
Publio Ovidio Nasone
LA DESCRIZIONE DELL’ARTE E UN PICCOLO LIBRO DI GARDINI PER AFFASCINARE AL LATINO
22 AGOSTO 2018 – Di un godibile e istruttivo, agile e perciò di per sé accattivante libretto si rende autore Nicola Gardini, che già ha scritto “Viva il latino”, giunto alla dodicesima edizione e in corso di pubblicazione in numerosi paesi. Questa volta il tema è molto circostanziato: “Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo” (Garzanti,, 2018, pagine 1-205, euro 16).
Gardini, che è stato anche a Sulmona per presentare il suo “Con Ovidio” proprio durante il Bimillenario della morte del poeta, ha un approccio molto personale con la classicità e considera che il latino non sia mai morto e che le parole, che egli ha scelto per dire come sia ancora nel nostro linguaggio e nel linguaggio di molti Paesi nel mondo, potrebbero far parte di un “vocabolario massimo”, “reale e ideale a un tempo, particolare e universale. Queste le dieci parole: “Ars, signum, modus, stilus, volvo, memoria, virtus, claritas, spiritus, rete”. Andando a scorgere l’indice dei nomi, si scopre che i più citati sono: Ovidio, Virgilio, Cicerone e Dante Alighieri. Le dieci parole danno a Gardini l’occasione di citare i passi delle molte opere che egli ha consultato: e quello del lettore diventa un pellegrinaggio ampio, che dà l’ebbrezza di ricordare dove erano infisse le frasi che il Liceo ci ha regalato e che il tempo ha rimescolato, schiodandole e lasciandole sulla soglia, ma fuori di un archivio ordinato, di modo che si finisce con il vivere insieme a loro, ma non si saprebbe rispondere con computeristica prontezza su quale sia l’opera e quale il verso che le contengono.
E questo accade ancora di più con le bellezze poetiche e letterarie che abbiamo incontrato nella maturità, lontani dalle pedanterie dei professori del liceo che, per esempio, Ovidio non ce l’hanno mai letto.

Venere a riposo
Questo è accaduto anche, addirittura, leggendo Gardini, che riporta, nel capitolo della parola “arte”, l’”ars” dei latini, le ipotesi probabili dell’etimologia, nonché i luoghi nei quali egli l’ha trovata, sottolineando come il poeta peligno sia il maggior punto di riferimento per questo vocabolo: l’arte è quella di amare, è quella di Medea che ne fa sortilegi, è quella di Vulcano che artigianalmente costruisce una perfetta rete per imbrigliare Venere mentre lo tradisce con Marte. Già pregustavamo il piacere di una citazione, che forse Gardini avrebbe lasciato come lo zucchero, in fundo, perché è di Ovidio la descrizione dell’arte che universalmente è riconosciuta la migliore, la più profonda, come tante cose che si leggono nelle Metamorfosi. E’ nell’episodio di Pigmalione, nel decimo libro delle “Mutate forme”, che il mondo antico e quello moderno comprendono cosa sia effettivamente l’arte.
Aveva deciso di ritirarsi, Pigmalione, per “vivere celibe, senza sposarsi. A lungo rimase senza una compagna che dividesse il suo letto. Ma un giorno, con arte felice e meravigliosa, si mise a scolpire dell’avorio bianco come neve e gli dette forma di donna, così bella, che nessuno può nascere più bella. E concepì amore per la sua opera. L’aspetto è quello di una fanciulla vera, e diresti che è viva e che, se non fosse più timida, vorrebbe muoversi. Tanta è l’arte, che l’arte non si vede”. Ecco: a questo si sono ispirati migliaia di grandi artisti: a creare un oggetto senza che si comprendesse dove fosse l’arte, perché quell’oggetto si immedesima nella rappresentazione che l’artista voleva darne senza essere visto, cosicchè il fruitore dell’opera, anche a distanza di millenni, rimane incantato come incantato rimase Pigmalione, tanto che “in cuore gli si accende una fiamma per quel corpo finto. Spesso passa la mano sulla statua per sentire se è carne o invece avorio, e non si risolve a dire che è avorio. Le dà dei baci, e gli pare che gli siano resi”. “ARS ADEO LATET ARTE SUA” scrive Ovidio: tanta è l’arte, che l’arte non si vede.

Il Narciso di Caravaggio
E potremmo dire, mentre auspichiamo che nelle prossime, fortunate edizioni di queste “dieci parole” a cura di Gardini, risalti anche questa architrave che nei secoli ha descritto l’arte come nessuno più è riuscito da duemila anni, che tanta è la complessità e la ricchezza delle metamorfosi ovidiane che talvolta al ricercatore più attento sfuggono le pepite più grandi.






