RICCARDO MUTI AL TEATRO COMUNALE PER LA “PRIMA” DELLA FIGLIA CHIARA
La scena era di quelle che recano grande contenuto drammatico. Protagonisti erano l’attrice ed un attento osservatore tra il pubblico: Chiara Muti (nella foto accanto al titolo) sul palcoscenico, il padre nel palco d’onore, accanto all’autorità, ma del tutto avulso dal contesto del pubblico.
Lei e lui erano i poli di un filo di altissima tensione, ma solo pochi fra gli spettatori sapevano di questo contatto aereo: gli altri seguivano come si segue una qualsiasi rappresentazione, bella, ma non ingigantita dalla irripetibile occasione. La voce si era diffusa a stento nel pomeriggio e, peraltro, era data con molto beneficio d’inventario: sembrava più che altro uno scampolo di protagonismo della realtà provinciale, una piccola dimostrazione di quanto le ragioni dell’arte, in effetti, fossero subordinate a quelle della notizia mondana. Così, tra i tanti “si dice” e le rettifiche, il teatro era in gran parte vuoto, soprattutto perché un lavoro così intenso non faceva parte del circuito usuale degli spettacoli in abbonamento, come era accaduto negli Anni Settanta tra le serate affollate dell’Ente Teatrale Italiano e quelle difficili del Teatro Stabile dell’Aquila.
Però a Sulmona si mandava in scena una grande prima nazionale, con tutto quello che la partecipazione del cuore degli attori voleva dire: palpitazioni profonde, perché l’attrice era giovanissima e si notava subito che aveva elaborato con impegno le regole della scena, quelle del tecnicismo per il quale debbono transitare tutti coloro che vogliono un futuro nel mestiere. Tuttavia, il silenzio che proveniva dal palco centrale era soverchiante, come se in quel punto si fosse rifugiato un padrone assoluto del palcoscenico che per un po’ aveva prestato alla protagonista le luci della ribalta; sembrava un intermezzo tra una esecuzione e l’altra del grande Maestro. Non deve essere stato facile per la giovane figlia di Riccardo Muti restare sotto la luce di quei fari e sotto quello sguardo attento, senza intermediari, senza un cenno di approvazione o di correzione, per più di un’ora. Ma lo faceva con una professionalità matura, recitando un lavoro molto aspro, dai significati dolenti, del tutto diverso da un intermezzo.
Così è andata qualche anno fa in una fredda serata al “Caniglia” di Sulmona, dove si presentò, materializzando le voci di una sua presenza eccezionale quale spettatore, Riccardo Muti, per vedere la “prima del primo” lavoro importante della figlia Chiara, in un teatro noto per la straordinaria rispondenza acustica, studiato e realizzato per avvolgere anche l’ultimo palco ed il loggione delle note del palcoscenico, ma anche dei sussurri della prosa. Muti, dal carattere difficile, come tutti quelli che hanno carattere, non commentò né la “prima”, né l’acustica del teatro; ma questo forse poco avrebbe interessato gli spettatori. Erano appagati dalla presenza del protagonista delle prime mondiali, una volta tanto preso dal ruolo di osservatore, forse di spettatore plaudente o distaccato. Come in tutta la aneddotica dei grandi Maestri dello spettacolo, non sono rimasti segni concreti di quel passaggio in teatro: giusto una foto da appendere forse un giorno al foyer per la civetteria del piccolo centro di provincia. Lui non era il caso di importunarlo: era lo stesso che sostanzialmente aveva fatto capire ad un Presidente della Repubblica che l’Inno d’Italia lo suonava se e come voleva lui, esempio eccezionale di autonomia, pur rispettosa, ma concretamente altera (poi l’Inno di Mameli lo avrebbe presentato e bissato in una esecuzione travolgente nel concerto per L’Aquila terremotata, appunto come e quando voleva lui).
Di rimando, gli spettatori non vollero spezzare quella corrispondenza di silenziosi cenni tra il padre esaminatore e la figlia rosolata sotto i riflettori e nessuno si sentì di chiedere come fosse andata, né tanto meno di banalizzare un tale evento con la richiesta di un autografo. Ognuno si è portato dentro quel contatto a distanza tra il palco d’onore e il palcoscenico, quella trasmissione di energia forse una volta tanto dall’esordiente al dominatore assoluto. Quello era il vero spettacolo, che dal Caniglia non avrebbe avuto più repliche.