“DANUBIO” DI MAGRIS – LA PATRIA LONTANA NELL’OVIDIO A TOMI

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3 DICEMBRE 2011 – L’oppressione avvertita da Ovidio nella sua relegazione a Tomi, sul Mar Nero, l’atmosfera di quel Ponto Eusino dal quale scrisse innumerevoli suppliche all’imperatore che lo aveva escluso dal suo mondo elegante e fascinoso di Roma (quell’Augusto che non tornò mai suoi suoi passi) riaffiorano in uno dei quadri che compongono il monumentale affresco dell’Europa intera, il “Danubio” di Claudio Magris (nella foto del titolo la sorgente del Danubio a Furtwagen). L’autore triestino, componendo gli appunti di questa traversata nello spirito europeo, più ancora che nei luoghi geografici, sembra voglia percepire lo stesso dramma del poeta sulmonese, che a lui viene tramandato non solo dai “Tristia”, ma anche da “Dio è nato in esilio” di Vintila Horia. E’ il luogo che fa sentire drammaticamente soli, lungo le rive del Mar Nero, dove il Danubio conclude il percorso di migliaia di chilometri, iniziato nella Foresta Nera, a Donaueschingen o, secondo un’altra tesi combattuta con carte bollate, a Furtwagen.

“Il Vaschione” ha chiesto al prof. Magris di pubblicare questa pagina, perchè più di molte altre, che hanno cercato di rappresentare i luoghi nei quali si è spento a sessanta anni l’autore delle “Metamorfosi”, trasmette quella sensazione di spossatezza, purtroppo in qualche sfumatura anche di squallore irrimediabile, certamente di stanca accettazione di un “vivere altrove” che Publio Ovidio Nasone non avrebbe mai voluto assecondare, intimorito dalle bufere e dagli assalti delle popolazioni dell’estremo confine dell’Impero, ma soprattutto lacerato dal divieto di rientrare nella sua Roma, in un lutto che si concluse solo con il suo ultimo respiro, lontano da Fabia, dai suoi Lari, dagli amici che ancora peroravano la sua causa. Il prof. Magris ha cortesemente accolto la richiesta.

“I greci, secondo Nestor, avevano interpretato come inospitale, axeinos, il nome “nero” dato dagli indigeni al  mare interno, salvo poi definirlo ospitale, euxeinos, Eusino, quando avevano fondato le loro città sulle sue coste e l’avevano trasformato in un mare ellenico. Ma la potenza delle parole proietta, anche oggi, sul Mar Nero l’immagine di un deserto equoreo, di un grande stagno opprimente, un luogo di esilio, di inverni e solitudini; Weininger lo associava a Nietzsche, a un volto oscurato da nuvole e incapace di serenità.  La stagione balneare delle celebri spiagge tra Costanza e Mamaia, con i suoi Hotel e i suoi turisti, non sconfigge la magia del nome, “quelle acque che talvolta sembrano nere, come se la morte vi avesse la sua culla”, scrive Vintila Horia; l’afa, il mare pigro e oleoso, il finto e velleitario lusso dei grandi alberghi sono solidali col fascino torpido e oscuro del vocabolo e dei miti arcaici e barbarici ch’esso evoca.

Costanza, l’antica Tomi – il luogo dell’esilio di Ovidio – è ora anche un intenso e greve fervore di industrie, commerci, movimenti portuali. L’eclettismo architettonico è plumbeo e pesante, il liberty incombe cupo e monumentale, il mare è oggi veramente scuro e livido sotto le nuvole cariche di pioggia, le gru del porto stagliano contro l’orizzonte una tristezza rugginosa. Horia, nel suo romanzo su Ovidio, immagina che il poeta esiliato ascoltasse lo stridulo grido dei gabbiani credendo di sentirli urlare “Medeaa!”, aspri e laceranti come la maga barbara. Anche senza arbitrarie suggestioni fantastiche, il vento umido pesa sul cuore e l’effetto del barometro sulla pressione sanguigna non è minore di quello delle erbe magiche e velenose conosciute da Medea.

Una miscela di alta umidità e reminiscenze letterarie è dunque sufficiente per svuotare la vita, svelarne un’opaca insignificanza e un’afflosciata solitudine, come quella della bandiera quando il vento cala di colpo? Le gru sono l’alberatura metallica di una grande squallida nave, una barca di Caronte varata in un cantiere di stato, la città intera è un bastimento gigantesco e anonimo, salpato prima che ci fosse tempo di salutare e oscillante in una bonaccia, che toglie anche il rimpianto e la nostalgia dell’addio. Le acque sono un sudario pagano, un varco ultimo oltre il quale non c’è la conoscenza o la risposta a tante domande, ma solo un limbo smorto, la stessa realtà di prima, altrettanto imperfetta ma più indifferente e larvale, desideri e sentimenti attutiti, come se l’unico segreto fosse l’ottundimento e la verità fosse simile a un calo di interesse.

L’aldilà cristiano ha anime e corpi, quello pagano solo ombre; forse per questo è più moderno e più credibile, è un cinema che proietta a ripetizione il film di una realtà ormai inesistente, le mere silhouettes della vita. Forse quest’ultime hanno poco da dirsi, sono stanche del copione un tempo stimolante e si sfiorano mute ed apatiche, come le fotografie di due amanti accostate nel pacco l’una sull’altra, ma non abbracciate. In questo scirocco anche il volto amato che vedessimo sparire dietro l’angolo non ci farebbe male né dolore e sarebbe l’Averno.

Quando il vento del Mar Nero gli soffiava questa malinconia, Ovidio, cui s’intitola la piazza, ricorreva a Eros, dio che non è inopportuno invocare contro lo scorrere vuoto del tempo. Ma l’onesta medicina di quel fremito non poteva bastargli, a Tomi, perchè egli non era il poeta dell’amore e del sesso, ma dell’erotismo e l’erotismo ha bisogno della metropoli, dei mass-media, dei pettegolezzi da salotto, della pubblicità. Il valente scrittore erotico, Ovidio o D’Annunzio, è un genio del marketing, impone codici di comportamento e inventa slogan e formule pubblicitarie, come D’Annunzio, prescrive mode e cosmetici, come Ovidio. Ciò non gli impedisce di essere un grande poeta, come lo sono stati talora entrambi. In ogni modo gli occorre una piazza importante e soprattutto una società complessa e articolata, una rete di mediazioni sociali e un meccanismo di riproduzione della realtà che rendano indistinguibili il medium dal messaggio, l’esperienza dall’informazione, il prodotto dalla reclamè. Il poeta dell’erotismo, per esistere in quanto tale, deve essere nel giro, ha bisogno della Roma o della Bisanzio imperiale, di Parigi, New York; era difficile o impossibile praticare l’erotismo letterario nella provinciale e casalinga Germania ottocentesca, e lo era certo ancor di più fra i Geti. Quegli inverni sarmatici devono essere stati veramente gelidi, per Ovidio; Augusto aveva saputo scegliere la sua vendetta.”

(da “Danubio” di Claudio Magris – GARZANTI – 1986). Magris, docente universitario,  ha scritto, fra l’altro : Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna; Un altro mare; Itaca e oltre; Microcosmi; La mostra; Stadelmann; Utopia e disincato; L’infinito viaggiare; Alfabeti; Lontano da dove; L’anello di Clarisse; Alla cieca; Il Conde; Le voci. Inoltre, i suoi articoli su “Corriere della sera” sono stati ristampati in varie raccolte, l’ultima delle quali è stata pubblicata nel mese scorso sotto il titolo “Livelli di guardia”. Pure di quest’anno è l’intervista “Se non siamo innocenti”, che ha tessuto con lui Marco Alloni.

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