Quando la transumanza era vita e distruzione

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Per allargare i pascoli sin dalla preistoria ci distruggevano foreste

Mappa_del_tratturoL’abbiamo importata dalla Mesopotamia e l’abbiamo condotta ai più alti livelli mercantili, fino a farne un apparato ricco di tecnica, di invenzioni sempre più perfezionate, ma non tali da reggere alla grande rivoluzione del XX secolo, cioè alla globalizzazione che ha banalizzato

il costo dei trasporti e ci ha fatto pervenire lane preziose a prezzi più bassi. Pochi l’avrebbero previsto che la tosatura delle greggi sarebbe finita, alle soglie del terzo Millennio, in cumuli di lana bruciata perchè ormai poco redditizia rispetto a quella dell’Australia o della Nuova Zelanda E’ stato un fenomeno da rapina per tutto l’Occidente questa transumanza che si ripete, o forse si è ripetuta, da diecimila anni: si rinvengono tracce di incendi che risalgono all’età del ferro, sul Gran Sasso e nei pressi di Roccaraso, segni inequivocabili dell’aggressione al territorio (come si userebbe dire oggi) per rubare pascoli alle selve della preistoria, per agevolare il fenomeno e rendere più produttiva una attività immensamente suscettibile di sfruttamento commerciale.

Così, la pastorizia ed il suo esempio più dinamico, cioè il trasferimento di milioni di capi di ovini secondo le stagioni, hanno segnato l’avventura di tutto l’Abruzzo: hanno spinto alla competizione persone di tutti i ceti, anche se, di certo, non si può parlare di una attività interclassista, legata com’era a rigidissime gerarchie. Ed hanno sviluppato nuove professioni, come quelle dei tanti che lavoravano per l’allestimento, la conservazione e il rispetto dei  “tratturi” fino a Foggia. C’è una mappa della città di Sulmona che è stata conservata nel capoluogo del Tavoliere delle Puglie e che, tracciata da un “agrimensore”, contiene una orribile storpiatura di un verso di Ovidio appiccicato per meglio illustrare il nome della sua città natale: “Gelidis undique uberimus undis”. Ma che importava ? L’essenziale era misurare, prospettare, racchiudere nel piccolo spazio gli immensi confini della transumanza, che dove passava lasciava per lo più ricchezza, come un grande fiume in piena, come le inondazioni del padre di tutti i fiumi dell’antichità.

Il cammino del transumanti giunge fino ai giorni nostri, fino alle pochissime persone che sanno ancora raccontare di aver raggiunto il Tavoliere a piedi da Calascio; uno di questi è il sig. Ivo Ciccone, che delle notti trascorse tra il sonno e la veglia alla luce della luna fornisce vivide descrizioni, forti come tutte quelle delle persone anziane sulle proprie esperienze adolescenziali. E Ciccone conservava nel suo giardino davanti casa i calchi in gesso di pecore finte usate “per il film girato a Calascio da Tognazzi”, sorta di peluche per cuori anziani che con i giocattoli non hanno mai avuto un rapporto profondo e duraturo.

Lintervento_di_ManziMa poi ci sono gli studiosi, come il prof. Aurelio Manzi, che dalle piccole cose collezionate tra i tanti racconti ascoltati sanno intrecciare un filo conduttore ed intèssere una storia economica e sociale della pastorizia e della transumanza. Lo ha fatto domenica a Villetta Barrea, nell’ambito del convegno tenuto nei locali del “Museo della transumanza”, in un affascinante excursus di tutte le epoche e soprattutto dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Una storia fatta di contenziosi aspri, per pochi metri di terra, paradossale per le estensioni di pascoli di Campo Imperatore o della Majella, del Piano delle Cinque Miglia; eppure vibrante e così radicata da richiedere continui interventi conciliativi, per il livello altissimo di interessi economici che troneggiavano sui velli delle pecore.