METAMORFOSI NEL DIALETTO DEI PASTORI

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L’avventura dell’infelice Io nel Parco Nazionale

VILLETTA BARREA, 12 dicembre 2010 – La “location” è quella più adatta e più conforme all’ambiente descritto dal testo di Ovidio: selve, in parte irraggiungibili perchè fitte o scoscese; nebbia intensa in alcuni momenti e in alcuni punti, quasi spruzzata proprio per nascondere qualcuno, per renderlo complice o proteggerlo; prati ampi, ricchi di erba freschissima. L’allestimento dell’episodio di “Io” che diventa mucca e viene soggiogata da Argo (al quale l’aveva affidata proprio Giove in persona) è di quelli che non si potrebbero ripetere con minor costo scenografico e con miglior effetto (nella foto a sinsitra il Museo della Transumanza di Villetta durante la rappresentazione dell’episodio delle Metamorfosi).

 Siamo a Villetta Barrea, in una mattina gelida di dicembre, ma con un sole gentile che accarezza guance e capelli, poco lontano dalle ultime case, quelle costruite dopo il terremoto del 1915, secondo una concezione di “new town” che allora non si chiamava così, ma che era la stessa cosa delle altisonanti sistemazioni dell’ultima scossa.

Il luogo dove un gruppo di attrici si muove è anche direttamente connesso all’argomento trattato da Ovidio, nel primo libro delle sue “Metamorfosi”. A modellare questa scena si avventurano con talento professionale quelle di “O Thiasos – Teatronatura”, guidate da Sista Bramini, che già a Villetta Barrea ha allestito un commovente episodio della ninfa Callisto, poco più di un anno fa; le prime figure escono, infatti, da un fabbricato restaurato e destinato a sala convegni e mostra, ma originariamente, dieci secoli fa, nient’altro che un ovile, annesso al convento dipendente da Monte Cassino.

La disperazione è quella che si legge sul volto di chi, con grandi capacità anche ginniche, riesce ad avanzare e a muoversi come se fosse davvero una giumenta. E’ Io, figlia del fiume Inaco, sventurata per essere gradita a Giove e per questo concupita dal più autorevole degli dei. E sventurata due volte perchè la somma autorità non è riconosciuta da Giunone, che anzi la insidia sfruttando il senso di colpa del coniuge, al punto da costringerlo a nascondere sempre i propri tradimenti. E’ proprio Ovidio a descrivere il sospetto di Giunone: “In quel mentre Giunone rivolse dall’alto lo sguardo verso il centro dell’Argolide, e accortasi con stupore che in pieno giorno nebbie svolazzanti avevano fatto un buio notturno, capì che non erano nebbie di fiume o nebbie nate dall’umidità del suolo. E si guardò intorno per vedere dove fosse suo marito, ben conoscendone le scappate e avendolo colto in flagrante tante volte; e poiché non lo trovò in cielo, “O mi sbaglio o siamo tradite”, disse, e calata giù dall’alto del cielo, si posò sulla terra e ordinò alle nebbie di dileguarsi.” Quindi si realizza l’immediata metamorfosi ordinata da Giove e della fanciulla non resta che una vacca, timida, goffa, che addirittura viene data in regalo proprio a Giunone, che l’aveva richiesta. “Che fare? – descrive rapidamente la scena Ovidio – Sarebbe crudele consegnare l’amata; non farlo, sarebbe sospetto. Da un lato la vergogna consiglia di sì, dall’altro l’amore consiglia di no”. Ma come negare una vacca proprio a colei che era sua moglie e sua sorella ?. Così, finita prima in possesso di Giunone, Io viene affidata ad Argo, che ha il capo contornato da cento occhi, chiusi a turno per riposare e, quindi, in parte sempre aperti: “In qualunque modo si sistemasse, egli guardava dalla parte di Io; anche se le voltava le spalle, aveva sempre Io sotto gli occhi”. Incomincia il triste vagare di Io, che giunge fino al fiume Inaco, suo padre, che non la riconosce: “Il vecchio Inaco colse delle erbe e gliele porse: essa leccò le mani del padre, impresse baci sui palmi e si mise a lacrimare, e se fosse riuscita ad articolare parole avrebbe invocato aiuto e rivelato il suo nome e la sua disavventura”.

La tristissima condizione di Io cessa e così si realizza una non frequente metamorfosi al contrario, perchè Mercurio, incaricato da Giove, riesce ad uccidere Argo, incantandolo con suoni di “canne legate”,  e a liberare la giumenta che giunge fino al Nilo e recupera le sembianze; diventa, anzi, una dea, Iside.

Con una articolata e accattivante immedesimazione dei protagonisti nell’ambiente abruzzese (nella foto a sinistra: il lago di Barrea e sullo sfondo Villetta e la strada per la Camosciara), le attrici hanno recitato nel dialetto dei pastori del luogo, in una non facile iterazione di frasi idiomatiche e di espressioni gergali che di fatto hanno consentito una trasposizione diretta dal latino al ciociaro e all’abruzzese. Esperimento di grande contenuto culturale perchè privo di approssimazioni e sbavature. Un grande teatro all’aperto, reso più difficile dalla sostanziale assenza di acustica e più ancora di impianti di amplificazione, ma arricchito dalle “scene” del complesso della Camosciara e dello stesso fiume Sangro, oltre che da un lago di Barrea insolitamente gonfio fino al limite estremo per le eccessive piogge al posto delle nevicate. Con questa scelta è valorizzata la voce e la dizione delle attrici, in diretta applicazione dei canoni delle rappresentazioni negli anfiteatri dell’antichità.

“O Thiasos” è nato nel 1992  per l’impegno di Sista Bramini, Francesca Ferri e Maria Mazzei e da allora ha realizzato decine di spettacoli e laboratori in parchi e riserve naturali in tutta Italia. Ancora oggi il suo scopo è unire il teatro con la contemplazione e l’esperienza percettiva e sensoriale del paesaggio, per sviluppare un legame più diretto dell’essere umano con il suo territorio e con gli altri “esseri viventi” che lo abitano. Gli spettacoli sono concepiti per diverse ore del giorno, in genere al tramonto, fino all’arrivo della notte, oppure all’alba, per terminare a giorno fatto. Così il trascolorare della luce naturale entra a far parte della drammaturgia, imprimendovi direttamente i suoi significati, le sue qualità: per questo gli spettacoli non si avvalgono di luce artificiali, palchi e amplificazioni.

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