UN ALBANESE CON IL CUORE ITALIANO

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Leo Kacorri, 37 anni, di origine albanese, sposato con una italiana e padre di due bambini, è morto all’ospedale di Sulmona il 18 dicembre, poco più di ventiquattro ore dopo essere caduto da una scala. Abituato a trattare il pericolo vero sui tetti pericolanti e sulle tavole di impalcature vertiginose, è scivolato in un lavoro qualsiasi. Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre, quando era intervenuta la morte celebrale, è stata realizzata la donazione di organi che egli aveva deciso.

Nella parabola della (breve) vita di Leo Kacorri si racchiude anche un modo di essere della città di Sulmona, dei suoi abitanti, nei confronti di chi non è sulmonese. Senza pregiudizio alcuno, Sulmona è diffidente con tutti gli “estranei”: non fa distinzione di censo e di rango sociale. Anzi, forse una componente di guitteria la induce a sfidare di più il nobile e l’altolocato, fosse anche per guardarlo soltanto e per gustarsi di più un sempre probabile capitombolo.Senza pregiudizio alcuno, però, il sulmonese è disposto a rivedere la propria impostazione e ad accogliere con le palme l’”estraneo” che dimostrasse di valere qualcosa. Lo porta anche alle stelle, gli conferisce gli incarichi più importanti, se ne fa scudo per le proprie diatribe con il vicino di casa e il concorrente.

Leo Kacorri, che è diventato subito l’”albanese”, ha offerto valida sponda per l’esercizio degli atteggiamenti sulmonesi ed ha ribattuto, con prudenza, punto su punto.Giunto in città subito dopo le prime migrazioni, quelle del 1991, ha avuto la fortuna di trovare un terreno meno infertile per proporsi come imprenditore. I primi albanesi erano stati quelli che si erano rifiutati di scendere dai pullman quando fecero tappa a Roccapia: accecati dalle promesse che avevano intuito nella televisione e che raccontavano loro una società fatta di ricchezze e di svaghi, di luccichìo imposto e di sacrifici tenuti nascosti, non volevano neanche provare l’integrazione nel paesino a mille metri di altitudine, già tagliato fuori dal mondo dal viadotto della SS 17. “Meglio l’Albània”, dissero compatti, sottolineando l’accento e rimanendo sui due autobus in piazza, autosegregati e non disposti a cedere. Non andò in modo molto differente ad Anversa degli Abruzzi, qualche mese dopo e il caso stava diventando nazionale, perché la prima generazione degli Albanesi del XX secolo in Italia voleva puntare dritta al Nord, o almeno a Roma. Bastava uno sguardo, senza tante analisi strutturali e senza “incubatori industriali”, per comprendere che lo sviluppo era un fenomeno un po’ diverso da quel che rimaneva della “Rocca Valle Scura” medievale o della Anversa che, per quanto non ancora tagliata fuori dal mondo da nessuna variante, non poteva dare il pane neanche ai suoi residenti e doveva campare di pensioni.Leo puntò verso Sulmona e lo fece con molta umiltà: non rifiutò lavori piccoli e non pretese di spiegare a nessuno il mestiere, anche perché, a poco più di venti anni, doveva prima di tutto impararlo lui. Pezzo su pezzo, con rispetto degli altri, ma anche con un pizzico di guasconeria che gli veniva dalla consapevolezza dei diritti in uno Stato diverso dall’oppressione comunista “cinese”, ha costruito la sua impresa edile e, soprattutto, ha cercato fino in fondo l’integrazione con una società che non lo emarginava, che lo guardava con interesse, anche con speranza.

Era una Sulmona che sapeva di non andare incontro a floridi destini, con il disastro del suo esperimento industriale e con la disillusione, per giunta, del “terziario avanzato”, come allora si chiamava l’ultima trovata per non riconoscere la realtà di agricoltura, industria e turismo in cenere. L’immigrazione albanese sembrava più che altro il bastone per la vecchiaia di una società che non faceva nulla per vivere di propri progetti e viaggiava già nella disoccupazione a due cifre percentuali.Leo Kacorri seppe prendere un bandolo della matassa e se lo tenne stretto: puntò tutto sulla capacità di lavorare e, soprattutto, di non protestare quando i soliti approfittatori (nelle economie in fase di stallo se ne trovano molti di più che nelle società dinamiche e in crescita) facevano finta di voler pagare e alla fine non pagavano neppure davanti all’ufficiale giudiziario. Investì: proprio come non hanno fatto per generazioni le imprese commerciali e i proprietari fondiari. Si indebitò e fece un capitombolo, dopo il primo incidente vero che gli spezzò una gamba. Ma non cessò mai di sfidare la sorte, ovviamente senza barare, senza mai tradire la parola, senza smettere mai di riconoscersi nella sua famiglia, che difese a spada tratta e che soccorse come e quando poteva. Accompagnò fino a Pescara il fratello che, per una soffiata non proprio degna, finì nella rete dei controlli mirati. Se lo sentì strappare. Per mesi non pensò ad altro che a farlo tornare in Italia per vincere quel tormento, anche contro l’evidenza delle leggi: per lui bastava che non fosse un delinquente per avere il diritto di stare in mezzo agli Italiani pur senza permesso di soggiorno.

La giornata di lavoro di Kacorri durava forse sedici o diciotto ore, buona parte delle quali erano spese in viaggio, perché l’apertura dei cantieri non poteva essere condizionata alla vicinanza a Sulmona. Ormai, dopo quindici anni di vita a Sulmona e a Bugnara, all’Aquila e ad Ateleta, conosceva uomini e cose e, più di tutto, aveva avuto l’impatto con meccanismi sociali che non si differenziavano molto da quelli levantini, nei quali il lavoro e i suoi miti sono considerati con un po’ di scetticismo, rispetto al principale valore di far lavorare gli altri e tenere per sé una parte di profitto. La prima generazione degli Albanesi del XX secolo a Sulmona non si è lasciata ancora corrompere da questa mentalità e speriamo non se ne lascerà imbrigliare, magari soltanto perché questo non è l’Eldorado o forse perché chi ha saputo resistere ed è sceso da quei pullman parcheggiati a Roccapia o ad Anversa non lo ha fatto per vivere alle spalle dei connazionali o degli Italiani. Questa è stata l’impostazione di vita di Leo Kacorri e forse per questo ai suoi funerali a Bugnara c’erano centinaia di sulmonesi, compreso un ex sindaco: timidamente, anche con un po’ di sgomento nel constatare come si fosse spezzato quel cammino verso la completa alleanza più che la semplice integrazione sociale. Dovette amarla molto la sua nuova città e in genere questa Italia che lo accoglieva, se i suoi organi, nella notte nella quale non c’era più niente da fare, sono stati donati uno per uno, senza un attimo di esitazione, per assecondare un desiderio suo. Per parte sua, in realtà, Sulmona ha guardato a questi lavoratori con lo stesso spirito con il quale qualche secolo fa dedicò una contrada “Albanese”, quella di terre fertili e luminose, nella parte più salubre del suo territorio, dalla Stazione di Introdacqua a Pettorano, dopo la prima, massiccia immigrazione.

E’ tornata ad essere la Sulmona che si proponeva con lealtà agli stranieri o anche solo agli “estranei”, come ci si sottopone ad un esame: quella città che non può fare a meno dell’accoglienza e che, tuttavia, non la considera solo una necessità sociale, ma un mezzo per emendarsi, migliorarsi. Ha tenuto conto, inconsapevolmente, di quelle poche righe dell’immensa Odissea ove si considerano gli stranieri come esaminatori: “Simili agli stranieri venuti da lontano, gli dèi prendono aspetti diversi, vanno di città in città a conoscere tra gli uomini i superbi e i giusti” .