
Maiella, avviò un’ampia opera di ristrutturazione della chiesa e degli edifici destinati alla comunità
monastica dotandola di ornamenti, libri liturgici e paramenti sacri.
Ristabilito il potere imperiale su Benevento minato dalla crescente influenza bizantina, alla quale
il principe Pandolfo di Capua e suo fratello Atenolfo, abate di Montecassino, avevano mostrato
interesse contrastando l’autorità degli Ottone, Enrico II insieme a Papa Benedetto VIII, suo alleato,
raggiunse l’abbazia di Montecassino per presiedere all’elezione del nuovo abate. Su pressione del
sovrano, il quale non voleva che venisse eletto quale successore del deposto Atenolfo un candidato
appartenete alla dinastia capuana, il 28 giugno del 1020 viene nominato nuovo abate dell’abbazia il
monaco teatino Teobaldo persona di fiducia del pontefice. Poco tempo dopo la sua elezione egli diede
un ulteriore impulso culturale al monastero majellese, arricchendone la biblioteca di oltre sessanta
codici e facendolo diventare un importante centro di produzione libraria. Nel suo Commemoratorium, un
inventario testamentario, l’abate attesta nel dettaglio gli oggetti forniti per suo volere a San Liberatore;
tra questi sono menzionate diverse tipologie librarie come ad esempio un antiphonarium, un passionarium, un hymnarium e psalterium, compilati in scrittura e notazione beneventana, acquistati o fatti copiare per la dipendenza abbaziale. Sulla scorta di tale testimonianza possiamo ipotizzare che Teobaldo commissionò ai monaci di Montecassino un libro in notazione beneventana per il monastero San Liberatore nei primi anni del XI secolo e che i canti utilizzati nella dipendenza abruzzese non dovessero essere dissimili da quelli impiegati nell’abbazia cassinese.
Già nella seconda metà del XIV secolo l’umanista Flavio Biondo nel suo volume Roma Ristaurata et Italia Illustrata, annotava che:
«[…] Molto presso al fiume Pescara giù al mare è un altro fiume chiamato Letto, ch’è il primo ne la
contrada di Frentani, e viene dal monte Maiella, et ha man dritta, e ben sotto Maiella il monasterio di S.
Liberatore, bello per lo tempio, che vi ha; e per i belli edificii suoi: ma quello, che ci trasse noi dovervi andare; furono i molti belli, et antichi libri che vi sono scritti in lettere Longobarde».
È probabile che l’autore facesse riferimento agli stessi codici commissionati dal monaco Teobaldo per S. Liberatore elencati nel suo Commemoratorium iniziato nel 1019 e continuato negli anni seguenti.
Di particolare interesse è un Ingressarium, ossia un libro che raccoglie ingressae, canti d’ingresso
intonati dal celebrante e dai sacri ministri per la solenne celebrazione della messa. Le origini del canto
beneventano, come la grafia riportata nei manoscritti superstiti, hanno uno stretto legame con la storia
Longobarda. La presenza dei longobardi nel meridione d’Italia si espresse principalmente con
l’istituzione di due importanti ducati come quello di Spoleto e di Benevento, che costituirono la così
detta longobardia minor. Durante il loro dominio, seppero instaurare un clima di influenza politica,
culturale e sociale che si protrasse fino alla fine dell’undicesimo secolo e che fece della città di
Benevento il centro pulsante della tradizione longobarda meridionale. Il repertorio beneventano
presenta molti tratti in comune con il canto ambrosiano, queste caratteristiche si possono riscontrare in alcune denominazioni quali ad esempio ingressae o offerende, usate rispettivamente per indicare l’introito e l’offertorio nel rito gregoriano o romano antico. Consci di questa correlazione culturale, gli scribi beneventani usavano definire con il termine “Ambrosiano” la musica locale per distinguerla dal canto gregoriano. Ciò lascerebbe ipotizzare che durante il dominio longobardo dal nord al sud dell’Italia si condividevano usi liturgici e musicali fondamentalmente simili e che solo in seguito si svilupparono
autonomamente dando vita a repertori propri a Milano e a Benevento.
Il frammento peligno, come altri presenti nella nostra regione, testimonia dell’esistenza in
Abruzzo di libri in notazione e scrittura beneventana. L’esame di questo manoscritto liturgico, inserito
nel quadro di un contesto storiografico più ampio, può aiutarci a comprendere meglio quale fosse la
natura del canto piano nel nostro territorio, come veniva eseguito, quali le sue fonti e la sua notazione; altresì può far luce sul patrimonio librario presente nella nostra regione nel basso medioevo considerata
un’area di forte espansione bibliografica tra l’XI e XII secolo.
Le fonti principali che ci hanno tramandato il canto beneventano sono cinque graduali custoditi
nell’archivio capitolare di Benevento, identificabili oggi con la segnatura Ben. 34, Ben. 35, Ben. 38, Ben.
39 e Ben. 40. La ricercatrice Bibiana Vergine in un articolo pubblicato nel 2019, mette a confronto
questi testi con il frammento peligno traendone alcune interessanti considerazioni. La musicologa
statunitense afferma che tra il frammento di Corfinio, i graduali beneventani e i messali cassinesi ci
sono importanti similitudini. Facendo riferimento a uno studio condotto da Luisa Nardi la ricercatrice
ne elenca alcune come, ad esempio, il communio Sint lumbi vestri per la festività dei Santi Cornelio e
Cipriano, e diversi altri canti neo-gregoriani quali O virum ineffabilem, sacerdos Dei Martine, Exaltent eum in ecclesia e Gloria et honore. Un altro elemento rivelatore delle somiglianze tra i codici beneventani e il frammento peligno è il versetto offertoriale O beatum virum nell’Offertorio O virum ineffabilem per la festività di San Martino. La presenza di questo offertorio nel manoscritto abruzzese, scrive la studiosa, ricorda quello presente nei codici Ben. 38, 39 e 40. Ciò testimonia che le istituzioni beneventane condividevano con quella valvense la consuetudine ad usare versetti offertoriali antichi per la celebrazione di questa festa.
Sebbene il bifolio corfiniese riporti molte somiglianze con le fonti cassinesi e beneventane, esso si
caratterizza per alcune sue peculiarità che si possono riscontrare nei formulari, sul piano della notazione
e per alcune varianti melodiche in uso nella nostra regione durante il dodicesimo secolo. Ciò dimostra
come fonti liturgiche, all’epoca ormai standardizzate, spesso venivano adattate a pratiche rituali locali.
Per quanto riguarda le variazioni di tipo melodico queste si possono rilevare nella formula di cadenza
dell’introito Dicit Dominus, comune in alcuni codici beneventani ma non nel frammento abruzzese. La
presenza dell’Alleluia Vos estit qui permansistis, per la festa dei Santi Simone e Giuda, è un altro elemento
non riscontrabile in nessun altro messale beneventano o cassinese. Il frammento di graduale peligno, si
caratterizza altresì per la sua unicità ascrivibile al formulario per festa di Santa Lucia. Tale festività è
riportata nel manoscritto al 16 settembre ricorrenza che solitamente viene celebrata il 13 dicembre. Jean
Mallet e André Thibaut, evidenziano che tale elemento liturgico non è presente in nessun graduale
beneventano. Esso tuttavia lo si trova riportato al 16 settembre in un messale (Ben. 29), in due breviari
(Ben. 42 e 44) e all’interno del messale cassinese MC 127 (Jean Mallet – André Thibaut, Les manuscrits en
ècriture bènèventaine de la Bibliothèque capitulaire de Bénévent, Paris, CNRS Editions, 1984).
Questa particolarità rende il bifolio valvense singolare poiché, come abbiamo appena notato,
tale formulario è riportato in altri libri liturgici ma non in un graduale. Esso suscita vivo interesse
poiché lascerebbe ipotizzare che il graduale da cui è tratto il frammento fosse in uso nella cattedrale
peligna fin dal XI secolo. Secondo la tradizione, le spoglie della santa prima di arrivare a Venezia nel
1204, a seguito della quarta crociata, furono trasportate dal duca di Spoleto Faroaldo II, da Siracusa a
Corfinio dove riposarono per qualche tempo. Solo più tardi furono portate prima a Metz, per voler
dell’imperatore Ottone I, poi a Costantinopoli e solo successivamente nella città lagunare dove ancora
oggi sono custodite nella Chiesa dei Santi Geremia e Lucia. Nel tracciare la biografia del vescovo di

Metz il monaco benedettino Sigeberto di Gembloux nella sua opera Chronographia, un testo che
abbraccia il periodo compreso tra il 381 e il 1111, inserisce una preziosa testimonianza coeva dei fatti in
cui viene riportato un episodio riguardante la basilica valvense. Nel testo si legge che il vescovo
Teodorico, giunto in Italia al seguito dell’imperatore Ottone di Sassonia, trafugò numerose spoglie di
santi fra cui quelle di Santa Lucia all’epoca custodite nella cattedrale di San Pelino. La presenza delle
reliquie a Corfinio della martire siracusana attestano la rilevanza che cattedrale peligna aveva avuto
durante il Medioevo. Possedere le spoglie di un santo voleva significare rendere il monastero e la città in
cui esso sorgeva un centro di pellegrinaggio per i fedeli. La contesa dei resti mortali era legata non solo
a motivi devozionali ma altresì a ragioni economiche che si concretizzavano con il procacciamento di
denaro che poteva avvenire per grazia ricevuta, ricevibile o comunque impetrata.
Sono molte le similitudini che potrebbero far risalire l’origine dei frammenti abruzzesi allo
scriptorium di Montecassino, luogo quest’ultimo considerato uno dei centri più importanti della
produzione manoscritta in scrittura beneventana. Le affinità con i centri di produzione principali
possono essere interpretate come un segnale di scambio di libri liturgici tra le aree centrali e quelle
periferiche della penisola, ipotesi questa che potrebbe essere avvalorata dalla posizione geografica e dal
contesto socio politico della diocesi di Sulmona-Valva nel tardo Medioevo. Sulmona era posizionata
lungo l’antica Via degli Abruzzi, un asse di comunicazione tra il centro e il Mezzogiorno della Penisola,
un corridoio mercantile che, per diversi secoli, ha permesso continui scambi commerciali tra Napoli e
Firenze, un collegamento fisico che avrebbe potuto favorire lo scambio di materiale librario tra
l’abbazia campana e la diocesi peligna. Benché Sulmona non rientrasse nell’antico territorio
beneventano, l’abbazia di Montecassino in età medioevale, oltre ad avere diversi possedimenti in terra
d’Abruzzo aveva avuto uno stretto collegamento con alcune istituzioni ecclesiastiche abruzzesi, in
modo particolare con quelle di Sulmona, Chieti, e alcuni centri della Marsica. La presenza in Valle
Peligna di libri redatti in scrittura beneventana è altresì attestata nel Codice Diplomatico Sulmonese nel quale possiamo leggere che il 13 luglio del 1261, il cistercense «Frate Berardo di s. Maria di Casanova
consegna a Nicola di Benedetto canonico della chiesa di s. Panfilo una bibbia in cinque volumi, scritta
di lettera beneventana».
Oltre a quella corfiniese, altre fonti manoscritte che testimoniano della patica del canto beneventano nella nostra regione sono rintracciabili nei quattro frammenti di fogli di un graduale – tropario risalenti al XII secolo con resti di una messa beneventana per la purificazione, conservati a Penne nell’Archivio Storico dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne; e il rotolo di Exultet con testo franco- romano e melodia beneventana della metà dell’XI secolo conservato ad Avezzano nella Curia Vescovile.
La politica dell’Imitatio Imperii perseguita dai carolingi prevedeva un ampio programma di
riforme che investirono diversi aspetti della vita sociale e culturale del regno, interessando in modo
particolare la sfera religiosa. La crescente influenza della chiesa di Roma nel corso del nono e decimo
secolo, unitamente alla spinta uniformatrice dell’impero carolingio, il richiamo all’unità liturgica
attraverso l’adozione del rito romano e l’imposizione del canto gregoriano nei territori longobardi,
portò l’omologazione dei testi e dei canti della liturgia implicando la soppressione di molti repertori
regionali e locali. I piani di riforma dei Franchi insieme a quelli promossi dalla curia romana non furono
gli unici a determinare il destino del canto beneventano; altri motivi storici contribuirono al suo declino
come ad esempio la progressiva importanza riconosciuta a Montecassino in termini di potere religioso e
temporale, la conquista del sud della penisola da parte dei Normanni, tutti presupposti che concorsero a
creare le basi per il predominio del canto romano. Un ulteriore e definitivo impulso all’affermazione del
canto gregoriano nel sud dell’Italia, con conseguente soppressione della monodia beneventana si ebbe
nella seconda metà dell’undicesimo secolo ad opera del Papa Stefano IX. Nel 1055 muore il bavarese
Richiero di Niederaltaich primo abate di Montecassino. Il 23 maggio dello stesso anno, per volere di Papa Vittore II, viene eletto suo successore Federico di Lorena cancelliere di Leone XII. Poco tempo
dopo la sua elezione il nuovo abate sale al soglio di Pietro con il nome di Stefano IX. Il nuovo papa
manifesta sin dall’inizio del suo pontificato la ferma volontà di sopprimere definitivamente il canto
beneventano poiché non conforme alla liturgia importata da Roma. Nel 1058 proibisce tassativamente
l’esecuzione all’interno dell’abbazia di Montecassino del canto “ambrosiano”: «tunc etiam at
Ambrosianum cantum in ecclesia ista cantari penitus interdixit».
Nonostante l’imposizione del canto romano in tutto il territorio longobardo, alcuni scribi riuscirono però a salvaguardare con tenacia il repertorio beneventano creando le condizioni per una coesistenza tra le due tradizioni. Ciò si tradusse nell’uso della stessa notazione per entrambe i repertori, e la sussistenza dei canti solo come interpolazioni e aggiunte nei libri liturgici gregoriani. Quale sia stato il motivo dell’inserimento di brani in notazione beneventana in contesti gregoriani non è ancora del
tutto chiaro, certo è che ciò produsse un numero di manoscritti “ibridi” tra i quali potremmo includere
il bifolio corfiniese, i quattro frammenti di fogli di un graduale – tropario conservati a Penne e il rotolo
dell’ Exultet di Avezzano.
Le poche fonti manoscritte che ci hanno trasmesso la monodia beneventana sono costituite
nella maggior parte dei casi da palinsesti o frammenti isolati di quelli che un tempo erano stati codici
completi. Questa frammentarietà e la scarsezza di documentazione a nostra disposizione riducono
significativamente la nostra conoscenza di questo repertorio destinato purtroppo a restare incompleto.
Proprio per questo il bifolio peligno assume dunque una valenza importante dal punto storico, poiché
rappresenta uno dei pochi manoscritti arrivati fino a nostri giorni che ci testimonia della presenza nella
nostra regione di questo tipo di repertorio. Pertanto il suo studio, può aiutarci a comprendere meglio
quale fosse la natura del canto piano nel nostro territorio, come veniva eseguito, quali le fonti e la sua
notazione.
Una costante uniformità melodica, come pure la presenza di frasi musicali idiomatiche e
l’assenza di melismi estesi, sono tratti caratteristici della monodia beneventana. Essa si differenzia da
quella gregoriana non tanto dal punto di vista paleografico quanto per queste peculiarità compositive,
che tendono a reiterarsi con una certa regolarità all’interno delle composizioni. È un repertorio che si
caratterizza per alcuni arcaismi testuali e liturgici, unitamente a una relativa semplicità, a un ripetuto uso
di frammenti melodici e a una impostazione modale non ancora condizionata totalmente dal sistema
degli otto modi. Proprio in queste particolarità risiede il fascino di questo canto e che ancora molto
resta da scoprire sulla sua funzione di prodotto culturale del tardo Medioevo

Valter Matticoli – Ringrazio Padre Maurizio Nannarone per avermi dato la possibilità di esaminare i frammenti in beneventana oggetto di questo studio”

Please follow and like us: