LA SULMONA DI OVIDIO

337

11 GENNAIO 2010 – Pubblichiamo un brano di uno dei romanzi più belli del Novecento, come è stato definito quando gli fu assegnato un premio internazionale, poi non ritirato per veti politici. E’ una immaginaria autobiografia di Ovidio, scritto da Vintila Horia, rumeno, nel romanzo “Dio è nato in esilio”.

” Mi trovavo fuori della città, sopra una collina quasi circondata dall’anello del torrente Vella. Mio fratello mi accompagnava. Tornavamo insieme da una lunga passeggiata alla vigna di uno dei miei zii. Si era al principio dell’autunno. Ci si fermava di tanto in tanto, per cogliere i fichi maturi dai rami che pendevano di sopra ai muri dei giardini. La sera era calma, faceva ancora caldo, le foglie degli olivi si rovesciavano piano mostrando il loro ventre inargentato, come piccoli pesci nell’acqua limpida. Raccontavo a mio fratello storie mitologiche piuttosto oscene: gli parlavo, indugiando nei particolari, degli amori di Venere e Marte; perché leggevo e conoscevo già molte cose sulle intimità degli Dei e degli uomini. Egli mi ascoltava in silenzio, abbagliato pareva,  da quel che io sapevo. Seguitando a mangiare fichi, egli guardava indietro, fermandosi spesso per scrutare intorno, interrompendo così anche il filo della narrazione. “Ma che cosa ti prende ?” gli domandai. Sorpreso dal mio tono brusco, egli rispose: “Non hai paura di parlare così dei nostri Dei ?”. Ricordo perfettamente le parole che allora mi sfuggirono. “Paura di che? Se gli Dei non esistono”. Mio fratello mi guardò un istante in silenzio, nell’attesa di una spiegazione, poi il viso gli si arrossò come se fosse stato schiaffeggiato e fuori di sé gridò: “Non è vero, non è vero”. Cominciò a correre verso Sulmona, lo raggiunsi vicino alla città. Appoggiato a un albero, egli piangeva. Non respinse la mia mano; infatti, tutti e due attraversavamo la medesima crisi, ciascuno alla sua maniera”