Pietà per l’uomo in catene, ma all’ospedale un po’ di meno

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23 AGOSTO 2013 – Alla stazione ferroviaria quasi cinquanta anni fa, oppure nella hall del pronto soccorso all’ospedale martedì mattina, il transito di un detenuto scortato suscita costernazione, curiosità, commenti certamente.

Quando scendevano da un vagone riservato del treno Roma-Pescara, legati con gli “schiavettoni”, a distanza regolare l’uno dall’altro per la catena che segnava la mestissima processione, i detenuti del penitenziario erano ancora i reprobi che una società non sapeva catalogare, se non con il generico richiamo a quello che avessero potuto commettere per stare in quelle condizioni. Ci fu una donna un po’ esaltata che lanciò verso di loro delle grida, probabilmente di solidarietà, lasciate cadere da chi sembrava tutt’al più l’immagine del “guai ai vinti” di Brenno.

Disteso nella lettiga dell’ambulanza, con cinque agenti di polizia penitenziaria che lo piantonano e vanno controcorrente nella folla di malati e visitatori, il detenuto in condizioni di non essere curato in carcere è molto meno osservato, non fa parte dell’argomento di conversazione. Più che altro fa sorgere l’interrogativo di quanto siano gravi le sue condizioni per dover essere trasportato con tale spiegamento di forze. L’atmosfera di allora, della stazione ferroviaria al momento topico delle coincidenze delle 14,50, raffrontata a quella di oggi, potrebbe far pensare ad una maturazione della società, o soltanto ad una maggiore indifferenza, o, forse più precisamente, alla pensosa concentrazione sui propri guai di ogni paziente quando entra a contatto con un ospedale, in quella condizione che di per sé ispira pochissima solidarietà con chi passa accanto, fosse pure uno allo stato terminale.