LA VERA FESTA DEL BIMILLENARIO NEL LIBRO DI UNA AUTRICE AMERICANA
2 LUGLIO 2018 – Se avesse guardato al Bimillenario che gli hanno riservato enti e associazioni della sua Sulmona, Publio Ovidio Nasone avrebbe avvertito una fitta al cuore. Ma il suo genio non l’ha ancorato a questa città e neppure alla amatissima Roma: come avevamo banalmente anticipato alla vigilia del fatidico 2017, la fama di Ovidio sta tra la gente che vive intensamente, i suoi scritti non soccorrono soltanto gli studiosi dell’epoca classica, ma vanno al cuore della jet society di oggi come erano richiesti nella corte di Augusto dei primi anni del primo secolo del primo millennio.
E un libro di Jane Alison appena sfornato (NN Editore, traduzione di L. Noulian) ha come sottotitolo “Leggere Ovidio a Miami”, dopo una lapidario “Meglio sole che nuvole” (recensito anche dall’Espresso di ieri). Il gioco di parole avrebbe intrigato anche il vate latino, perché sola è la protagonista che ha deciso di rompere con ogni possibile relazione sentimentale e di tornare al suo ufficio di Miami libera da ogni tormento, da ogni incertezza.
Ma…, appunto, si imbatte in queste dolcissime e pirotecniche scene delle Metamorfosi di Ovidio e scopre che la vita è diversa dal binario morto nel quale aveva deciso di avviarsi. Nella Baia di Biscayne legge delle trasformazioni che “la guidano alla scoperta dei suoi sentimenti”, come le eroine che escono dalla pagine dei quindici libri delle “Mutate forme”: “Si diventa ciò che si era destinati a essere; si diventa ciò che si è realmente. Non volevi essere di pietra? O di vetro, o di cromo?” chiede proprio lei, la protagonista che aveva deciso che è “Meglio sole”; riprende in mano la sua vita e accetta il suo desiderio di amare ed essere amata: “Adesso per me non c’è altro che Ovidio. Mi immergo nelle sue parole, nei suoi versi dorati, in quel ritmo e in quel suono, attraverso cui mi arrivano le sue immagini, una ragazza che scrive un biglietto audace al proprio fratello, un ragazzo che sfiora la delicata superficie di un laghetto. Tutte quelle ragazze e quei ragazzi vecchi di duemila anni sono ancora qui con me, sono ancora vivi, ancora affrontano le loro trasformazioni. Ogni frase mi affonda negli occhi e nel sangue, e dopo un po’ riaffiora nuova, in un’altra lingua, è un racconto alterato eppure a me queste parole sembrano davvero le sue, sento la sua voce, sento la voce del mio Ovidio“.
Il libro si conclude con un ultimo sussurrare a Ovidio: “Ovidio, sei ancora qui? Mi piace pensare di vedere i tuoi occhi. Mi piace pensare di udire la tua voce. Sento le tue frasi che nuotano dentro di me, i tuoi personaggi che percorrono le lande selvagge dei boschi, e l’aria, e le lettere, e il tempo. L’idea che le tue parole possano essere morte, che il passato non sia sempre il presente. Ma prova a dire questo alla sabbia, al mare“.
Un vero successo per Ovidio nel bimillenario delle morte; proprio lui che aveva concluso le “Metamorfosi” sostenendo che oramai aveva scritto un’opera che sarebbe stata letta in ogni parte ove fosse arrivato l’impero di Roma: certo, anche vicino ad un altro… Campidoglio, sebbene il Sulmonese non poteva sapere che un Campidoglio poteva sorgere al di là dell’Oceano, ancora più lontano della lontanissima Tomi della relegazione, ma in mezzo alla gente che vive intensamente le emozioni come gli affetti. E che legge le sue “Metamorfosi” dopo che la sua città ha imbruttito con piccole speculazioni commerciali il suo Bimillenario. Forse per apprezzare fino in fondo i contenuti di Ovidio bisogna vivere proprio a Miami; o lì vicino…






