DAL GRANO VITA E SOLIDARIETA’

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INAUGURATO UN MUSEO PER RACCONTARE ANCHE UN MODO DI INTERPRETARE I RAPPORTI UMANI

11 APRILE 2026 – Il senso della comunità si esprimeva nella Valle dell’Aterno attraverso lo scambio degli essenziali strumenti per trasformare e dividere poi i frutti della terra: senza regolamenti, senza leggi scritte, con una silenziosa intesa dello scambio. Più povere sono state quelle comunità nell’Abruzzo dell’Ottocento e del primo Novecento, più intensa era la collaborazione affinchè quelle che oggi si chiamano “sinergie”, consentissero l’approdo alla sopravvivenza.

A Gagliano si trovano strumenti per il mulino che venivano da Castelvecchio, da Secinaro, conferiti in una crescente consapevolezza che solo il patto non scritto poteva garantire più delle leggi troppo rivolte a regolare rapporti più alti. Se Massimo Severo Giannini annota nel suo “Diritto Amministrativo” che quella è una branca del diritto nata per normare la distribuzione del bene pubblico per eccellenza, cioè l’acqua, si può dire che la necessità impellente di trasformare il grano in farina e sfamare abitanti di territori decentrati o addirittura isolati è confluita in quello scambio di utensili senza norma, ma con grande rispetto dei diritti, nel quale (forse) non sono mai entrati tribunali o pretori.

Lo spunto per questa rivisitazione del senso di comunità viene da una piccola annotazione, velata del senso di nostalgia, che il presidente della Associazione Civitas Superequani, Massimo Santilli, ha espresso durante l’inaugurazione del “Museo del grano” a Gagliano Aterno, paese inconsapevole di contenere un libro aperto sulla verifica dell’assunto del prof. Giannini: con le sue grandi fontane, gli abbeveratoi, che servivano il decuplo degli abitanti di oggi, ma che ancora oggi distribuiscono acqua con criteri degni di una grande organizzazione sociale. Tutto questo si nota di più a Gagliano perché da quell’epoca gli assetti del paese non sono cambiati, a causa dello spopolamento vertiginoso, che forse non ha riscontri in altre comunità. Ogni fontana, ogni abbeveratoio, quindi, sembra conservato perché tutto non è più servito e non ha dovuto assecondare le trasformazioni dettate dal modo di vivere, dalle aspirazioni, dalla crescita del benessere, dalle speculazioni edilizie.

Il “Museo del grano” giunge alla sua realizzazione dopo 24 anni dalla prima idea ed è passato attraverso le traversie del terremoto del 2009 e del conseguente recupero edilizio. Ma non c’era fretta, almeno in questo: è una documentazione storica e la Storia, si sa, non è quella che racconta di ieri.

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